Pediatra e specialista in Malattie infettive, la professoressa Susanna Esposito (docente di Pediatria presso l’Università di Parma nonché fondatrice e presidente dell’Associazione WAidid) si definisce un “prodotto ricombinante” con la passione per la ricerca. L’ultima è dedicata, appunto, ai super batteri.
Con i suoi interventi pacati, è stata tra i primi specialisti a richiamare all’uso della mascherina all’inizio della pandemia da Covid-19, anticipando non di poco l’Organizzazione mondiale della sanità. Ma Susanna Esposito – docente di Pediatria dell’Università di Parma, nonché fondatrice e presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici (WAidid) – è stata anche la prima a contrastare la chiusura delle scuole (che tanti danni ha fatto a bimbi e adolescenti).
“Vedevamo che all’interno delle famiglie non erano i bambini gli ‘untori’, anzi. Quelli che stavano in casa con genitori malati, difficilmente diventavano positivi. Ecco perché sostenevamo che la chiusura delle scuole non fosse la strategia giusta”.
Figlia di un infettivologo e di una pediatra, con la sua doppia specializzazione (in Pediatra e Malattie infettive) si definisce un “prodotto ricombinante”, arrivato ai vertici della sanità grazie anche a scelte non scontate. Dopo la sua ultima ricerca sull’antibiotico resistenza, pubblicata su ‘The Lancet eClinicalMedicine’, ci invita a non sottovalutare l’impatto dei superbatteri e dei farmaci usati per contrastarli.
Professoressa, l’antimicrobico-resistenza deve farci paura?
Assolutamente sì: non si tratta di una minaccia lontana o limitata ai reparti di terapia intensiva. L’antimicrobico-resistenza fa parte della nostra realtà quotidiana. Specie se consideriamo la pediatria, dal momento che il 70% della popolazione pediatrica non ha patologie di base ma, quando si ammala, presenta problemi infettivi acuti. Prescrivere antibiotici in modo inappropriato incide tantissimo sugli outcome successivi. Inoltre un decesso su cinque dovuti ad antimicrobico-resistenza riguarda i bambini.
Tutto ciò deve portarci a riflettere sull’importanza di prescrizioni corrette anche in ambito territoriale (da parte del pediatra di libera scelta e del medico di famiglia, ndr). Il fatto che i genitori credano che l’antibiotico non faccia mai male e che il bambino non vada incontro a problemi se lo assume impropriamente è un errore. E ce lo spiega bene il nostro ultimo studio.
L’Organizzazione mondiale della sanità suddivide gli antibiotici in tre categorie (Access, Watch, Reserve) per ottimizzarne l’uso e contrastare il fenomeno della resistenza. Che cosa è emerso dal vostro studio?
Abbiamo analizzato le linee guida pediatriche nazionali di 80 Paesi. La buona notizia è che abbiamo rilevato progressi importanti nell’uso degli antibiotici di prima linea, ma il nostro lavoro lancia un forte allarme sull’impiego di molecole di seconda linea, troppo spesso scelte tra quelle ad alto rischio di generare resistenze.
Ci sono, insomma, alcune zone d’ombra, in particolare nel caso dei pazienti che non rispondono bene alla terapia e devono essere trattati di nuovo, oppure nelle patologie gastrointestinali: in questi casi c’è spesso l’indicazione errata alla prescrizione di antibiotici Watch, ad ampio spettro, che rischiano di accelerare la comparsa di resistenze.
Se vogliamo raggiungere l’obiettivo Onu fissato per il 2030, ovvero arrivare al 70% di utilizzo di antibiotici Access (quelli più ‘sicuri’ dal punto di vista delle resistenze, ndr), i genitori devono evitare il fai da te. Ma servono anche linee guida più armonizzate, aggiornate e basate sulle evidenze.
Quali sono gli errori più diffusi da parte dei genitori? E i pediatri possono fare di più?
Sicuramente il fai da te, il fatto di utilizzare senza prescrizione antibiotici che si avevano in casa ‘avanzati’ da malanni precedenti e quello di interrompere le terapie quando il bambino sta meglio. Gli antibiotici, quando indicati, vanno somministrati per l’intero periodo di cura, senza eccezione. C’è poi un problema che conosco bene: molti genitori arrivano a chiedere l’antibiotico ‘a copertura’.
Dobbiamo dirlo chiaramente: questi farmaci non servono per trattare un’infezione virale. E non basta una dose a far star meglio il piccolo. Se il bambino ha la febbre per due giorni e, quando questa si sta risolvendo, gli danno l’antibiotico, non è stato il farmaco a salvarlo. In questo modo si alimenta la resistenza.
C’è chi pensa che determinati antibiotici non funzionino nel loro bambino…
Ma è stato fatto un esame microbiologico? Magari si trattava di infezioni virali contro le quali non serviva l’antibiotico. È il patogeno che fa la differenza; e non esiste un antibiotico che curi tutte le malattie. Il corso di laurea in Medicina dura 6 anni e la specializzazione in Pediatria 5: ecco perché le prescrizioni vanno fatte dallo specialista.
Ma il pediatra può fare di più?
Deve essere convinto della diagnosi e conoscere le linee guida. Oggi esistono delle App che permettono di consultare quelle più aggiornate, un aiuto anche per essere preparati durante le visite. In quelle che abbiamo studiato noi, l’approccio di prima scelta è omogeneo e indica gli antibiotici Access, mentre quelli a spettro più ampio vanno riservati a casi più selezionati. E questo il pediatra lo deve sapere.
Parliamo di lei: il soffitto di cristallo in sanità resiste ancora, quanto è stato complicato romperlo?
In effetti è davvero molto resistente. La mia è una specialità notoriamente femminile, ma a livello apicale c’è ancora una predominanza maschile. Inoltre le direzioni degli ospedali tendono a preferire gli uomini, indipendentemente dalle competenze. E l’ingerenza politica o ‘parapolitica’ è inaccettabile.
Io mi considero fortunata, perché mi sono trovata al posto giusto al momento giusto, ma ho anche accettato sfide complicate. Sono grata al mio maestro, Nicola Principi, perché ha sempre creduto nel merito. Ma devo dire che ho anche accettato sfide non da poco: quando mi è stata offerta la cattedra di professore ordinario a Perugia, ai tempi ero la più giovane d’Italia, molte donne non avrebbero accettato una sede lontana dalla propria città.
Sicuramente ho avuto il supporto della mia famiglia, ma mettermi in gioco e fare avanti e indietro da Milano è stata una bella sfida. Non solo in termini di distanza, ma anche di mentalità. Non è sempre facile, ma affrontare nuove sfide, anche in termini di filosofia di vita, è importante.
Da bambina che cosa avrebbe voluto fare da grande?
La pediatra o la giornalista. Sono rimasta incerta fino alla fine del liceo, poi ho fatto il test di Medicina, sono entrata e ho scelto questa strada. In effetti mio padre avrebbe voluto figli non medici, ma poi ne ha avuti due su due. Nel mio caso, però, la carriera in sanità gli sembrava più tranquilla rispetto a quella di giornalista (sorride, ndr). Già mi vedeva sul fronte di guerra…
Ai giovani che si accingono a iniziare la loro carriera consiglierebbe Medicina?
Assolutamente sì: è una facoltà impegnativa, lunga, ma che offre uno sbocco professionale in cui è possibile mettere a disposizione degli altri se stessi e le proprie competenze. Credo che un lavoro di questo tipo sia gratificante.
Certo non mancano le difficoltà, dovute soprattutto alle resistenze di genere e alla preponderanza sempre maggiore di logiche diverse dalla valorizzazione del saper fare.
Per alcune specialità anche gli orari sono faticosi da conciliare con la vita privata. Ma se ci si appassiona alla ricerca e ci si mette al servizio delle persone, di sicuro sarà una scelta fonte di grande soddisfazione.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

