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1 Maggio 2019

1 maggio, sul lavoro un vuoto da colmare

Fabio Insenga

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Primo maggio, festa dei lavoratori. Anche quest’anno, però, sono in pochi quelli che possono veramente festeggiare. Sono i lavoratori che sono ancora garantiti e che non vedono a rischio il loro posto di lavoro. Sono diventati una minoranza che va sempre più assottigliandosi. Gli altri, e sono la maggior parte, vivono condizioni peggiorate, prospettive ridimensionate, percorsi in declino o comunque posizioni di difesa. Senza dimenticare chi un lavoro non ce l’ha più, o non riesce a trovarlo, o ha perfino smesso di cercarlo. 

Si finisce facilmente nella melma della retorica parlando di lavoro. Soprattutto in giornate come questa. Ma non si può ignorare che la profonda trasformazione in atto, economica, tecnologica e culturale, ha presentato un conto pesante da saldare. E ci sono alcune generazioni, soprattutto i 40-60enni, che non hanno avuto neanche il tempo di metabolizzare un approccio diverso al mondo del lavoro. Hanno iniziato a lavorare muovendosi in un paradigma – posto di lavoro fisso, anni che passano, salario che cresce – che oggi non c’è più, o quasi. I più giovani sono invece flessibili, e precari, dalla nascita. Sanno cosa vuol dire essere un ingranaggio temporaneo di una macchina che continua a girare solo finché c’è mercato. 

Perché si è arrivati a questo? Un cambiamento così radicale poteva essere gestito in maniera diversa? Sicuramente sì. Le responsabilità sono di governi, imprese (a partire da Confindustria) e sindacati (a partire da Cgil, Cisl e Uil) che potevano fare meglio nei rispettivi ruoli. 

Oggi, è arrivato il momento di pretendere, da tutti, un cambio di prospettiva. Invece di festeggiare il lavoro per quello che è stato, è ora di pensare a cosa è diventato e a quello che potrà essere. Capire quale potrà essere lo status del lavoratore, come mettere insieme diritti, garanzie e produttività, come far coesistere innovazione e nuovo lavoro: questa dovrebbe essere la priorità per tutti, una vera e propria ossessione intorno alla quale costruire una prospettiva di sviluppo.

Partiti e governi dovrebbero misurarsi e sfidarsi per trovare risposte, indicare una strada e iniziare un percorso credibile. Eppure, il grande assente di questi mesi è proprio il lavoro. Tra reddito di cittadinanza (misura socialmente utile ma che difficilmente potrà creare lavoro), quota 100 (più pensionati e meno lavoratori senza nessuna garanzia di turn over) e flat tax (fisco che non incide sul costo del lavoro), c’è un vuoto da colmare.

Lo scontro tra chi vorrebbe un mercato senza regole e chi difende l’indifendibile ha prodotto macerie. Per ricostruire, per ridare dignità al lavoro, serve ancora la politica e servono ancora i corpi intermedi. Ma serve anche il coraggio di capire il cambiamento, di scommettere ancora sulla centralità del lavoratore e di cercare soluzioni diverse da quelle acquisite e difese nel secolo scorso. 

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