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Hiv, la sfida: diagnosi precoce e un percorso ‘su misura’

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Hiv. La sfida è superare i modelli tradizionali di riconoscimento dei casi di sieropositività e conseguente presa in carico, per disegnare percorsi su misura per ogni persona. Ma soprattutto, occorre partire da una necessità fondamentale. Il suo nome? Early Detecting, ovvero individuazione precoce dei soggetti che hanno avuto comportamenti a rischio e quindi destinati al test.

A leggere i bisogni di una sanità d’iniziativa, che preveda un’integrazione tra i vari test di individuazione delle patologie infettive e che si basi su strategie di targeting, è Lucia Ferrara, ricercatrice al Cergas SDA Bocconi, tra i partecipanti al convegno “L’emersione del sommerso nelle malattie infettive in Italia: Modelli organizzativi a confronto”, tenutosi nell’ambito del Forum Risk Management di Arezzo.

“Occorre sempre ricordare che l’infezione da Hiv è una patologia che tende a cronicizzare e richiede determinati interventi per gestione cronicità, in grado di andare oltre la classica assistenza in ospedale, anche per la possibile presenza di comorbidità – ha sottolineato l’esperta – Sul fronte assistenziale è quindi fondamentale ripensare al modello di presa in carico, creando Reti che possano intercettare il paziente nella interezza dei suoi bisogni quindi non solo a livello di ospedale ma di territorio”.

Il problema, in ogni caso, è andare a riconoscere la persona con Hiv. Ed è una battaglia davvero difficile da affrontare. Secondo l’esperta possono aiutare le sinergie che prevedano non solo la presenza degli infettivologi, ma la compartecipazione di tutto il mondo sanitario e sociale che entra in gioco. “Occorre prevedere molteplici setting dove offrire test (sfruttando anche le community organizzate) e soprattutto differenziare le popolazioni per ciascuna coorte – ha spiegato Ferrara – Ci vogliono strategie diverse: i giovani debbono essere raggiunti da programmi di comunicazione specifici”.

Su questa linea si è mossa un’interessante esperienza, presentata da Sergio Locaputo, presidente della Sezione Appulo-Lucana di Simit (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali). La società scientifica ha supportato direttamente iniziative di sensibilizzazione: awareness e promozione screening, soprattutto verso i giovani e utilizzando un linguaggio giovane, utilizzando influencer e addirittura realizzando video pillole fatte da ragazzi per i ragazzi. “Si è realizzato un esempio virtuoso di collaborazione pubblico/privato con la comunità scientifica, per avvicinare i giovani alla cultura del test e al concetto di prevenzione delle malattie infettive. “E’ importante pensare a portare i test fuori dai classici ambulatori di malattie infettive, anche per superare lo stigma”, è il parere dell’esperto.

L’obiettivo è chiaro. Ed emerge dalle parole di Barbara Suligoi, direttore del centro Operativo Aids presso l’Istituto Superiore di Sanità. “Stando alle stime abbiamo anche una sommerso completo (persone che non conoscono il loro stato di sieropositività) pari al 10% dei soggetti totali con Hiv: parliamo di 14-15.000 persone”, è il parere della studiosa. Ma soprattutto, a sottolineare come e quanto si stia sottovalutando il rischio e come si sia di fronte ad una sorta di epidemia dimenticata, va detto che i due terzi delle persone che oggi vengono diagnosticate sono “Late Diagnosed”, spesso già con quadri di Aids e solo il 27% ha fatto il test per comportamenti a rischio, a testimoniare la bassa percezione dei pericoli delle infezioni a trasmissione sessuale. “La quota di inconsapevoli del rischio cresce negli anni – ammonisce Suligoi – Informazione e comunicazione non riescono a portare ad un cambio di mentalità verso le malattie trasmissibili sessualmente”.

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