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Liberi professionisti, una scelta che paga?

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Liberi professionisti. Un esercito in crescita, nonostante le condizioni di lavoro e quelle fiscali non siano sempre favorevoli. Ne parla Gaetano Stella, Presidente di Confprofessioni.

Ci parli di BeProf, la prima piattaforma digitale dedicata a tutti i liberi professionisti

BeProf è la prima piattaforma digitale progettata per rispondere alla crescente domanda di welfare e di servizi personalizzati degli oltre 1,4 milioni di liberi professionisti in Italia. Da anni lavoriamo per creare un sistema di welfare universale aperto a tutto il mondo professionale italiano e in questo ambito abbiamo maturato un’esperienza pluridecennale, che discende dalla continua evoluzione del Contratto collettivo nazionale degli studi professionali di Confprofessioni. Nel 2015, alla sanità integrativa e alle prestazioni socio-sanitarie erogate ai dipendenti degli studi e alle loro famiglie, abbiamo aperto il sistema del welfare contrattuale anche ai datori di lavoro-titolari degli studi, attraverso una gestione autonoma, chiamata appunto Gestione Professionisti, che soddisfa un ampio bacino dell’universo professionale. Ma non tutto. Dovevamo e potevamo fare di più, soprattutto per quella platea di professionisti che non hanno dipendenti, per i giovani che si affacciano alla libera professione, per il popolo delle Partite Iva, per tutti quei soggetti più deboli del sistema professionale che faticano ad accedere a forme di tutele e di welfare.

Che ruolo ha avuto la trasformazione digitale?

L’idea di BeProf nasce sulle ali dell’entusiasmo della digitalizzazione. Mentre una buona parte del sistema professionale guardava con una certa apprensione l’avvento delle tecnologie digitali, Confprofessioni aveva già cominciato a progettare una App che potesse incrociare le tutele di welfare, già codificate all’interno del Ccnl degli studi professionali, con le soluzioni più innovative rese disponibili dalla digitalizzazione, con l’obiettivo di estenderle a tutto il mondo professionale, senza alcuna distinzione. Una scommessa avvincente e complessa al tempo stesso. Il progetto BeProf è stato accolto con grande interesse dai partner storici di Confprofessioni: Unicredit, Unisalute, Gruppo Zucchetti, cui se ne sono aggiunti molti altri, altrettanto prestigiosi, come Il Sole 24 Ore/Radiocor, Italpress, SìSalute, Deliveroo e tanti altri ancora. E oggi BeProf, in versione App o desktop, è una risorsa utile e gratuita che permette di accedere a un’ampia gamma di prestazioni di sanità integrativa e di servizi, a condizioni estremamente vantaggiose, cuciti su misura delle reali esigenze dei professionisti e dei lavoratori autonomi.

Cosa pensa del Jobs Act degli autonomi? Cosa funziona e cosa no?

Il lancio di BeProf arriva in un momento molto particolare per i professionisti e per i lavoratori autonomi. Migliaia di professionisti, infatti, non potranno più accedere alle forme di tutela previste dalle deleghe contenute nel cosiddetto Jobs act del lavoro autonomo che sono scadute. In questo senso l’idea di estendere le garanzie di welfare contrattuale a tutti i professionisti non è più un’opportunità, ma per noi diventa quasi un obbligo morale. Quando entrò in vigore il decreto legislativo 81/2017, l’intero sistema professionale italiano tirò un respiro di sollievo. Il cosiddetto Jobs Act degli autonomi apriva la strada dei diritti e delle tutele per migliaia di professionisti colpiti pesantemente della crisi economica. Su quel provvedimento Confprofessioni ha investito molto e grazie al pressing continuo su Governo e Parlamento ha contribuito a regolamentare un settore troppo spesso dimenticato dalla classe politica. A distanza di tre anni dal varo della legge, oggi il Jobs Act del lavoro autonomo è un provvedimento zoppo: operativo solo a metà e limitatamente alle disposizioni auto applicative, perché tutte e quattro le deleghe contenute nel provvedimento, come dicevo poco fa, sono ormai scadute. E parliamo di aspetti rilevanti per la vita di migliaia di professionisti e partite Iva: sussidiarietà dei professionisti nelle funzioni pubbliche; rafforzamento delle misure di sicurezza e protezione sociale; incremento delle prestazioni sociali (maternità e indennità di malattia) per gli iscritti alla gestione separata Inps; semplificazione della delicata materia della salute e sicurezza dei lavoratori applicabili agli studi professionali.

Lavoro autonomo e tutele. Come state agendo riguardo alle deleghe scadute?

Il dialogo con le istituzioni politiche procede a ritmi serrati, ma è chiaro che in assenza di nuovi interventi del Governo o del Parlamento che possano colmare le lacune del Jobs act degli autonomi dovremo trovare soluzioni alternative e in tempi rapidi. In questo senso si sta muovendo il Cnel, attraverso la Consulta sul lavoro autonomo che coordino e che comprende sia le professioni ordinistiche che quelle non ordinistiche. In queste settimane, stiamo completando il lavoro su una proposta di legge che contiene una serie di misure che spaziano dall’indennità di maternità per le professioniste agli interventi di sostegno in caso di calo dei redditi anche per i professionisti, fino agli incentivi fiscali in grado di promuovere le coperture sanitarie integrative.

Equo compenso. Qual è la situazione e cosa chiedete al Governo?

L’equo compenso assomiglia sempre più al supplizio di Tantalo: appena ci si avvicina al principio sacrosanto di veder riconosciuto il valore economico di una prestazione professionale, l’equo compenso scompare in qualche cassetto della politica. Tutte le forze politiche a parole sostengono le ragioni di un giusto compenso per le prestazioni rese dai professionisti soprattutto verso la Pubblica Amministrazione, ma al momento di approvare le correzioni alla norma introdotta con il decreto fiscale del 2017 non si trova mai lo strumento normativo adatto e, quindi, si va a sbattare contro il muro dell’inammissibilità. Confprofessioni ha sempre sostenuto la validità dell’equo compenso. Una legge dello Stato, ma molto spesso disapplicata dalla stessa Pubblica Amministrazione che, a più riprese, propone bandi a titolo gratuito o incarichi professionali il cui compenso non è commisurato alla quantità e qualità della prestazione professionale richiesta. Alla fine dello scorso anno abbiamo insistito, affinché le modifiche alla legge sull’equo compenso venissero inserite all’interno della legge di Bilancio. Nulla. Ancora oggi abbiamo chiesto che venisse inserito un emendamento all’interno del decreto Milleproroghe, per disciplinare la nullità dei bandi gratuiti della Pubblica Amministrazione e riconoscere l’effettivo valore economico delle prestazioni professionali. Si tratta di una questione vitale per moltissimi professionisti, soprattutto dell’area tecnica già colpita da una dura crisi. Chiediamo quindi che venga definitivamente vietato alla P.A di conferire incarichi gratuiti negli appalti pubblici e di servizio. Al tempo stesso, è necessario arrivare anche a definire dei parametri di riferimento per l’equo compenso per tutte quelle professioni non regolamentate che non dispongono di criteri per la liquidazione giudiziale dei compensi.

Secondo i dati Istat i “lavoratori indipendenti sono calati dai 5.748.000 del 2009 ai 5.319.000 del 2018, con una diminuzione di quasi 430.000 unità (-7,5%), ma la componente dei ‘liberi professionisti’ è aumentata dalle 1.148.000 unità del 2009 alle 1.430.000 unità del 2018, con una crescita di oltre 280.000 unita (+24,6%). Perché?

Con poco più di 1,4 milioni unità, il settore delle libere professioni rappresenta nel 2018 oltre il 6% della forza lavoro e quasi il 27% del lavoro indipendente in Italia, in controtendenza rispetto ad altri settori. Secondo i dati Istat elaborati dall’Osservatorio libere professioni di Confprofessioni, infatti, negli ultimi 10 anni il lavoro indipendente nel suo complesso ha registrato una contrazione del 7,5%, mentre i liberi professionisti continuano a crescere. Un fenomeno che si registra anche in tutta Europa, dove la quota di professionisti è passata dai 4,8 milioni del 2009 agli oltre 5,7 milioni del 2018 (+19%). La crescita occupazionale delle libere professioni si riscontra in tutte le aree professionali, con punte che raggiungono il 53% nel settore socio-sanitario e del 38% per le professioni scientifiche. La spiegazione sembra stare in due fenomeni concomitanti: da un lato, la crisi economica e l’impatto della rivoluzione digitale che hanno investito il lavoro autonomo tradizionale, inteso nella sua accezione più ampia, composto cioè in larga misura da artigiani e commercianti, spesso con bassi livelli di studio, in età avanzata e prossimi all’uscita dal mercato del lavoro; dall’altro la sempre maggiore attrattività della scelta libero professionale per le fasce più giovani e istruite del mercato del lavoro, anche in virtù della progressiva spinta verso l’economia digitale. Non si tratta di un caso circoscritto all’Italia, perché entrambi i fenomeni – il calo dei lavoratori indipendenti e, al loro interno, la contemporanea forte crescita dei liberi professionisti – sono osservabili in tutti i paesi dell’Unione europea, seppur con diversa intensità. Una tendenza assecondata anche dell’evoluzione delle normative fiscali, come per esempio nel caso nel nostro Paese con l’introduzione del regime forfettario a partire dal 2015.

Quali professioni sono più in difficoltà e come intendete agire come Confprofessioni?

Il quadro che emerge dall’ultimo Rapporto sulle libere professioni di Confprofessioni, curato dal professor Paolo Feltrin, ci restituisce una realtà professionale estremamente polarizzata. Da un lato, alcune attività professionali continuano a manifestare perdite occupazionali, in particolare il settore delle attività commerciali, dell’edilizia e dell’amministrazione; dall’altro lato, si osservano crescite a doppia cifra per le libere professioni legate alla salute e alla cura della persona, all’informatica, al turismo, alla produzione industriale, alla finanza. Lo stesso fenomeno si riscontra anche sul fronte reddituale. Da una parte vediamo un certo numero di professioni aumentare in modo significativo i propri redditi (intermediazione, finanza, cura della persona, relazioni pubbliche…), mentre molte altre attività hanno redditi stagnanti o in calo (in particolare nel settore del commercio, dell’edilizia, dei laboratori). A ben guardare, però, si tratta di un fenomeno che va oltre le differenti aree professionali e si manifesta, con effetti profondi, anche all’interno di ogni singola professione, sia essa ordinistica o non ordinistica, con conseguenze evidenti a seconda del regime fiscale prescelto e della forma societaria adottata. Il risultato è una differenziazione dei redditi all’interno del ceto medio professionale che non ha riscontri nella storia passata e che pone un oggettivo problema di tutele e di garanzie di welfare per i redditi più bassi. Si tratta di un tema al quale Confprofessioni dedica la massima attenzione, portando avanti approfondimenti e interventi mirati in grado di offrire una sempre maggiore capacità di orientamento scolastico, specie nei riguardi dell’alta formazione universitaria e post-universitaria. In altre parole, progettare oggi la professione di domani non è una visione avveniristica, ma l’impegno di una forte rappresentanza confederale per tenere assieme l’universo professionale, individuando nuovi percorsi nel mercato del lavoro e, parallelamente, costruendo una rete di tutele universali che abbraccino gli interessi comuni tanto dei segmenti “forti” quanto di quelli più “deboli” del nostro mondo.

Esistono professioni “privilegiate” nella situazione attuale?

Parlare oggi di “professioni privilegiate” è quanto di più anacronistico si possa immaginare. Sono passati secoli dalla “foresta pietrificata” di Giuliano Amato e dalle “lenzuolate” di Pierluigi Bersani e ancora oggi i professionisti portano addosso le cicatrici di una deregulation selvaggia, che ha ridimensionato drasticamente il ceto medio del Paese. Nonostante il settore delle libere professioni anno dopo anno assuma una crescente rilevanza in termini di forza lavoro, di occupazione, di contributo alla ricchezza del Paese, la classe politica sembra restare indifferente alle esigenze di sviluppo e ammodernamento degli studi professionali. A differenza di altri settori produttivi, i liberi professionisti non possono accedere ai benefici dell’Industria 4.0, della legge “nuova Sabatini”, del credito d’imposta per ricerca e sviluppo, delle agevolazioni per start-up innovative… Abbiamo una pressione fiscale che è tra le più elevate in Europa, una burocrazia asfissiante che ostacola ogni iniziativa, barriere insormontabili per accedere al credito. La libera professione oggi non è un privilegio, ma un atto di coraggio.

Oggi “conviene” più essere un libero professionista o un lavoratore dipendente? Quali pro e contro?

Dipende da che angolatura affrontiamo la questione. Da un certo punto di vista, la libera professione è una scelta autonoma che può riservare enormi soddisfazioni professionali e personali. Ingegno, intuito, creatività sono doti intellettuali che si esaltano nel lavoro autonomo, tra ambizioni e preoccupazioni. Se, però, cambiamo prospettiva la professione può diventare un sacrificio. Che costa caro. Secondo i dati relativi alle dichiarazioni dei redditi del 2018, l’Irpef media versata dai lavoratori autonomi è di 5.091 euro, mentre i lavoratori dipendenti versano 3.927 euro. È vero che i redditi medi dei lavoratori autonomi sono più alti, ma non così alti da giustificare un prelievo Irpef del 30% in più rispetto ai dipendenti. E non è poi un mistero che il taglio del cuneo fiscale per i dipendenti sia stato finanziato in parte dalla stretta sulla flat tax delle partite Iva.

Quali sfide deve affrontare ConfProfessioni nel 2020?

Sono due i driver della crescita del sistema delle professioni in Italia: i fondi europei e la digitalizzazione. Sul primo fronte, dopo il grande risultato che abbiamo ottenuto nel 2016, oggi siamo impegnati con la programmazione 2021-2027, nella quale ci dovrà essere un adeguato spazio ai bandi rivolti ai professionisti. In questa fase cruciale, dove si stanno definendo le linee programmatiche per il prossimo settennato, stiamo puntando su digitalizzazione, internazionalizzazione, multidisciplinarietà, investimenti… La nostra presenza ai tavoli, ora nazionali e poi regionali, vuole cioè assicurare il pieno diritto dei professionisti ad accedere a questi fondi, alla pari di qualsiasi soggetto che esercita una attività economica. L’altro motore della crescita del settore professionale è la digitalizzazione. La trasformazione tecnologica e digitale è una realtà che è già entrata prepotentemente nel nostro lavoro, nei nostri studi. Ci troviamo oggi nel mezzo di una rivoluzione epocale che, attraverso i dati, le reti e il web mobile tocca tutti gli aspetti della nostra vita personale, sociale e familiare. È un fenomeno irreversibile che entra nel cuore e nella natura stessa delle professioni. Pensiamo, per esempio, agli sviluppi della telemedicina, all’impiego dei droni per raccogliere e analizzare dati di un territorio, ai programmi basati su tecnologie cognitive in grado di consultare l’intero corpo normativo, ai software che consentono l’acquisizione digitale della firma autografa, alla progettazione tridimensionale… Il processo di transizione verso l’economia digitale ci chiama a interpretare un ruolo inedito e, per certi versi, avvincente. Un percorso già tracciato dalle piattaforme online, dalla gestione dei dati digitali sui clienti. I cittadini dipendono da persone come noi per servizi essenziali come la salute e la cura dei propri figli e genitori, la salvaguardia dei propri investimenti e risparmi, la sicurezza di vivere in un ambiente sano e protetto, la certezza del diritto… Al tempo stesso, Confprofessioni vuole essere vicino ai professionisti in questo processo di grande trasformazione. Adesso anche con una semplice App.

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