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Il Papa, l’infermiere del Gemelli e la gratitudine

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Papa infermiere

”Un infermiere mi ha salvato la vita. E questa è la seconda volta che accade”. Quando siamo costretti a fare i conti con la nostra fragilità, diventiamo sensibili all’attenzione e alla passione di quanti hanno dedicato la propria vita al prendersi cura.

Così non stupisce il desiderio di ringraziare pubblicamente gli operatori sanitari che, a nostro parere, hanno fatto la differenza nel nostro percorso dalla malattia alla ritrovata salute.

In questo caso a raccontare la propria esperienza è stato lo stesso Papa Francesco, alla radio spagnola Cope, parlando dell’intervento chirurgico al colon al quale è stato sottoposto a luglio. E così il sentimento di gratitudine di un singolo paziente acquista un’eco planetaria.

Ma che cosa è successo? Rispondendo alla domanda ‘Come sta?’, Bergoglio ha spiegato: “Mi ha salvato la vita un infermiere, un uomo con molta esperienza. È la seconda volta nella mia vita che un infermiere mi salva la vita. La prima è stata nell’anno ’57”. Non la Divina Provvidenza, ma un infermiere “con molta esperienza” del Policlinico Gemelli, il Vaticano 3, come Papa Giovanni Paolo II aveva ribattezzato affettuosamente la struttura sanitaria.

Un riconoscimento che ha colpito la categoria, sottoposta in questi mesi – insieme a medici e altri sanitari – all’attacco e alle aspre critiche dei no vax. E costretta a turni massacranti, non solo per Covid-19 ma per via del ‘nodo’ irrisolto della carenza di infermieri, fondamentali per il buon funzionamento dei reparti.

“Il personale infermieristico non ha mai lasciato solo il Papa per tutto il suo periodo di degenza al Gemelli. Oggi le sue parole nei nostri confronti sono di estremo piacere e un riconoscimento alla professionalità. Il fatto che una figura di altissimo profilo come il Santo Padre riconosca che la salute-sanità non è più solo un fatto clinico ma di grande importanza anche a livello assistenziale è di enorme importanza. Questo anche da un punto di vista epidemiologico: è ormai dimostrato che una volta avvenuto l’inquadramento clinico del paziente da parte del medico, la parte fondamentale è il suo monitoraggio e la sua assistenza”, ha commentato all’Adnkronos Salute Maurizio Zega, presidente Opi (l’Ordine degli infermieri) di Roma e provincia.

Di certo fa riflettere la parabola degli operatori sanitari italiani, in prima linea per mesi contro Covid-19: prima celebrati come eroi, poi criticati, sbeffeggiati, insultati sui social e finanche aggrediti da pazienti e familiari. Basta poco per scatenare la violenza: l’attesa, un responso indesiderato, una terapia non condivisa, la paura.

Ascolto, dialogo e rispetto sono elementi indispensabili nel percorso di cura, e devono essere presenti da entrambe le parti: pazienti e operatori sanitari. Solo così si potrà avviare un processo davvero efficace.

La memoria dell’assistenza ricevuta, e la gratitudine di Papa Francesco, sono come un balsamo per una categoria troppe volte – a torto – dimenticata.