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17 Agosto 2019

Big data in sanità, opportunità e rischi di una rivoluzione

Francesco Chierchia

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I Big Data in sanità si riferiscono a grandi set di dati raccolti periodicamente o automaticamente, che vengono archiviati elettronicamente e riutilizzati allo scopo di migliorare le prestazioni del sistema sanitario”. Nel 2016 la Commissione Europea, all’interno del report “Study on Big Data in Public Health, Telemedine and Healthcare”, spiegava così i vantaggi derivanti dal potenziale utilizzo dei big data nel settore sanitario. A distanza di tre anni però, i passi avanti sul tema sono stati inferiori alle attese, e gli indirizzi di ottimizzazione della catena sanitaria e di sviluppo di strumenti smart per la gestione dei percorsi clinici dei cittadini si sono scontrati con la mancanza di tecnologie ed approcci analitici adeguati. Gli utilizzi innovativi di enormi volumi di dati – in termini di dimensioni, velocità e varietà – offrirebbero molteplici opportunità di miglioramento delle dinamiche di funzionamento della sanità nazionale, ma nascondono al contempo criticità e rischi di non facile gestione. Ne parla Valerio Pastore, Founder e Chief Software di Boole Server, azienda italiana leader nella protezione dei dati.

Quali potrebbero essere i vantaggi derivanti dall’utilizzo dei big data nel settore sanitario?

Pensando all’uso dei big data nel settore sanitario direi che si possono dividere, innanzitutto, due grandi ambiti: quello che riguarda il singolo paziente, con una medicina personalizzata così come l’assistenza farmaceutica, e quello che riguarda la gestione sempre più efficace dei sistemi sanitari nel loro complesso. I vantaggi possono andare dal monitoraggio in tempo reale dei tempi di attesa per visite, esami, accertamenti all’implementazione continua dei servizi offerti dai CUP. Ma soprattutto si potrebbe finalmente passare alla tanto attesa sanità predittiva e preventiva. Molti dati sono già disponibili, ma non sempre sono adeguatamente connessi tra loro e, soprattutto, non sempre lo sono in modo “blindato” per quanto riguarda la sicurezza dei dati stessi. Dobbiamo sempre preoccuparci che questi potenziali vantaggi non abbiano, sull’altro piatto della bilancia, un allentamento dell’attenzione verso la tutela della privacy.

 A fronte di tanti aspetti positivi, per un utilizzo corretto della tecnologia sarà necessario ripensare i modelli organizzativi del settore? 

Prima di tutto direi che servirebbe prendere consapevolezza delle potenzialità ma anche dei rischi che ci potrebbero essere nel caso in cui la raccolta, la conservazione e la gestione di questi dati non dovesse avvenire nella piena sicurezza. Poi credo che, una volta diffusa questa consapevolezza, la necessità di ripensare i modelli organizzativi sia una logica conseguenza, verrà da sé. Importante, però, è che questa “re-ingegnerizzazione” dei processi sia costruita con precisione intorno alle singole realtà, alle diverse professionalità coinvolte, e non sia semplicemente un “copia-incolla” di esperienze esterne magari non perfettamente allineate alle necessità. Tutto ciò, forse è scontato dirlo, dipende molto dalla sensibilità dimostrata da coloro che ricoprono ruoli di vertice nelle strutture e nelle istituzioni.

Anche dal punto di vista strettamente professionale potrebbe essere necessaria la formazione delle diverse figure operative. Qual è lo stato dell’arte sul tema?

Direi estremamente variegato, sia tra i diversi sistemi regionali sia, all’interno delle singole Regioni, tra le diverse strutture, siano pubbliche o private. Sicuramente opportuna sarebbe una formazione a tutte le figure operative – dai medici agli infermieri, dagli assistenti tecnici ai direttori, a coloro che lavorano a diretto contatto con l’utenza presso i centri unici di prenotazione – una formazione che dovrebbe essere pensata, però, in modo specifico per ognuno, sulla base dei dati che i singoli si trovano a raccogliere e gestire. Ovviamente questa formazione mirata si dovrebbe strettamente legare ai nuovi modelli organizzativi di cui si parlava prima.

Quali sono i principali ostacoli alla penetrazione dei big data nelle dinamiche sanitarie?

Gli ostacoli sono innanzitutto strutturali e gestionali. Al momento, infatti, direi che manca un’infrastruttura tecnologica, sicura e a disposizione di tutti, che sia in grado di immagazzinare e catalogare in modo efficiente ed efficace i big data sanitari dei cittadini, di mettere in Rete, con il massimo della sicurezza, questi vari dati, agevolando così il lavoro dei diversi operatori.  Un raccordo tra le diverse Regioni – ognuna responsabile del proprio sistema sanitario – sarebbe, inoltre, un elemento facilitatore per superare alcuni ostacoli, mettendo a fattor comune best practices e difficoltà incontrate.  Inoltre, come già detto, un ostacolo credo risieda sicuramente nella mancata e adeguata formazione dei diversi operatori. Questo è un aspetto cruciale sia sotto il profilo dell’efficientamento del sistema, sia per la sicurezza e la tutela dei dati dei pazienti dalla quale la digitalizzazione del settore informativo sanitario non può e non deve prescindere.  Inutile dire che per la realizzazione di quanto detto c’è bisogno di uno sforzo anche in termini di investimenti economici che il sistema sanitario italiano potrebbe non essere in grado di sostenere.

In termini di sicurezza la “salute” economica del sistema sanitario non sembra essere ottima. Quali potrebbero essere i maggiori rischi in tema cybersecurity?

È facile comprendere il livello di sensibilità dei dati sanitari, la loro tutela e sicurezza deve infatti essere prioritaria. I rischi dal punto di vista della cybersecurity possono essere molteplici: innanzitutto per la salute stessa dei cittadini nei casi in cui, per esempio, i dati di diagnosi e le relative cure venissero modificati e alterati mettendo in pericolo il paziente esposto così a dosaggi e cure errate. C’è poi il rischio di manomissione dei dispositivi medici elettronici vitali, immagini cosa potrebbe succedere nel caso in cui i pacemaker, le protesi bioniche o altri dispositivi simili venissero infettati da virus malevoli durante la fase di aggiornamento, quando appunto questi strumenti sono necessariamente collegati alla rete e sono quindi più esposti ad attacchi informatici che potrebbero causare anomalie o addirittura la perdita dei dati in essi contenuti. Non dimentichiamoci, infine, l’attacco ransomware che nel 2017 ha colpito anche il sistema sanitario nazionale britannico con conseguente cancellazione delle operazioni meno urgenti e la deviazione delle altre presso strutture non colpite.  C’è poi il rischio relativo alla violazione della privacy dei pazienti, nel caso in cui i dati conservati nel sistema informativo sanitario venissero diffusi e resi pubblici illecitamente.

Di quali soluzioni si avrebbe bisogno per garantire un perfetto bilanciamento tra tecnologia e sicurezza, digitale e fisica, dei pazienti?

Le soluzioni per garantire un equilibrio tra tecnologia e sicurezza non possono che arrivare dalla combinazione sempre più personalizzata tra Intelligenza Artificiale e fattore umano. Questo genere di tecnologia applicata anche al sistema sanitario permetterebbe, infatti, di aiutare gli operatori a prevenire e rilevare eventuali attacchi alla rete, malfunzionamenti o anomalie dei dispositivi, intrusioni o quant’altro potrebbe mettere a rischio la sicurezza e la salute dei pazienti, garantendo al personale incaricato – che deve essere stato adeguatamente formato – una pronta risposta a tutela dei dati e della salute dei cittadini.  Il fattore umano, nel settore sanitario forse più che in ogni altro, gioca sempre un ruolo di primaria importanza.

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