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Lavoro in carcere, la scommessa di Linkem

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Buttare la chiave. Tenerli in carcere fino alla fine. Alzi la mano chi di noi non ci ha pensato almeno una volta. Ma siamo proprio sicuri che sia la cosa giusta avere questo atteggiamento? Che ne è stato della visione rieducativa e riabilitativa della pena e della coscienza giuridica valore capitale del nostro Paese? Una cultura formatasi alla luce degli scritti di Cesare Beccaria e che, almeno in teoria, dovrebbe informare i nostri codici. Esiste ancora?

Che poi si potrebbe poi anche provare a fare uno sforzo di ragionamento rispetto ad un fenomeno che, nella sua complessità ed ampiezza, è anche e soprattutto una questione economica. La questione carceraria impatta in modo significativo nel portafoglio di ciascuno di noi. Come fare a spendere meno o meglio a rendere la spesa produttiva?

Facciamo due conti. Il costo medio di un singolo detenuto, stimato dal Ministero di Grazia e giustizia; si aggira, euro più euro meno, intorno ai 150 al giorno.

Se consideriamo poi che sono in stato di detenzione nei penitenziari italiani circa 50/60000 persone all’anno, nell’insieme il costo complessivo per il bilancio dello Stato dell’intero sistema penitenziario è dunque di quasi 3 miliardi di euro.

Qualche mese fa è stato pubblicato dal Consiglio d’Europa il rapporto ‘SPACE’ sulla popolazione carceraria per il 2020 nei sistemi penitenziari nei Paesi membri.

Come rileva il Centro studi per i diritti umani dell’università di Padova che ha analizzato il rapporto, le carceri italiane sono le più sovraffollate dell’Unione europea. Alla fine del gennaio 2020 in Italia c’erano 120 detenuti per ogni 100 posti. Ed è una stima per difetto.

Il Paese sembra avere due strade per risolvere la questione del sovraffollamento. La prima è “ridurre la durata delle pene”, e la seconda è “di costruire più prigioni”, anche perché è noto che chi inizia a frequentare gli istituti di pena spesso e volentieri vi ritorna più e più volte.

Come detto, un detenuto che non lavora ha un rischio di recidiva altissimo, che si aggira intorno al 70%. Questo mentre i detenuti impiegati in lavori veri hanno una percentuale di recidiva che va dall’1 al 3%. Ovvero praticamente niente.

Ma i detenuti che svolgono un’attività vera e propria di natura professionale (pagati da un’azienda esterna e non che svolgono “lavoretti” interni al carcere) sono meno del 4%, poco più di 2000 persone su base nazionale.

Ma sono poche le occasioni che vengono offerte a una forza lavoro che potrebbe invece essere molto professionalizzata.

Piccolo spazio pubblicità: la storia di  Luigi Celeste che uccise il padre violento e ha scritto il libro “Non sarà sempre così”  è una boccata d’aria e di speranza. Leggetelo e non vi pentirete.

Ma questo avviene solo quando ci ci sono aziende che scelgono di sfidare e sfidarsi. lo ha fatto Cisco a Bollate, lo fa la cooperativa Giotto a Padova.

Ma la storia di oggi è, se possibile, anche più straordinaria. Davide Rota amministratore delegato e fondatore di Linkem ha deciso un giorno che sarebbe stato bello e redditizio investire tempo, lavoro e professionalità per creare delle realtà operative all’interno delle carceri.

rota linkem

Quindi non beneficenza o mecenatismo. Lavoro vero. E Rota ha cominciato a bussare alle porte blindate, fino a quando qualcuno lo ha ascoltato.

La prima esperienza è stata con il carcere di Lecce, dove dove Linkem ha già assunto dieci detenuti nella sezione maschile e realizzato il progetto di trasformazione digitale UNiO, il sistema di video colloqui con i familiari che consente ai detenuti di usufruire di postazioni dedicate e progettate ad hoc, tecnologia immediatamente applicabile.

E ora la seconda tappa di questo progetto. Il carcere femminile di Rebibbia dove, grazie anche all’impegno della direttrice Alessia Rampazzi, si è avviato un vero e proprio laboratorio di rework, per il ripristino di apparati di rete Internet. Entrano vecchi ed escono nuovi. Che poi è anche un po’ un messaggio di grande speranza visto che vengono affidate a persone alle quali la giustizia chiede di cambiare vita.

Un team vero e proprio guidato da una coordinatrice esterna e con 12 detenute che quotidianamente svolgono attività in un laboratorio perfettamente ristrutturato e ridipinto con maestria dalle stesse detenute.

Persone assunte esattamente come gli altri lavoratori dell’azienda. In una logica di responsabilità ed etica del lavoro particolarmente interessante e di prospettiva. Ed è un lavoro che paga le persone e produce margine. Perchè chi fa impresa sa che deve, sempre e comunque produrre valore.

Davide Rota nel presentare alle istituzioni e alla stampa il progetto ha voluto affermare che la cosa che più lo ha colpito è stata quella di “vedere un gruppo di persone che volevano costruire un posto bello dove lavorare“. Perchè ciò che è bello rimane. Sempre. E cambia la vita. E produce valore.

E infine ha lanciato un appello ai colleghi manager e imprenditori “possiamo farne altre di realtà così”. E non sbaglia. Servono solo aziende di buona visione e manager del sistema di giustizia che vogliano investire nello sviluppo delle persone. Una bella sfida. Chi la raccoglie?

 

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