Piccoli, a volte piccolissimi, ma straordinariamente resistenti. Le storie di neonati, lattanti e bambini estratti ancora vivi dalle macerie a tanti giorni di distanza dal terremoto che ha sconvolto Turchia e Siria hanno il sapore di un miracolo. E fanno da contraltare alla conta delle vittime: oggi si parla di quasi 40mila morti.
Le storie
Mentre ci arrivano immagini di devastazione c’è chi, incredibilmente, resiste. Nella provincia di Hatay una donna e il suo bambino di 10 giorni sono stati estratti vivi dalle macerie dopo circa 90 ore dal terremoto. Secondo quanto riporta la Bbc, il piccolo, che si chiama Yagiz, è stato trovato vivo dai soccorritori tra i resti di una struttura nella città di Samandag.
Domenica un bambino, questa volta di sette mesi, è stato ritrovato vivo dopo 140 ore nel distretto di Antakya. E sempre nella provincia di Hatay, nel distretto di Antakya, una bambina di due anni è stata estratta viva dalle macerie dopo 122 ore. Ma come riescono dei bimbi tanto piccoli a sopravvivere così a lungo? Fortune Italia lo ha chiesto a Luigi Orfeo, presidente della Società Italiana di Neonatologia.

Il freddo ‘amico’
Secondo l’esperto il segreto della resistenza di neonati e lattanti in gran parte è legato al freddo. Dopo il terremoto, sotto le macerie, “il bambino va in ipotermia. Noi utilizziamo l’ipotermia terapeutica nei neonati asfittici nelle prime ore di vita – spiega Orfeo – portando la loro temperatura sotto i 34 gradi, contro i 37 che sarebbero la norma, perchè sappiamo che a questa temperatura i bimbi riescono a abbassare il loro metabolismo e quindi le necessità energetiche, in modo da ridurre il danno da scarsa ossigenazione”.
Ebbene, secondo il presidente dei neonatologi italiani “questo è quello che sta accadendo anche a questi neonati, lattanti e bambini dopo il terremoto in Siria e Turchia: vanno in ipotermia, riducono il loro metabolismo e sono in grado di sopravvivere più a lungo”. Questo meccanismo, infatti, riduce i consumi e preserva organi e tessuti, in particolare quelli “nobili come cervello e cuore”.
Il fattore psicologico
Secondo Orfeo entra in gioco anche un elemento psicologico: “I bambini, per quanto più fragili, non hanno le nostre sovrastrutture, per cui ci abbandoniamo facilmente alla disperazione”.
Così non deve stupire troppo che un giovane di 20 anni appena estratto dalle macerie del terremoto lamentasse claustrofobia. I più piccoli sono inconsapevoli, e quelli più grandicelli “tendenzialmente più ottimisti. Noi- riflette Orfeo – abbiamo un bagnalio di esperienze e tendiamo a vedere gli aspetti negativi di una situazione, mentre i bambini sono più portati a sperare nell’arrivo dei soccorsi: prima o poi arriverà mamma o papà a salvarmi”.
Ecco, questo tipo di atteggiamento si rivela un potente alleato. Dà forza e aiuta a restare in vita.
Previsioni impossibili
Quindi la resilienza di neonati e lattanti è legata a un meccanismo fisiologico e a uno psicologico, continua Orfeo. Lo specialista spiega anche che non è possibile prevedere per quanto a lungo questi piccoli miracoli continueranno. “Ci sono fatti aneddotici, casi di bambini sopravvissuti per giorni come quelli coinvolti nell’incidente di Tham Luang”, in Thailandia, salvati dopo 18 giorni. “Ma davvero non possiamo fare previsioni sul terremoto in Turchia”, conclude Orfeo. Resta, naturalmente, la speranza.