L’accordo sui dazi raggiunto da Stati Uniti e Unione europea sta suscitando un grande dibattito nel Vecchio Continente e, ovviamente, in Italia. Tutti i comparti industriali coinvolti sono preoccupati dalle possibili conseguenze di una tariffa al 15% per i prodotti europei. Non fa eccezione il settore farmaceutico, una delle voci più importanti dell’export italiano in terra statunitense. Delle criticità e delle possibili soluzioni ha parlato con Fortune Italia Marcello Cattani, presidente di Farmindustria e amministratore delegato di Sanofi Italia.
L’Ue e gli Usa si sono accordati sui dazi al 15% per i prodotti europei. Quest’intesa vi soddisfa?
Si tratta certamente di un compromesso, ma utile ad evitare un’escalation commerciale con gli Stati Uniti. Considerando il punto di partenza dei negoziati, l’accordo rappresenta un passo avanti: Washington puntava inizialmente a imporre un dazio del 70% sull’industria farmaceutica. Un dazio resta comunque un dazio, e sebbene il 15% sia di gran lunga preferibile rispetto all’ipotesi iniziale, i rischi per la competitività del settore farmaceutico europeo rimangono concreti. A trarne vantaggio potrebbero essere Paesi come Cina, Singapore, India ed Emirati Arabi, che stanno investendo con politiche molto attrattive in questo comparto.
Non va poi trascurato l’effetto della svalutazione del dollaro, che rischia di aggravare ulteriormente la pressione sui prezzi. Le ricadute, a nostro avviso, non mancheranno neppure per i cittadini americani, che potrebbero trovarsi a fronteggiare carenze di medicinali e un aumento dei costi per le assicurazioni sanitarie.
In questo scenario, come ha ribadito anche il nostro Governo, l’Europa deve saper sostenere la crescita dei settori industriali che offrono un reale vantaggio competitivo. Se l’Unione Europea saprà incentivare gli investimenti, ridurre la burocrazia e semplificare le normative, potrà continuare a giocare un ruolo di primo piano a livello globale.
Resto fiducioso, anche perché il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani stanno garantendo il massimo impegno su questo fronte. Tuttavia, è importante essere realisti: l’Europa partiva da una posizione di debolezza ed è riuscita a chiudere un accordo che salva le relazioni commerciali con gli Stati Uniti, che era il traguardo prioritario.
A quanto ammonta l’export di prodotti farmaceutici italiani? Si può già fare una stima dei danni derivanti dai dazi?
L’export di prodotti italiani negli Usa ammonta a circa 10 miliardi di euro l’anno. I dazi – se dovessero essere confermati al 15% – e la svalutazione del dollaro potrebbero comportare un impatto di circa 2-2,5 miliardi di euro, a carico soprattutto dei consumatori statunitensi.
Puntate ad un’esenzione?
Certo. I vaccini e i medicinali non dovrebbero essere soggetti a queste politiche, poiché hanno un possibile impatto sulla vita dei cittadini. Quindi se ci fosse una possibilità, che ad oggi non vediamo, cercheremo di approfondire e chiederemo a gran forza un’esenzione.
Qualora venissero applicati i dazi anche ai prodotti farmaceutici chiederete ristori al governo?
Credo che, in modo trasparente e costruttivo, chiederemo un confronto con il Governo per individuare insieme la soluzione migliore. È necessario avere una visione ampia su questo settore e intervenire per eliminare alcuni oneri, come il payback. Il Governo dispone della forza politica per avviare una riforma che cancelli questi oneri, che quest’anno ammontano a 3 miliardi di euro e rappresentano un freno per nuovi investimenti nel Paese.
Occorre inoltre garantire che l’innovazione e la ricerca vengano premiate attraverso processi autorizzativi più rapidi, anche perché oggi la tecnologia rende possibile velocizzare queste procedure. Infine, è fondamentale che il Sistema Sanitario Nazionale diventi sempre più data-driven e segua una logica di valore, piuttosto che basarsi esclusivamente su criteri di costo.
L’Europa fa abbastanza per proteggere i brevetti in ambito pharma e rafforzare le filiere produttive dei principi attivi?
Al momento, la Commissione europea non sta facendo assolutamente nulla. E questo rappresenta un problema enorme. Per questo chiediamo e collaboriamo con il Governo affinché si faccia pressione su Bruxelles, sollecitando un cambio di passo e una visione strategica che riporti al centro alcuni dossier cruciali, come la revisione della legislazione farmaceutica.
Riteniamo che la tutela della proprietà intellettuale debba essere garantita con la stessa determinazione con cui avviene negli Stati Uniti e in Cina. L’Europa deve cambiare marcia su questo fronte e creare nuove condizioni di competitività, anche attraverso strumenti di incentivo capaci di rilanciare il settore.
È essenziale che i Governi europei, in particolare quelli dei Paesi più influenti, scuotano la Commissione e assumano posizioni forti in sede di Consiglio europeo, per riportare al centro dell’agenda la competitività, l’attrattività e gli investimenti nell’industria farmaceutica, il comparto più strategico.
