10 Febbraio 2020

La grande (e costosa) influenza dei think tank

Enrico Verga

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Il tema Think Tank (di seguito TT), traducibile alla buona come “contenitore di pensiero”, è qualcosa che si deve affrontare, quando si parla di politica. La genesi di queste realtà è anglo-americana. Ancora oggi i TT di queste nazioni influenzano in modo considerevole il mondo occidentale, le organizzazione internazionali e, tramite le loro sedi nazionali, la politica o il pensiero pubblico di numerosi membri dell’Unione Europea. La mia riflessione sarà sui TT non italiani. Noi italiani siamo più bravi, corretti e onesti, di conseguenza casi eticamente discutibili come quelli che menzionerò di seguito non potrebbero mai accadere in Italia. C’è da aggiungere che i giochi veri si fanno in America, nel Regno Unito, con un rigurgito di TT a Bruxelles e Svizzera. Il resto è, per dirla in modo gentile, grasso che cola: sedi provinciali dirette dagli Usa o Uk, oppure cose di piccolo cabotaggio se paragonate ai flussi economici Anglo-americani e le capacità di proiezione di potere degli sponsor dei TT stessi.

Stato di fatto

In USA i TT servono il sistema politico americano in un modo peculiare, quasi interstiziale. In teoria sono il ponte che collega il mondo accademico (che vive di teorie e ricerche) con quello politico (che necessita di visioni operative ma con una base solida di ricerca). In realtà un TT ben connesso può anche svolgere compiti molto operativi: scrivere le leggi, riempire le posizioni burocratiche vuote con personale competente (o presunto tale dalla società). I TT sono anche ottimi fornitori di ospiti per convegni, conferenze, talk show, autori di libri e opinion leader che scrivono su testate nazionali o internazionali. Di fatto, sono coloro che guidano molte delle scelte politiche americane, il caso Obama, ben spiegato sul WSJ, rende l’idea. Malgrado questo potere, la presenza e l’attività dei TT è pressoché ignorata al di fuori di Washington. Se vogliamo mappare i principali TT americani dobbiamo far riferimento al Think Tanks and Civil Societies Program della Università della Pennsylvania. Ogni anno questo istituto traccia e mette in ordine d’importanza per genere, nazione, area di competenza (e molti altri indici) i TT. Nei soli USA, secondo questa classifica, ci sono 1872 TT, raddoppiate dal 1980.  Esploriamo quindi il mondo dei TT partendo dal presupposto che sono uno strumento utile per la società civile e le aziende, ma non necessariamente entità così neutrali come spesso si crede.

Mi paghi quindi penso

Qualcuno dovrà pur sfamare i pensatori. Senza scadere in facili teorie complottiste, i TT sono sponsorizzate (il termine inglese di solito è funding, cioè “ricevere o raccogliere fondi) da aziende, governi e altre istituzioni. Va da sé che se io (committente e/o sponsor) ti pago e ti mantengo tu (TT), per buon senso, eviterai di parlare male di me. Ovviamente questo percorso logico non sempre è cosi dichiarato. Diciamo che più spesso sotto inteso. Coloro che lavorano in un TT di solito sostengono che i soldi che entrano nell’istituzione non influenzano in alcun modo la ricerca. In verità, spesso, i soldi che arrivano hanno una ‘etichetta’ che dice per cosa servono e cosa viene richiesto in cambio.

Il Caso

Dal 2013 in poi il New York Times ha collezionato e pubblicato numerosi documenti che testimoniano come uno delle più credibili think tank americani, il Brookings Institution, tallonasse stretto JP Morgan (una delle più famose banche d’affari) per un progetto di co-branding del valore di 10 milioni di dollari. Il corrispettivo per questa somma erano i servizi offerti dalla think tank, come si può leggere dai documenti nel link, erano numerosi: organizzazione di conferenze, eventi media, membri della azienda che diventano senior fellow (con tutta la credibilità che esso implica). Tutte attività per cui un organo prestigioso come il Brookings Institution ‘prestava’, se cosi possiamo dire, la sua credibilità e influenza, per supportare gli interessi di uno dei suoi potenziali donatori. Non si discute in questo caso se l’atto sia o meno legale. È tuttavia rilevante documentare che tale “spendibilità” delle think tank è una prassi consolidata, più che un’eccezione. Sulla stessa scia di accordi troviamo Microsoft, Hitachi, KKR.

Penso quindi vado sui social

I TT sono un perfetto bacino per i media. Come dai documenti sopra in link, nel mondo digitale non è più necessario essere presente sui vecchi media: tv e giornali ancora tengono bene (soprattutto per le vecchie generazioni di cittadini/elettori/consumatori A-social) ma per le nuove generazione i social sono perfetti. Ovviamente anche in questo caso un TT ha il mandato (o il desiderio) di voler supportare, con documenti e interventi più o meno strutturati, i suoi committenti. I social attuali offrono una soluzione ancora più valida, rispetto ai vecchi media. Fondamentalmente con un account su Twitter o Facebook (le piattaforme più utili, in occidente, per raggiungere un pubblico “non professionista”) si possono ottenere, se ben strutturato, una serie di effetti di “camere di eco” che possono surclassare i media tradizionali. Anzi gli stessi media, in cerca di dati, possono “adottare” velocemente sui social i materiali proposti dal TT che, in quanto autorevole, si presenta perfetta come fonte di informazioni utili e accreditate.

Il Caso

The Heritage foundation è uno dei più antichi TT. Come lo stesso sito della organizzazione conferma, sono una delle istituzioni più attive sui social. Per questo è doveroso un plauso. Ma è la loro attività sui social che desta curiosità. Tra i tweet che lanciano numerosi sembravano supportare una sorta di campagna (o semplice linea di pensiero) sui cambiamenti climatici: non si nega che un cambiamento climatico stia avendo luogo ma si evidenzia che il collegamento causa-effetto con l’attività umana e, magari, l’utilizzo di carburanti fossili, è tutto da provare. Questo tweet rende l’idea (uno dei tanti), cito traducendo il messaggio che dice: “nel 1970 agli americani venne detto che si andava verso una crisi di raffreddamento globale. Quando non è successo ci hanno detto che intere nazioni sarebbero state sott’acqua entro il 2000 se non fermavamo il riscaldamento globale. A dispetto dei fallimentari allarmismi di un’apocalisse, i catastrofisti del #climatechange prosperano”. Intendiamoci, nulla vieta a un TT di avere un’opinione, per quanto in contrasto con Greta (che ai tempi ancora non era ancora famosa). Diventa tuttavia preoccupante quando un senatore americano (Sheldon Whitehouse) va in tv ed espone al pubblico, con l’hashtag #webofdenial e #timetocallout, una rete di TT che supportano, sponsorizzate da aziende fossili, una tesi secondo cui il cambiamento climatico non sia così legato ai carburanti fossili. Ovviamente i due hashtag, nel 2016, diventano subito virali e vengono ripresi dai media tradizionali come Fox tv.  Tra i TT riportati dai servizi giornalistici dell’epoca c’era anche the Heritange Institution (di cui si può leggere poco sopra il lodevole tweet neutrale)

Penso quindi i lobbysti mi (ab)-usano

Il rapporto tra TT e agenzie di lobby è piuttosto storico. Il lobbysta è un “animale” che necessita sempre di influenzare qualcuno, ovviamente per il bene dell’umanità (e del suo cliente). L’attività di un lobbysta si esercita nel dialogo con il politico ma, spesso, richiede anche approcci asimmetrici. La credibilità è una cosa che il lobbysta anela ma, dato che il suo lavoro si svolge spesso sotto i radar, è necessario che qualcuno possa meglio esplicitare e diffondere, grazie ad una elevata credibilità e neutralità (sigh!) il pensiero di un lobbysta (o meglio ancora del cliente del lobbysta).

Il Caso

Ian Brzesinski, figlio del famoso Zbigniew Kazimierz Brzezinski, è fellow del prestigioso Atlantic Council. Un TT con una passione per le attività euro-Atlantiche. Nel 2011 Ian fonda la sua agenzia di lobby: il Brzezinski Group. La sua agenzia di lobby, all’epoca, ha 2 clienti: Grupa LOTOS S.A., una compagnia petrolifera Polacca, e Central Europe Energy Partners (Ceep), una Ngo di cui Grupa LOTOS è membro fondatore. I suoi clienti lo pagano $101.000 per fare lobby sul governo USA in merito a un progetto che Grupa LOTOS sta sviluppando in Polonia. Nello specifico l’utilizzo di caverne di sale per progetti petroliferi. Lo stesso anno Ian parla a una conferenza in Polonia co-sponsorizzata dalla CeeP. Sull’agenda è indicato come fellow dell’Atlantic Council per parlare dell’importanza delle caverne di sale. Nella sua discussione affronta il tema della necessità che il modello di riserve strategiche polacche segua quello usato dagli americani, e sostiene che il progetto di giacimenti di riserve strategiche nelle caverne di sale della Grupa LOTOS sia valido per immagazzinare riserve di Gas e petrolio. I casi della vita.

I politici non pensano, quindi penso io per loro

I politici sono persone che sacrificano la loro vita lavorativa e privata a totale vantaggio della collettività. Questo è risaputo. Quello che a volte si dimentica è che un politico/a dovendo dare tanto si esaurisce. Alcuni suggeriscono che i politici siano dei catalizzatori del consenso del popolo, ma, forse perché drenati di energie mentali dallo sforzo di farsi eleggere, a volte sono un poco “scarichi”. Il grave rischio che può interessare un politico è che resti a corto di piani operativi. Fortunatamente i politici possono usare i TT e i pensatori che le vivono e prosperano, come contenitore di valide e neutrali idee per far crescere la nazione e il popolo sovrano.

Il Caso

Nel 1980 il presidente Ronald Reagan e il suo staff andarono a fare due chiacchere con la Heritage Foundation. Gentilmente questo TT mise insieme un documento di 2000 proposte politiche operative (conosciuto come Mandate for Leadership). Il 60% circa di queste proposte vennero utilizzate da Reagan nei successivi 8 anni del suo mandato. Per onestà intellettuale si ricorda che non fu solo la Heritage ad aiutare il presidente Reagan. Il rapporto politico “The United States in the 1980” edito dal Hoover Institution fu così interessante per il presidente che 17 dei contributori del rapporto vennero assunti a lavorare con Reagan. L’amore per i TT si esplicitò anche con una terza entità, l’American Enterprise Institute. Nel 1988 Reagan disse: “oggi i più validi ricercatori americani provengono dalle nostre Think Tank, e nessuna Think Tank è più influente dell’American Enterprise Institute”.

Un famoso politico italiano disse: “a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si indovina”. Chissà se i Think Tank pensano male…

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