Per anni abbiamo guardato alla salute attraverso la lente della malattia, concentrandoci sui luoghi della cura, come gli ospedali o, al massimo, sulle scelte individuali: cosa mangiamo, quanto ci muoviamo, quanto dormiamo. È una visione rassicurante, ma è incompleta. Oggi sappiamo che la salute si costruisce molto prima, e molto altrove: nei sistemi alimentari, nelle città, negli ecosistemi, nella qualità dell’aria, nella natura che ci circonda. In una parola, nella biodiversità che costituisce la vita.
È qui che il paradigma One Health diventa cruciale: la salute umana non è separabile da quella animale e ambientale. E non è più solo una questione clinica: è una questione sistemica, che chiama in causa politiche, economia e modelli di sviluppo. Non a caso, oggi è sempre più evidente come il cambiamento climatico stia già compromettendo tutte le dimensioni della salute, agendo contemporaneamente su ambiente, sistemi alimentari, economia e sistemi sanitari.
C’è poi un concetto che rende questo passaggio ancora più concreto: l’esposoma, che rappresenta l’insieme di tutte le esposizioni a cui siamo sottoposti nel corso della vita, dall’ambiente fisico a quello sociale, dagli alimenti che consumiamo agli inquinanti, fino ai determinanti comportamentali. Non è un fattore tra i tanti: è la matrice stessa della salute.
La nostra salute è la somma delle nostre esposizioni: dall’ambiente in cui viviamo alle scelte che facciamo, fino ai meccanismi biologici che ci caratterizzano. In questo senso, la biodiversità entra direttamente nella vita quotidiana: evidenze recenti mostrano che una maggiore diversità di specie nella dieta è associata a una migliore qualità nutrizionale, rendendo il legame tra biodiversità e salute non solo teorico, ma misurabile.
Questo approccio trova oggi conferma anche nelle evidenze più recenti: non sono i singoli comportamenti a determinare la salute, ma la loro interazione. Studi recenti mostrano come anche piccoli cambiamenti simultanei in alimentazione, attività fisica e sonno possano generare miglioramenti significativi in termini di aspettativa e qualità della vita, proprio perché agiscono in modo sinergico sui meccanismi biologici e metabolici.
Questo cambia radicalmente il modo in cui dobbiamo pensare prevenzione e cura. Non basta più intervenire sul singolo fattore di rischio: occorre comprendere e governare le interazioni. E soprattutto riconoscere che, se la salute dipende dall’esposizione, allora non tutti partiamo dallo stesso punto. Le disuguaglianze ambientali, sociali e alimentari si traducono direttamente in disuguaglianze di salute. Garantire il diritto alla salute significa quindi garantire accesso a condizioni di vita sane: cibo di qualità, ambienti salubri, contesti che favoriscano scelte corrette non solo per pochi, ma per tutti.
In questo scenario, anche i sistemi alimentari diventano un nodo centrale: le alterazioni climatiche stanno già modificando la disponibilità e la qualità del cibo, e il solo aumento delle temperature estreme è stato associato a quasi 100 milioni di persone in più in condizioni di insicurezza alimentare.
Questo è il cuore della global health e in questo senso, la biodiversità è anche una questione di sicurezza sanitaria globale: la sua erosione aumenta il rischio di malattie emergenti e riduce la capacità dei sistemi di rispondere a crisi sanitarie complesse. Smette quindi di essere un tema ‘ambientale’ e diventa una leva strategica per la salute.
La perdita di biodiversità non è solo una questione ecologica: compromette servizi ecosistemici essenziali come la regolazione del clima, il ciclo dei nutrienti e la sicurezza alimentare, riduce la resilienza dei sistemi agricoli e ha un impatto diretto sul carico globale di malattia. Allo stesso tempo, le scelte energetiche e produttive hanno effetti immediati sulla salute: l’inquinamento legato ai combustibili fossili è responsabile ogni anno di oltre un milione di morti, rendendo evidente come ambiente e salute siano inseparabili anche nel breve periodo.
È proprio in questa tensione tra rischio e potenziale che la biodiversità rivela il suo valore strategico: non solo come sistema da proteggere, ma come risorsa da comprendere e valorizzare. Infatti, la biodiversità mediterranea rappresenta un patrimonio unico di composti bioattivi, con un potenziale ancora in gran parte inesplorato per lo sviluppo di soluzioni innovative contro le malattie croniche. Una quota significativa dei farmaci che utilizziamo deriva direttamente o indirettamente da composti naturali, e la ricerca sulle molecole bioattive apre oggi nuove prospettive non solo terapeutiche, ma anche preventive. Eppure, nonostante questa evidenza, il valore della biodiversità resta spesso invisibile.
Il vero problema non è la mancanza di conoscenza, ma la sua mancata traduzione nella vita reale.
Qui si gioca la partita più importante: non serve solo produrre dati, serve trasformarli in scelte quotidiane, in politiche pubbliche, in innovazione industriale. Oggi più che mai, stiamo vivendo crisi simultanee, climatiche, energetiche, economiche e sanitarie, che condividono le stesse determinanti e producono effetti interdipendenti sulla salute.
Il National Biodiversity Future Center nasce esattamente con questo obiettivo: costruire un’infrastruttura capace di collegare ricerca, tecnologia e applicazione. Dalla caratterizzazione di specie vegetali allo sviluppo di piattaforme per la valorizzazione di molecole bioattive, fino alle Nature-based Solutions per le città e i cittadini.
Il valore di questo approccio risiede proprio nella capacità di integrare ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico, costruendo un modello in cui la biodiversità diventa un driver concreto di salute pubblica e sviluppo sostenibile. Un investimento strategico con l’obiettivo di generare impatto reale e misurabile sulla vita delle persone, riconoscendo che le città, oggi, sono il vero laboratorio della salute. È lì che si concentrano le esposizioni, ed è lì che dobbiamo intervenire per modificarle, trasformando l’ambiente in un alleato della prevenzione.
Il contesto demografico rende questa sfida ancora più urgente: entro il 2050, una persona su tre avrà più di 65 anni e le malattie croniche rappresenteranno la principale causa di mortalità. I sistemi sanitari, già sotto pressione, dovranno affrontare una domanda crescente con risorse limitate. In questo scenario, la biodiversità non è solo un patrimonio da proteggere, ma un investimento strategico per ridurre il carico di malattia, migliorare la qualità della vita e aumentare la produttività. Significa costruire un modello di sviluppo in cui salute e crescita non sono in conflitto, ma si rafforzano reciprocamente.
La vera sfida ora è passare da sistemi frammentati a una visione integrata, rendere semplice ciò che è efficace, creare connessioni dove oggi vediamo solo complessità, e soprattutto restituire centralità al cittadino: perché senza valore percepito non esiste priorità, e senza priorità non esiste cambiamento.
La salute del futuro non sarà il risultato di un singolo intervento, ma di un ecosistema diversificato ed in equilibrio. E l’Italia, con il suo patrimonio naturale e scientifico, ha l’opportunità di guidare questo cambiamento in Europa, diventando un modello di integrazione tra biodiversità, salute e innovazione.
A una condizione: smettere di considerare la biodiversità come qualcosa da proteggere, e iniziare a considerarla per ciò che è davvero: un’infrastruttura strategica per la salute, per i cittadini e per lo sviluppo economico.

