Dubbi su quarta dose vaccino Covid, l’analisi di Le Foche

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vaccino quarta dose

Mentre la campagna vaccinale anti-Covid prosegue a spron battuto – con gli italiani alle perse con dose booster – la comunità scientifica internazionale in questi giorni sta sollevando dei dubbi sull’eventualità di una quarta dose di vaccino.

Il capo della strategia vaccinale dell’Agenzia europea del farmaco (Ema) Marco Cavaleri ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa che “al momento non abbiamo dati a riguardo” e che “l’uso di richiami può essere considerato come parte di una strategia emergenziale”. Per Cavaleri “non possiamo continuare a somministrare un booster ogni 3-4 mesi: non è una strategia sostenibile a lungo termine”.

Discorso a parte per le categorie ad alto rischio come persone vulnerabili o immunodepresse, per le quali la quarta dose “può essere considerata già da ora”. Ma nell’ottica di una immunizzazione di massa Cavaleri è più cauto: “Un booster ogni quattro mesi rischia di affaticare la popolazione e di stressare il sistema immunitario, fornendo una risposta immune più bassa”.

È dello stesso avviso anche l’Organizzazione mondiale della sanità, che ha messo in dubbio l’appropriatezza e la sostenibilità di una strategia “basata su dosi ripetute di richiamo della composizione originale del vaccino”.

Per cercare di capire meglio quali potrebbero essere gli scenari futuri, Fortune Italia ha raggiunto Francesco Le Foche, immunologo clinico del Policlinico Umberto I di Roma. “Mi trovo d’accordo con queste posizioni”, dichiara l’esperto, “dobbiamo capire per quanto la terza dose coprirà contro la malattia grave e medio-grave. Sappiamo che riduce anche i contagi, ma non li azzera. Dovremo valutare questo e anche il fatto che ci sarà una immunità ibrida, ‘stratificata’ se vogliamo chiamarla così, tra l’immunità naturale e quella data dai vaccini”.

Per Le Foche “continuare con delle dosi ravvicinate e reiterate di vaccino potrebbe anche ridurre la risposta immunitaria mirata. Questa possibile riduzione di risposta non favorisce la possibilità di avere più richiami ogni 4-5 mesi, anche perché sarebbe una strategia non vincente. Inoltre le persone dopo un po’ non avrebbero più questa voglia di rifare il vaccino”, sottolinea l’esperto.

“Questo è uno studio che dovrà essere fatto nel tempo – continua – Intanto dobbiamo valutare bene quale potrebbe essere nel lungo termine la risposta della terza dose. La strategia più immediata da attuare adesso è mettere tutti in sicurezza con il booster, che riduce di molto l’ospedalizzazione e, quindi, la pressione sulle strutture sanitarie”.

Tuttavia, la partita contro il virus si gioca a livello globale: “Dovremmo raggiungere una immunizzazione planetaria e avere dei vaccini in grado di ridurre il contagio o di azzerarlo, come avviene in molte altre malattie infettive – osserva Le Foche – Con questo virus, e con questi vaccini, non è avvenuto. Però questo non vuol dire che non arriveremo a una immunità stratificata. Tra l’immunità naturale, più quella data dai vaccini, probabilmente avremo la possibilità di avere una malattia molto più blanda e questo ci potrebbe far convivere col virus”.

Quando e come potrebbe accadere? “Sono due i fattori in gioco – precisa l’esperto – Uno è il virus, che è cambiato e non è più quello di Wuhan, e quindi sono cambiate anche le risposte del nostro sistema immunitario. La risposta che noi avremo è di adattamento a questo virus, sperando che cambi il meno possibile. Ma le vaccinazioni e l’immunizzazione riducono la possibilità delle varianti, perciò avremo l’opportunità di sviluppare una nostra immunità che piano piano ci metterà al sicuro. L’altro fattore è l’adattamento biologico del virus, che tende ad adattarsi alla cellula umana. Abbiamo visto che chi è vaccinato con tre dosi riesce a superare bene la variante Omicron, a meno che non abbia delle comorbidità molto importanti”.

“Dai primi studi sembrerebbe che la variante Omicron sia in grado di replicarsi molto nelle prime vie aeree, ma non di riuscire ad andare in profondità e causare danni polmonari e una malattia importante. Se così fosse, e se questo sarà lo scenario microbiologico futuro, potremmo quasi considerare questa variante come una variante-ponte tra la fase precedente pandemica e quella endemica. Un ‘patto di non aggressione’ che si spalmerà nel tempo e che potremo valutare nei prossimi mesi”.

“Ovviamente – puntualizza Le Foche – è chiaro che finché il virus è presente in modo così diffuso nella popolazione planetaria, dobbiamo stare attenti. E per il futuro dovremmo anche valutare la possibilità di mettere in campo un maxi-vax che consenta di vaccinarsi con almeno 4-5 genotipi diversi del virus. Dobbiamo mantenere una certa attenzione, ma quello che andremo a valutare e studiare è questa immunità stratificata tra quella naturale e quella vaccinale. Studiando bene questo, avremo più chiara la situazione e capiremo meglio se questi strati di immunità ci proteggeranno anche per una percentuale molto alta contro le varianti”, conclude l’esperto.

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