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Come diventare un influencer, il personal branding

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Nella vita tutti possono essere influencer, ma quello che più conta è capire di cosa e per chi si vuole essere influencer”. La filosofia di Cynthia Johnson, co-fondatrice e Ceo di Bell + Ivy, agenzia di marketing digitale di Santa Monica, e esperta di personal branding, è tanto semplice quanto efficace: “Bisogna prima capire qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere e solo dopo scegliere la piattaforma con cui ottenere ciò che si vuole”. Non a caso il suo prossimo libro, in uscita a febbraio 2019, si chiamerà proprio “Platform” e, come scrive nel suo sito, “nel mondo moderno, l’influenza è tutto e il personal branding equivale all’influenza”. Johnson, che è anche fondatrice di CynthiaLIVE e co-fondatrice di Pinch e Sea Salt, è in Italia per la prima volta – “in realtà questa sarebbe la mia luna di miele”, confessa a Fortune Italia – per partecipare a “Lost in Sales: From Virtual teams to real Sales”, primo evento italiano che si propone di creare un ponte generazionale tra senior professional di vendita e startup, portando in scena grandi esperti dei settori più innovativi, del personal branding e social selling. L’abbiamo intervistata lo scorso 31 ottobre, in occasione dell’evento

Come descriveresti il “personal branding”?

È l’evoluzione del curriculum vitae ma, invece di scriverlo su carta, lo metti online. È qualcosa che tu puoi gestire e permette a chiunque di crescere in qualsiasi campo della vita. Potremmo dire che è un “libro su di te” che tutti possono leggere, anche chi vuole chiederti un appuntamento!

Come sei diventata un’esperta di personal branding e marketing digitale?

Lavoravo in una agenzia pubblicitaria dove imparavo a gestire i social media per le aziende sanitarie. Ma era difficile, all’epoca non c’erano indicazioni online su come fare e più cercavo informazioni e più mi rendevo conto che c’erano altri modi per utilizzare i social network. Così ho iniziato a andare in giro tenendo conferenze e talk su questo argomento e più ne parlavo e più la gente mi ascoltava seguendo i miei consigli. Poi l’azienda per cui lavoravo venne acquista da un’azienda sanitaria pubblica americana molto importante. E mi resi conto che le persone più preparate, quelle che lavoravano anche più intensamente, quelle più capaci, non venivano ascoltate. E questo dipendeva soprattutto dal fatto che i vertici dell’azienda non avevano idea di chi fossero: avevano assunto queste persone fantastiche e poi se n’erano dimenticati. Così andai da quello che sarebbe diventato il co-fondatore dell’agenzia e gli dissi che se avessimo dato loro la possibilità di dimostrare quanto valevano, ne avremmo tratto tutti beneficio: fu in questo modo che fondammo una nuova agenzia con nuove persone, che avevano la possibilità di avere una vita e una carriera più soddisfacente.

Il mondo di cui fai parte è un mondo maschile. Come ti senti a essere una delle poche donne che gode di questa reputazione? Sei stata nominata tra i migliori esperti di personal branding nel 2017 da “Entrepreneur” e il tuo nome è tra i primi 50 marketer su SnapChat di “Mashable”. Inoltre “Tenfold Research” ti indica tra le donne più influenti nel mondo degli affari.

Quando ho cominciato la situazione era molto più difficile. Il tono dei commenti dei colleghi – maschi – era “ah beata te che devi solo stare lì e apparire carina e sorridente, mentre noi dobbiamo fare il lavoro più duro”. Oppure ci mettevano sul palco durante i panel solo perché così c’era almeno una donna. Adesso le cose stanno migliorando. Certo, ci sono ancora enormi differenze tra paese e paese: per esempio, negli Usa c’è ancora un livello di competizione molto alto.

Cinque consigli per chi vuole dedicarsi al personal branding?

La prima cosa da fare è cercare il proprio nome online e rimuovere ciò che risulta vecchio o indesiderato: se tu puoi trovare informazioni online su di te che non vorresti trovare, allora le possono vedere anche gli altri. Secondo consiglio: controllare scrupolosamente tutte le impostazioni di sicurezza dei propri account social, compresi Yelp e Amazon, dove magari hai rilasciato recensioni che neanche più ricordi. Il terzo suggerimento è di scegliere una sola piattaforma su cui concentrare il proprio tempo: se si prova a stare ovunque si rischia di stufarsi in fretta e di non fare un buon lavoro. Una volta che poi si è diventati davvero forti su un social media, si può pensare di passare a un altro. È stancante stare su tutti i social media, meglio sceglierne uno e curarlo il più possibile, con costanza. La quarta cosa da fare è indirizzare i contenuti verso un pubblico specifico. All’inizio troverai persone esattamente come te e confrontarti con loro può essere un ottimo modo per informarti. Dedicare tempo allo scambio di contenuti con i propri followers permettere di diventare esperti di quel settore, ma bisogna stare attenti che i propri contenuti siano orientati verso ciò che si vuole di fare. Quindi, se parli continuamente di cibo sarai visto solo da persone che sono interessate a quel tema. Ma se stai cercando di costruirti una carriera al di fuori dell’industria alimentare, prova a cambiare l’argomento di conversazione e a modificare i contenuti. Infine, ricordarsi sempre che nessuno è perfetto. Non si può stare online 24 ore al giorno: non c’è bisogno di twittare alle due di notte, probabilmente nessuno ti leggerà o, peggio, correrai il rischio di non essere compreso appieno. Se nasce una incomprensione con qualcuno che ti segue, occupatene. Non ignorarla.

Qual è la cosa più importante in assoluto per ottenere risultati nel campo del personal branding?

Capire perché lo stai facendo. Qual è il tuo scopo. Molti vogliono diventare influencer e potenzialmente tutti possiamo esserlo. Ma influencer di cosa? Se non capisci e stabilisci questo, inutile provarci. Una volta deciso questo, bisogna mettere dei piccoli obiettivi lungo il percorso per arrivare al risultato finale.

Tu hai oltre 1,09 milioni di followers su Twitter e 60.600 su Instagram. Ma su Facebook ci sono solo 1.800 persone che seguono la tua pagina. Come mai? Pensi che Facebook sia meno adatto per il personal branding?

Per me Facebook è un posto personale, ci vado perché voglio connettermi con le persone a un livello più intimo. Prima lo usavo per lavoro ma a un certo punto mi sono resa conto che anche mia nonna mi parlava del mio lavoro! Allora ho smesso, volevo usare quel social network in modo diverso, mi sembrava di star perdendo il lato umano, così mi sono focalizzata su altre piattaforme. In questo modo, ho diversificato: chi mi segue su Facebook è più interessato a me e alla mia vita, mentre chi mi segue altrove lo fa perché vuole rimanere aggiornato dal punto di vista professionale. Detto questo, non credo che Facebook stia perdendo il suo fascino, è solo diventato un tool più complicato. Sta diventando più una tv che un social network.

Qual è la parte più difficile del tuo lavoro? Quante ore al giorno lavori?

Questa è una domanda complicata. La parte più difficile del mio lavoro è gestire le aspettative, di tutti: le mie, quelle dei miei clienti, dei dipendenti, quelle della mia famiglia… Per questo è fondamentale chiarire sin da subito in quanto tempo si riesce a realizzare un progetto. Spesso le persone hanno un’idea sbagliata di ciò di cui si è in grado di fare senza rendersi conto di quanto tempo ci sia voluto per arrivarci. Per quanto riguarda le ore di lavoro, dipende. Probabilmente lavoro più di quanto dovrei. C’è questa idea che si debba lavorare otto ore per produrre effettivamente per otto ore. Ma in realtà lavori per otto ma hai prodotto per sei. Quindi lavoro fino a che sono motivata.