Non si tratta di un’emergenza di serie B. Il cibo contaminato uccide quanto alcune delle più temute patologie croniche, ma resta fuori dai radar dell’opinione pubblica. A colmare il vuoto arriva il primo rapporto globale dell’Organizzazione mondiale della sanità che quantifica con precisione inedita il peso delle malattie di origine alimentare in 194 Paesi nell’arco di vent’anni, dal 2000 al 2021. I numeri, pubblicati su The Lancet Global Health in vista della Giornata mondiale della sicurezza alimentare del 7 giugno, sono di proporzioni difficili da immaginare: 866 milioni di malattie e 1,5 milioni di morti ogni anno causati da virus, batteri, parassiti e veleni chimici presenti negli alimenti.
I bambini sotto i 5 anni, il gruppo più vulnerabile
Pur rappresentando appena il 9% della popolazione mondiale, i bambini sotto i cinque anni concentrano un terzo di tutti i casi di patologie associate al cibo insicuro. Il rischio di ammalarsi è tre volte superiore rispetto al resto della popolazione, soprattutto per le malattie diarroiche potenzialmente letali. Ma il dato che preoccupa di più gli esperti riguarda l’esposizione chimica: sostanze come il metilmercurio e il piombo, una volta ingerite in questa fascia d’età, possono danneggiare in modo permanente il cervello in via di sviluppo, causando problemi neurologici e ritardi nello sviluppo cognitivo che nessuna terapia successiva è in grado di correggere.
I veleni chimici: la prima causa di morte
Il rapporto distingue due grandi categorie di rischio. I pericoli biologici come batteri, virus e parassiti sono responsabili della quasi totalità delle malattie (circa 860 milioni di casi nel 2021), ma sono i rischi chimici a causare la quota più alta di decessi: nel 2021 hanno rappresentato il 73% di tutte le morti legate al cibo contaminato. I principali imputati sono l’arsenico inorganico (42% dei decessi chimici) e il piombo (31%), due sostanze che aumentano significativamente il rischio di malattie cardiache e tumori. Arsenico inorganico e piombo insieme sono collegati a oltre un milione di morti in un solo anno. Una volta entrati nella catena alimentare attraverso fonti naturali o attività industriali, questi metalli sono spesso impossibili da rimuovere dagli alimenti.
Una crisi geograficamente asimmetrica
Il carico complessivo delle malattie di origine alimentare è diminuito dal 2000, ma le disuguaglianze regionali rimangono enormi. Le regioni africane e del Sudest asiatico insieme rappresentano quasi tre quarti di tutti i casi e il 60% dei decessi a livello globale. L’OMS parla esplicitamente di “crisi di equità”: i bambini e le comunità con scarse risorse nei Paesi a basso e medio reddito sopportano il peso maggiore, mentre i cambiamenti climatici e la resistenza antimicrobica aggravano ulteriormente la situazione.
A questo si aggiunge un impatto economico pesante: nel 2021 le patologie di origine alimentare hanno causato perdite di produttività stimate tra i 310 e i 647 miliardi di dollari, a seconda del metodo di calcolo utilizzato per normalizzare le differenze tra Paesi.
I dati mancanti e le azioni urgenti
Il rapporto analizza 42 rischi di origine alimentare, ma l’OMS avverte che molti altri non hanno potuto essere inclusi per mancanza di dati sufficienti: tra questi i batteri resistenti agli antibiotici, i residui di pesticidi nel cibo e i Pfas, le cosiddette “sostanze chimiche eterne”. Un’omissione che, secondo l’agenzia ginevrina, rende i numeri presentati una sottostima della realtà.
“Questo rapporto è un campanello d’allarme, ma anche una tabella di marcia”, dichiara Yuki Minato, autore senior dell’articolo su Lancet Global Health. “I dati dimostrano che le malattie di origine alimentare non solo sono persistenti, ma sono aggravate dai cambiamenti climatici che aumentano i rischi di contaminazione, e dalla resistenza antimicrobica che rende le infezioni più difficili da trattare. Il ritardo costa vite umane”.
Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus chiede ai governi di usare i nuovi dati per “capire dove il problema è più grave” e agire di conseguenza, con migliori pratiche agricole, controlli industriali più severi e normative ambientali più stringenti. La pastorizzazione e un migliore accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari restano strumenti fondamentali, e per larga parte ancora inaccessibili, per ridurre un carico di malattie che l’OMS definisce “in gran parte evitabile”.

