Un manager di primo piano a 32 anni: Ruffo alla Eli Lilly

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A 32 anni è un manager di primo piano di una multinazionale che ha più di 140 anni. Parliamo di Davide Ruffo che svolge il ruolo di responsabile delle Relazioni istituzionali in Europa di Eli Lilly, industria farmaceutica nata negli Stati Uniti (il suo core business a Indianapolis) che è presente in tutto il mondo ed in Italia da 60 anni. Per oltre 6 anni ha lavorato tra la Commissione europea e il Parlamento europeo ricoprendo diversi incarichi presso la Direzione generale Salute e i gruppi parlamentari a Strasburgo. “Pur nel dinamismo della Commissione europea e del Parlamento Ue c’era un certo immobilismo legato forse al carattere comunque istituzionale e compromissorio delle autorità comunitarie, ecco perché dopo le attività stimolanti dei primi anni, a un certo punto decisi di cambiare e voltare pagina”, racconta. La parola d’ordine per lui è dinamismo. Per essere dinamici, spiega, bisogna essere sempre stimolati. “E’ importante che ci sia sempre uno stimolo a superarsi”, spiega il giovane manager che, sui vaccini – tema di grande attualità in Italia – taglia corto: “La Lilly non ne produce più ormai da diverso tempo. Come industria non possiamo che adeguarci alle decisioni dei singoli Stati e dei singoli Paesi sull’argomento tuttavia ci auguriamo e auspichiamo che le decisioni vengano sempre prese sulla base di evidenze scientifiche e non di appetiti politici momentanei”. La scienza e l’interesse per la ricerca, dunque, prima di tutto.

Come ci si sente ad essere tra i più giovani manager di una multinazionale globale come Eli Lilly &co in meno di 3 anni?

Sicuramente non è un merito solo personale ma è il frutto di un gioco di squadra da parte del management italiano che ha saputo mettere in valore le capacità specifiche con la leadership aziendale oltre oceano.

Perché secondo lei è stato scelto?

Certamente le lingue e le passate esperienze lavorative in Commissione e in Parlamento europeo hanno giocato un ruolo chiave, tuttavia credo che l’azienda abbia voluto scegliere qualcuno che avesse voglia di innovare e che si sentisse spronato da una sfida. In Lilly questo è molto importante.

Quali sono i valori che vede in questa azienda?

Sono diversi, sicuramente l’attenzione per lo sviluppo delle persone è un elemento chiave nella dinamica aziendale, è un po’ nel dna dell’azienda…ce lo fanno anche studiare nel libretto rosso, il vademecum della Lilly scritto dal fondatore 140 anni fa. E’ un red book che sintetizza valori e principi a cui tutti i dipendenti devono attenersi in una sorta di codice deontologico valido per tutti i dipendenti. La meritocrazia è uno di questi valori: oggi in molti ne parlano senza però prendere in considerazione la motivazione o lo sviluppo personale. In Lilly si premia il merito ma riveste grande importanza la motivazione o i mezzi che portano te o il team al merito e quindi al successo.

Quali sono i fattori che portano un team al successo?
Si guarda molto ai fattori motivanti che includono la possibilità di fare carriera, di ottenere riconoscimenti e di raggiungere livelli di responsabilità e di autonomia sempre più alti. In Lilly vale il concetto che il lavoratore motivato è il lavoratore gratificato, che percepisce e sperimenta la possibilità di crescere come professionista e come persona. La differenza la fanno sempre le singole persone e, di riflesso, è importante avere risorse dinamiche, orientate a fare sempre passi avanti e mai a fermarsi, anche quando ci si può dire soddisfatti della paga e dei risultati raggiunti. Io mi ritrovo molto in questa vision perché non può esserci motivazione nel lavoro senza interesse e passione per quello che si fa. Credo che nessuno possa dirsi realmente motivato, se costretto a svolgere mansioni monotone, ruotinarie e poco stimolanti ancorché fosse ben pagato o viceversa. (È la teoria di Herzberg ndr).

Quali le prossime tappe?
Beh per ora sicuramente fare bene in questo ruolo Ue, poi magari non so, gli Stati Uniti.

Ma in Italia ci sono quindi ancora possibilità lavorative di alto livello?

Ovviamente! L’Italia è un Paese straordinario, io che ho vissuto molti anni all’estero ne sono assolutamente convinto. Bisogna crederci anche se a volte è difficile. Vedere tanti coetanei che hanno difficoltà lavorative dispiace ma bisogna sempre capire quale sia il valore aggiunto che ognuno di noi può portare in un determinato contesto. Solo così si fa la differenza: d’altronde, non tutti possono essere magistrati o imprenditori.