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Biden e la guerra ai monopoli. Chi vincerà?

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“Il capitalismo senza competizione non è capitalismo, è sfruttamento”. Le parole di Joe Biden, sono importanti, lapidarie, dirette. Ma sono parole.

Negli ultimi giorni l’ex senatore del Delaware (il più importante paradiso fiscale “on-shore” degli USA, ci arriviamo dopo) ha siglato un documento il cui scopo dichiarato è fermare i grandi monopoli americani che, negli ultimi decenni, hanno fatto le regole del gioco in tutto il mondo occidentale, a partire dagli stessi Usa.

Il documento richiama tutte le agenzie governative al loro dovere, dando loro potere e risorse per attuare quanto richiesto. Sulla carta è tutto perfetto ma il diavolo si nasconde nei dettagli (o nei dettagli che scovano i lobbysti, come conferma il progetto JEDI del Pentagono).

Cosa vuole modificare il documento

L’ambizione del documento è tanto semplice quanto complessa. Il testo integrale lo trovate qui, si compone di 72 punti che mirano a “smontare” una serie di assunti nell’economia americana.

Si va dal diritto di riparazione dei dispositivi mobili (cosa che non piace ad Apple), all’annullamento delle pratiche scorrette dei monopoli della carne (Big Food). Dal controllo del sistema di prescrizione di farmaci (che tra l’altro ha causato la pandemia di oppioidi in Usa) alla regolazione delle tariffe di internet (in molte aree estremamente costose).

In merito alle Big Tech, il passaggio più rilevante è il riferimento al voler porre attenzione a “la dominazione delle piattaforme internet, con particolare attenzione ad acquisizioni di nascenti competitor, fusioni seriali, accumulazioni di dati, competizione sleale tramite prodotti gratis e violazione di privacy”.

Tutti elementi fondanti delle strategie di sviluppo adottate dalle Big Tech come Facebook, Google, Amazon, Apple, ecc.

A questo si aggiunge la creazione di una nuova politica sulla privacy degli utenti per proteggerli da abusi digitali delle piattaforme.

Come detto i settori inclusi sono molti ed una analisi molto interessante (precedente di qualche mese al documento ufficiale ma che, per molti versi, appare essere una sorta di “versione Alpha” dello stesso) la potete trovare qui.

I piccoli monopoli son cresciuti

Per capire il perché di questo documento è bene comprendere che i monopoli non sono nati solo per azione di singole aziende. È stato un percorso favorito da numerosi attori: politici, lobbysti, economisti, avvocati, giornalisti etc..

Differenti presidenti americani hanno contribuito alla crescita di questo fenomeno: da Nixon con il suo “get big or get out” a Reagan con la sua strategia legislativa che spianò la strada ai monopoli.

A supportare e renderlo “giustificabile” agli occhi dei normali cittadini elettori ci hanno pensato tutti i discepoli della filosofia ultraliberista dei Chicago Boys e Friedman. Dopo i politici e gli economisti, a cui si aggiungono i lobbysti e le think tank associate (e finanziate) dai monopoli, si aggiungono investitori come Buffet o Peter Thiel che, nel 2014 sulle pagine del Wall Street Journal, spiegava che “la competizione è per perdenti” e che il monopolio fa bene.

L’americano medio, ora, è un poco turbato…

La pandemia ha sferzato il globo lasciando milioni di disoccupati. Tuttavia molti monopoli (Big Pharma, Big Tech, Big Meat etc..), grazie alla pandemia, sono diventati ancor più ricchi e potenti (capaci di influenzare l’ecosistema mondiale).

Amazon, Google, Facebook erano già ricchi prima ma oggi i loro fondatori e Ceo sono oltremodo ricchi. Questo sfoggio di ricchezza ha ulteriormente esacerbato l’odio dei cittadini comuni verso i super ricchi e i loro latifondi moderni.

Super ricchi che, per aggiungere danno alla beffa, lamentano che vorrebbero pagare più tasse ma non riescono a causa del sistema fiscale americano. Il risultato è che il cittadino medio americano paga, proporzionalmente, più tasse di Bezos, Zuckerberg, Musk, Gates etc..

Se fossimo in anni tranquilli questi comportamenti sarebbero persino idolatrati dal cittadino comune. Ma in un momento come quello che si è innescato dal 2020 i cittadini/elettori sono piuttosto sensibili e nervosi.

La scelta di Biden, quindi, è sia elettorale che civile (ovvero, focalizzata al benessere comune dei cittadini); lo stesso WSJ conferma che, ora, le multinazionali hanno finito gli amici.

I cittadini e il governo americano si sono accorti che i grandi monopoli americani non sono più lo specchio del potere e la proiezione americana, né agiscono nell’interesse esclusivo degli Stati Uniti. Le multinazionali ora sono più grandi, in termine di potere, dello stesso stato e possono dettare la loro agenda.

I monopoli fanno davvero male?

La stessa Casa Bianca dice si, persino per la sicurezza nazionale. Ricerche ed esempli non mancano. Esploriamo alcuni scenari di monopoli attuali.

La pandemia di oppioidi, evento che sarebbe stato fortemente favorito da 4 grandi aziende Big Pharma, ha danneggiato milioni di americani. Le multe comminate (e pagate) alle aziende farmaceutiche hanno intaccato in misura minima la capacità economica delle stesse.

Nel mondo agricolo-alimentare (Big Meat o in Big Food) si è assistito al consolidamento dei cartelli di processatori e/o distributori al dettaglio di commodity alimentari.

I Big Food possono imporre il loro volere lungo tutta la filiera, ad ogni singolo contadino. Questo include pratiche alimentari di allevamento o coltivazione anti-etiche (Cargill), comportamenti finanziariamente onerosi (per i contadini), o pratiche sanitarie estreme: l’utilizzo intensivo di antibiotici negli allevamenti, utilizzo di sementi e pesticidi che danneggiano ambiente e/o coltivatori (caso Bayer Monsanto).

Tutti questi comportamenti hanno generato una pressione psicologica e economica, sugli allevatori associati al Big Food, sfociata in una ondata di suicidi: le associazioni agricole hanno attivato linee di prevenzione suicidi.

Le Big Tech sono le realtà cresciute rapidamente e, soprattutto durante le ultime elezioni e il Covid, hanno saputo valorizzare a pieno la capacità di elaborare dati a loro vantaggio. Gli attacchi alle Big Tech erano già cominciati sotto Trump ma con Biden si sono intensificati.

La nazione grigia…

Non è tutto bianco o nero. Dobbiamo ricordare che la crescita dei monopoli è stata anche di vantaggio per la “Pax Americana”. Vi sono alcune nazioni dove gli Stati Uniti non possono andare… ma le Big Arms si. Una nazione come la Turchia, per esempio, con armamenti pesanti made in Usa è un asset strategico per gli interessi americani nel mediterraneo.

Egualmente la censura praticata dalle Big Tech non può essere formalmente accettata dal governo, ma ha dei vantaggi non indifferenti.

Non dimentichiamo che le Big Tech americane si erano anche lanciate in una campagna vendita per diventare provider di tecnologie di censura per la Cina. Un progetto che, se avesse avuto successo, avrebbe lasciato una porta di servizio aperta (backdoor, in gergo), per il governo Usa negli affari cinesi. Lo stesso Facebook, forse spingendosi troppo in la, e sconfinando dal territorio grigio, aveva detto che senza FB gli Stati uniti sarebbero stati invasi dalle Big Tech cinesi.

Successo o fallimento?

Il successo di Biden dipende da quanto il presidente resterà in carica. Un singolo mandato non è abbastanza per ridefinire il sistema legale-finanziario americano. Ne servono due.

Biden, tuttavia, con questa firma rischia di aver firmato anche la sua condanna a morte (in senso politico si intende). Tutte le Big (Tech, Food, Insurance, Finance etc..) hanno manifestato, e senza mezze misure, il loro fermo disappunto. È plausibile pensare che Biden farà un solo mandato? È opportuno conoscere i rischi e le minacce che potrebbe dover affrontare.

Hunter Biden è una presenza molto scomoda. Durante le elezioni erano emersi vari dossier su di lui, ignorati dalla stragrande maggioranza dei vecchi media (giornali, tv, radio) salvo che dal NY Post. Tuttavia le analisi del suddetto giornale vennero rallentate, se non censurate, dai social media (Facebook e Twitter) che, allora, non facevano segreto di simpatizzare per Joe rispetto a Donald. Ora qualcuno comincia a domandarsi se il dossier Hunter non debba essere riaperto, e, soprattutto, alcuni si domandano perché nello stato del Delaware, il dossier fu ignorato… Hunter Biden continua nelle sue attività che attraggono l’attenzione… come vendere quadri a compratori che restano anonimi.

Biden è del Delaware, il più grande paradiso fiscale americano. Uno stato che ha grandemente beneficiato delle attività dei monopoli. Molti dei Big che Biden vuole colpire, hanno sede in Delaware (da Facebook in poi). È plausibile che le società che eludono il fisco grazie al Delaware possano fare pressione in qualche modo, magari in forma indiretta, per far cambiare opinione a Biden. Un precedente storico, parlando di Facebook, già esiste: in Irlanda il primo ministro si è schierato e ha dato tutto per difendere il suo paradiso fiscale e le multinazionali che lì eludevano il fisco. È possibile che un presidente originario di un paradiso fiscale sia disposto a cambiare radicalmente la natura dello stato che lo ha supportato per anni?

E poi ci sono le persone vicine a Biden. Vediamone alcuni. Il senior advisor di Biden, Steve Ricchetti (il cui figlio, fresco di laurea, è stato appena assunto al ministero del tesoro) è un lobbysta di lungo corso ed ha un fratello (Jeff, pure lui lobbysta, come segnala il WSJ).

I Ricchetti Brother si sono affrettati a chiarire che tra di loro non vi sono attività lavorative comuni e che non vi sono conflitti di interessi. Curiosamente, dopo che Steve è stato assunto da Biden, Jeff Ricchetti ha ricevuto un’infornata di nuovi clienti di primo piano e molti soldi. Parliamo di clienti come Amazon, GM, i gruppi dietro al Keystone Pipeline (un progetto poco verde che Biden vorrebbe fermare).

Non dimentichiamoci della democratica Nancy Pelosi e i suoi investimenti sulle azioni Google in prossimità dei progetti di antitrust di Biden. Oppure Bera, democratico, che elogia le nuove lobby Big Tech (e indoviniamo da dove provengono i soldi per la sua campagna). È lunga la lista dei politici che han preso soldi dai PAC (finanziati dalle Big tech).

Non dimentichiamo gli ambasciatori di Biden: Cohen, per esempio, va in Canada. Storico lobbysta di Comcast, parte dell’oligopolio del mondo media. Per una mappa completa delle persone che sono solite entrare ed uscire dagli uffici pubblici per andare nelle multinazionali (e percorso inverso) esiste un ottimo sito che li mappa tutti. Le recenti nomine di Biden hanno grandemente arricchito questi elenchi.

Ultimo, ma non meno importante, l’eredità di giudici lasciata da Trump. La maggioranza bianca, repubblicana e pro monopoli.

È plausibile che Biden correrà per un secondo mandato ma, con tutti questi ami-nemici, il 2022 sarà un anno impegnativo per lui.

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