Il prezzo dei farmaci potrebbe salire già nei prossimi mesi. Non per una singola causa, ma per un effetto combinato che parte dalla geopolitica e arriva fino alle regole del mercato globale. Tra guerra in Medio Oriente e nuove politiche americane, la pressione sui costi cresce e rischia di riflettersi direttamente sui listini.
Guerra e costi industriali: l’effetto Hormuz
La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta uno snodo critico. Energia, trasporti e manifattura diventano più costosi. L’impatto stimato è rilevante. “Stimiamo almeno un 20% di maggiori costi industriali fra energia, manifattura e trasporti, poi si aggiungono le materie prime. Ed è una previsione conservativa”, afferma Marcello Cattani, presidente di Farmindustria in un’intervista a “L’Economica del Corriere della Sera”.
A questo si somma un aumento già registrato: +30% dei costi dal 2021 a oggi. La combinazione di questi fattori mette sotto pressione l’intera filiera.
Le conseguenze non riguardano solo i prezzi. Se il conflitto dovesse durare, potrebbero emergere problemi di disponibilità. “Se la guerra in Medio Oriente durerà a lungo rischiamo poi una carenza di farmaci salvavita come gli anticoagulanti, ma anche i neurolettici e i farmaci per la pressione”.
Prezzi in aumento: lo scenario entro l’anno
L’aumento dei costi si traduce in un rischio concreto di rincari. “Sì, potrebbe succedere entro quest’anno per effetto delle dinamiche internazionali”, spiega Cattani.
A incidere non è solo la guerra. Negli Stati Uniti entra in gioco la clausola Mfn (Most favored nation), che obbliga le aziende a ridurre i prezzi dei nuovi farmaci allineandoli ai Paesi più convenienti. Questo meccanismo può avere un effetto opposto in Europa. “Negli Stati Uniti il calo dei prezzi potrà essere tra il 20% e il 60%, in Europa ci si aspetta un aumento analogo, in compensazione”.
Il risultato è uno spostamento degli equilibri globali. Le aziende proteggono i margini nei mercati dove possono.
Export e impatto sistemico
Il Medio Oriente rappresenta un mercato in forte crescita per la farmaceutica italiana. Tra il 2020 e il 2025 l’export è aumentato del 352%, fino a 1,4 miliardi di euro. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Israele guidano la domanda. L’Italia si posiziona al quinto posto in Europa per valore dell’export. Il rischio è che le tensioni non restino circoscritte all’area del conflitto. “L’impatto può essere sistemico ed estendersi ad aree esterne al conflitto”.
Produzione e logistica sotto stress
L’aumento dei costi e i ritardi nelle forniture rendono più difficile mantenere livelli produttivi elevati. “Con l’aumento dei costi e i ritardi nelle forniture diventa complicato mantenere la produzione alta in Italia e nel resto d’Europa. La logistica tornerà a essere un elemento critico”. Il tema non riguarda solo l’industria, ma la tenuta dell’intero sistema sanitario.
Il nodo italiano: accesso e riforme
Sul piano interno emerge un problema strutturale: i tempi di accesso ai farmaci.
“Non si possono aspettare 4 mesi per un farmaco”, sottolinea Cattani, indicando la necessità di accelerare le procedure e superare i prontuari regionali. L’obiettivo è rendere immediata la disponibilità dei farmaci già approvati a livello europeo. Parallelamente, l’industria chiede un cambio di approccio: passare da una logica di costo a una logica di valore.
“Si calcola il vantaggio potenziale. Per esempio: quanti letti posso ridurre se accolgo queste terapie innovative nei prossimi cinque anni?”
Spesa sanitaria e sostenibilità
L’aumento dei prezzi non riguarda solo le aziende, ma anche il sistema pubblico. “Oggi la spesa per farmaci è di 25 miliardi, per mantenerci competitivi dovrebbe salire a circa 28”. Il punto, secondo Cattani, è rivedere le priorità. “Bisogna concentrarsi sul restante 85% della spesa in sanità: chirurgia, personale, ospedali”. In un contesto globale instabile, il prezzo dei farmaci diventa così il punto di incontro tra geopolitica, industria e sostenibilità del sistema sanitario.


