Sfogliando una rivista di moda e subito dopo le pagine del catalogo della mostra ‘Impressionismo e oltre – Capolavori dal Detroit Institute of Arts’ – inaugurata il 4 dicembre a Roma, al Museo dell’Ara Pacis – potremmo avere l’impressione di trovarci di fronte a due specie umane diverse. Da un lato, silhouette sottili ed evanescenti; dall’altro i corpi ritratti dagli Impressionisti: morbidi, solidamente pieni, celebrati come simboli di bellezza e sensualità.
Eppure, non si tratta delle Veneri paleolitiche, lontane decine di migliaia di anni. Tra questi due modelli di bellezza e peso corre poco più di un secolo. Ma oggi che, grazie ai farmaci contro l’obesità, tutti parlano di indice di massa corporea (BMI nella sigla inglese), che BMI avevano le modelle di Renoir e Degas?
Se lo è chiesto uno studio, di prossima pubblicazione su ‘International Journal of Obesity’ -primo nome la dottoressa Maria Vittoria Messina, corresponding author il professor Paolo Pozzilli, entrambi dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – che ha provato a misurare in modo scientifico – e forse un po’ dissacrante – il canone del corpo femminile nell’arte impressionista, stimandone appunto l’indice di massa corporea.
Come? Usando strumenti modernissimi, tra cui il BMI Visualizer e l’intelligenza artificiale, applicati dai bioingegneri del Campus Bio-Medico a undici celebri dipinti impressionisti. Il risultato non lascia adito a dubbi: le donne ritratte avevano un BMI medio pari a 31, cioè si collocavano nella classe dell’obesità di I grado, secondo gli standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Rapportate ai tempi attuali insomma, sarebbero state candidabili alle ‘punturine’ per dimagrire.
L’ideale di bellezza e il peso giusto
Le muse degli Impressionisti, da Degas a Renoir, oggi insomma sarebbero risultate ‘non in forma’, a distanza di neppure un secolo da quando invece incarnavano l’ideale di bellezza. Ma anche ammettendo che canoni estetici e criteri medici hanno metriche e finalità diverse, la domanda è: in quale momento abbiamo iniziato a pensare che ‘bello’ fosse sinonimo ‘magro’?
Di certo, le forme generose non sono un’invenzione degli Impressionisti. La celebre Venere di Willendorf, un’esplosione di prosperità in 14 centimetri, celebrava la fertilità e l’abbondanza nel Paleolitico. Ma facendo un balzo di millenni per approdare al Rinascimento e al Barocco, anche le donne di Tiziano e Rubens non avevano nulla a che invidiare alle Veneri preistoriche quanto a ‘burrosità’ e curve. Anche nel XVI e XVII secolo, un corpo pieno era sinonimo di benessere, ricchezza, salute.
E nell’Ottocento, mentre l’Europa era alle prese con gravi carestie e povertà diffusa, gli artisti continuavano a idealizzare corpi morbidi, modelli quasi inarrivabili per la maggior parte della popolazione, che spesso era francamente sottopeso per la povertà. Le curve insomma non solo erano belle, ma anche simbolo di uno status sociale privilegiato.
L’effetto del Novecento e i rischi della magrezza
Poi qualcosa è cambiato. Con l’avvento dei mass media, poi del web e dei social, la nuova idea di bellezza si è andata progressivamente assottigliando. Dalle ragazze androgine dei ruggenti anni ’20, alle top model degli anni ‘90, fino alle influencer attuali, ad imporsi è stato un modello di bellezza sempre più asciutto (spesso fin troppo), non di rado contrastante con i canoni di salute dell’ortodossia medica o francamente ai limiti dell’anoressia.
Ma l’idealizzazione della magrezza estrema ha un impatto non trascurabile sulla salute mentale e fisica. Negli ultimi decenni, l’esplosione dei disturbi alimentari ha portato alcune firme della moda internazionale a introdurre regole, come una soglia minima di BMI da rispettare, per le modelle da far sfilare (e da proteggere).
Tuttavia la pressione sociale non si è fermata, anzi: con l’avvento dei social, confrontarsi con corpi ‘perfetti’ è un esercizio quotidiano, molto rischioso soprattutto per i più giovani. E nel periodo della pandemia, a causa dell’iper-connessione, molti hanno vissuto un’impennata dell’ansia legata al corpo, che si trascina ancora oggi con l’ossessione di dover perdere chili di troppo immaginari.
Anoressia: l’impennata di casi in Italia e le novità dalla ricerca
Lo studio appena pubblicato dal professor Pozzilli e dal suo team ricorda anche un altro aspetto interessante: in alcune condizioni particolari, avere un BMI più abbondante può persino essere protettivo. È il caso, ad esempio, di una degenza ospedaliera prolungata o di una convalescenza da malattie gravi. Il corpo umano insomma è molto più complesso di una formula matematica (quella del BMI è kg/m², cioè il peso diviso per il quadrato dell’altezza) o di uno standard estetico.
Allo stesso tempo, però, è importante non idealizzare in modo romantico gli estremi. Gli autori del lavoro pubblicato su ‘International Journal of Obesity’ ricordano che né le ossa in vista che sfilano in passerella, né le forme eccessivamente ridondanti, sono un’accoppiata vincente per la salute.
E in questo senso, anche le rappresentazioni degli Impressionisti, non andrebbero intese come una fotografia della realtà, ma come un’interpretazione artistica. Di una bellezza idealizzata, appunto. Tra le belle di Renoir e la magrezza estrema di alcune influencer è necessario trovare una conciliazione. Di certo la bellezza non è un valore assoluto. Cambia, si trasforma, si adegua alle epoche e ai contesti. Fra il ‘troppo’ e il ‘troppo poco’ è bene riscoprire e riaffermare una via di mezzo, capace di mettere al centro la salute fisica e mentale, prima ancora dell’estetica. Perché il corpo è prima di tutto la storia di una vita. Non un semplice numero sulla bilancia.

