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Test Covid, Ghignoni (Diasorin): ecco dove sta andando la ricerca

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Con l’estensione dell’obbligo di green pass i tamponi sono tornati alla ribalta. Ma la pandemia ha inciso su tutto il settore della diagnostica, rivelatosi all’improvviso strategico. L’analisi di Giorgio Ghignoni, Corporate vice president scientific affairs di DiaSorin. La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di novembre 2021.

Il dibattito sul green pass rilancia la questione dei test diagnostici anti-Covid. Mal al di là della stretta attualità, l’Italia ha molto da dire in tema di diagnostica: vanta infatti eccellenze riconosciute a livello internazionale. Ma dove sta andando la ricerca in questo settore? Ne abbiamo voluto parlare con Giorgio Ghignoni, Corporate vice president scientific affairs di DiaSorin, gruppo italiano leader mondiale nel campo della diagnostica.

Cosa ci ha insegnato la pandemia sul valore dell’analisi di laboratorio?

La diagnostica è emersa come un asset strategico non solo per il sistema salute, ma anche per il Paese nel suo complesso. La pandemia da Covid-19 ha infatti reso consapevole il mondo delle istituzioni del valore della diagnostica, e questo ha posto il settore in una posizione assimilabile a quella dell’industria del farmaco. C’è stato un livello di riconoscimento molto più alto per la nostra industria, non solo da parte delle istituzioni, ma anche dei cittadini. Ci siamo trovati in una condizione in cui anche i non addetti ai lavori parlavano di sensibilità e specificità dei test diagnostici, un elemento nuovo e sorprendente. Inoltre oggi il ruolo della diagnostica si colloca in modo molto chiaro nell’ambito della prevenzione, che deve essere gestita in modo nuovo e organico: pensiamo a possibili sfide pandemiche future e a piani di contenimento e contrasto che abbiano contezza della capacità reattiva e produttiva di test diagnostici da parte dell’industria. Allo stesso modo, la diagnostica sta accompagnando la ripartenza: siamo passati da una fase emergenziale a una di coesistenza con Sars-CoV-2 e il testing continua a essere molto importante, anche adesso che l’infezione è diventata endemica.

DiaSorin è divenuta celebre per lo sviluppo di uno dei primi test diagnostici per svelare la presenza di Sars-Cov-2, ma come si è evoluta la diagnostica in questi mesi? 

All’inizio della pandemia c’è stata una vera e propria corsa alla diagnosi molecolare diretta, che rimane il “gold standard” per la diagnosi di Covid-19, attraverso il tampone naso-faringeo, e a tutta una serie di test sierologici per valutare il titolo degli anticorpi prodotti, utili a monitorare l’andamento e l’epidemiologia della malattia. Poi si sono susseguite varie generazioni di test rapidi, dalle fortune alterne, alcuni erano più performanti di altri, e si è arrivati rapidamente alla terza generazione di questi esami. Oggi disponiamo di soluzioni di prossimità rapide molto affidabili e, se nella prima generazione i risultati venivano raccolti e trascritti a mano, pensiamo a quanto questi test si sono rapidamente evoluti. Poi si è lavorato sulla ricerca di nuove matrici per integrare il tampone naso-faringeo con nuove soluzioni quali il test salivare. Negli ultimi mesi il sequenziamento, la ricerca delle varianti, la diagnosi differenziale tra Sars-CoV-2 e influenza stagionale sono questioni particolarmente attuali.

Uno dei punti deboli dei tamponi nasali è il fastidio nell’esecuzione.

Questo è vero, ma bisogna anche dire che la saliva come alternativa è una matrice molto complessa, che ci restituisce evidenze non sempre definitive, come nel caso dei test antigenici rapidi. Infatti solo i test salivari molecolari sono validi ai fini del green pass.

C’è poi la questione della valutazione della risposta anticorpale indotta da vaccino. 

Un tema ancora aperto: purtroppo non c’è uno standard unico, dunque ci si ritrova con dati interessanti, che però non sono necessariamente in grado di dare una risposta definitiva in termini di protezione dall’infezione. Tanto che alcune soluzioni rapide di diagnosi di prossimità che semplificano il problema dell’esecuzione dei test, forniscono intenzionalmente indicazioni solo di tipo qualitativo, individuando se il paziente è responder al vaccino oppure no, senza entrare nel merito del valore neutralizzante del titolo anticorpale. Detto questo, avere la possibilità di discriminare tra responder e non responder potrebbe avere un peso per stabilire i criteri di priorità nella somministrazione delle terze dosi – al netto del fatto che ora abbiamo quantità sufficienti dei vaccino.

 

La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di novembre 2021. Ci si può abbonare al magazine di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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