Antimicrobico resistenza, il modello italiano

antimicrobico resistenza

Dalle emergenze epidemiologiche alle nuove strategie di investimento: l’Italia punta sulla ricerca e l’innovazione per guidare la lotta globale all’AMR.

Le resistenze antimicrobiche non accennano a invertire la rotta. Secondo l’ultimo Surveillance Report dell’Ecdc (European centre for disease prevention and control), pubblicato nel 2024, i livelli di resistenza antimicrobica nell’Ue restano elevati, intorno al 22%, un dato pressoché sovrapponibile a quelli registrati negli anni precedenti. Di antimicrobico resistenza (Amr) si è discusso, com’è ormai tradizione, nell’ambito del Forum One Planet One Health, promosso lo scorso 28 novembre da Fortune Italia e dagli Intergruppi Parlamentari One Health e Prevenzione e controllo delle malattie tropicali, e svoltosi a Roma presso l’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati.

Ogni anno più di 35mila persone muoiono nell’Ue come conseguenza diretta di infezioni resistenti agli antimicrobici, un terzo delle quali in Italia, un dato che colloca il nostro Paese al primo posto in Europa. Pur senza minimizzare la rilevanza di questi dati, un invito a leggerli in controluce è arrivato dall’interno della comunità scientifica.

Per Marco Falcone, ordinario di Malattie infettive all’Università di Pisa e segretario della Simit (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali), è necessario ricordare che “in Italia tutti i pazienti, anche quelli in età avanzata e in condizioni cliniche di particolare fragilità, accedono alle cure ospedaliere e a trattamenti anche complessi. Non è così, per esempio, in alcuni Paesi del Nord Europa. Un elemento che va considerato quando guardiamo al confronto internazionale, anche in considerazione della elevata aspettativa di vita della popolazione italiana, tra le più alte al mondo”.

Tuttavia, è indiscutibile che molta strada resta ancora da fare, a cominciare dalla prevenzione e dal controllo delle infezioni in ambito ospedaliero e, più in generale, correlate alla assistenza, e dall’utilizzo prudente, responsabile, consapevole ed appropriato degli antibiotici, unanimemente ritenuto il primo passo di qualunque politica di contrasto dell’Amr. “Le resistenze agli antimicrobici – ha aggiunto Falcone – sono causate in larga misura dall’utilizzo scorretto degli antibiotici, in particolare sul territorio, la partita della appropriatezza si gioca in gran parte lì”.

Prevenzione dei fattori di rischio infettivo, monitoraggio e controllo della evoluzione delle resistenze antimicrobiche, diagnostica sempre più accurata, rispetto attento della stewardship antimicrobica sono parte strutturale e imprescindibile delle policy che via via si stanno implementando, con maggiore o minore determinazione, nei diversi Paesi occidentali avanzati.

Tuttavia, anche queste strategie non fanno venir meno la necessità di disporre di antimicrobici in grado di sconfiggere i germi resistenti e, quindi, di investire in ricerca e sviluppo di nuove terapie. Ma la pipeline antimicrobica, come documentato ancora di recente dall’Oms, è inadeguata per le esigenze attuali e future. I nuovi antimicrobici sono scarsamente redditizi e non coprono i costi sostenuti per ricerca, sviluppo, registrazione, produzione e distribuzione e molte delle grandi aziende farmaceutiche hanno abbandonato, ormai da anni, quest’area terapeutica. Per tentare di correre ai ripari alcuni Paesi del G7 hanno sviluppato politiche di sostegno attraverso incentivi per la ricerca (push) e per l’accesso equo (pull).

L’Italia ha impresso un cambio di marcia deciso alle sue politiche di contrasto dell’Amr nel corso dell’ultimo anno. In primo luogo, collocando il tema al centro della agenda della presidenza italiana del G7, in continuità con le ultime tre presidenze (Regno Unito 2021, Germania 2022 e Giappone 2023), quindi dando seguito successivamente agli impegni assunti in quella sede.

“Abbiamo scelto di sostenere la ricerca di nuovi antibiotici – ha precisato il professor Francesco Saverio Mennini, Capo del Dipartimento della Programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del Ssn del Ministero della Salute – attraverso un finanziamento di 21 milioni di dollari in tre anni, a partire dal 2025”.

Una misura rafforzata dalla scelta dell’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, di inserire l’Amr tra i propri bandi di ricerca per il 2025, come annunciato da Robert Nisticò e da Armando Magrelli, rispettivamente presidente e responsabile della ricerca indipendente della stessa Agenzia.

“Per quanto riguarda il sostegno all’accesso equo agli antibiotici di ultima istanza, i cosiddetti Reserve – ha proseguito Mennini -, abbiamo previsto con la Legge di bilancio 2024 il loro ingresso automatico nel Fondo per i farmaci innovativi, sino alla scadenza della copertura brevettuale, con uno stanziamento apposito di 100 milioni di euro”. L’ingresso nel Fondo garantisce l’immediata introduzione degli antibiotici Reserve nei prontuari terapeutici regionali e, quindi, la rapida disponibilità di questi farmaci per i cittadini su tutto il territorio nazionale.

Un insieme di misure che, nel complesso, sono state accolte con molto interesse al livello internazionale, come sottolineato dall’Onorevole Luciano Ciocchetti, Vicepresidente della XII Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati e Promotore dell’Intergruppo Parlamentare One Health.

“Dovremo attendere – ha concluso – di verificare sul campo le ricadute della implementazione dei provvedimenti varati da Governo e Parlamento.  Ma oggi si parla di un modello Italia nel contrasto delle resistenze antimicrobiche. Un risultato non da poco se pensiamo alle condizioni di partenza e, soprattutto, un buon viatico per proseguire sulla strada intrapresa e aprire, definitivamente, una nuova stagione”.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)

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