17 Febbraio 2020

Coronavirus, parla un imprenditore italiano a Shangai

Antonio Santamato

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È in assoluto l’argomento principale di discussione delle ultime settimane. Il coronavirus sta occupando l’agenda dei media di tutto il mondo, le notizie si succedono con estrema velocità e raccontano sia del numero di morti (e delle guarigioni connesse) sia dell’impatto sulla sfera economica che sta interessando tutta l’Asia e che avrà inevitabilmente – non si sa ancora in quale misura – ripercussioni sull’economia mondiale, con una contrazione della crescita.

Tante le sfaccettature affrontate in questi giorni. Ma la situazione degli italiani che per studio o per lavoro vivono in Cina ancora non è molto chiara. Quali sono, se ci sono, le strategie messe in atto dagli imprenditori? Lo abbiamo chiesto a Tommaso Lazzari, CEO di Seta Capital, boutique specializzata in servizi di consulenza cross border tra l’Italia e la Cina, in relazione ad operazioni di finanza straordinaria e internazionalizzazione. Seta Capital, fondata da Lazzari e Tanya Wen nel 2014, ha uffici a Shanghai, Milano e Amsterdam.

Nel momento in cui lo contattiamo Tommaso Lazzari è tornato a Milano.

Quanti dipendenti ha la Seta Capital a Shanghai? Cosa è successo quando è partito l’allarme Coronavirus?

Seta Capital Shanghai ha 5 dipendenti, di cui io sono l’unico italiano. La prima volta che abbiamo sentito del Coronavirus è stato il 3 gennaio 2020, ma al tempo si pensava ad un caso di SARS. Il 10 gennaio sono tornato in Italia per un meeting legato a Seta Capital con l’intenzione di tornare in Cina il 4 febbraio, immediatamente dopo le ferie legate al capodanno lunare. Quando è partito l’allarme ho dovuto ripianificare il mio ritorno in Cina.

Secondo lei quanto è grave quello che sta succedendo per il business della Seta Capital?

L’attività di Seta Capital è fortemente legata agli investimenti delle società cinesi perciò è facile desumere che i settori più colpiti dal virus nel breve periodo non investiranno. Di contro, nel breve-medio periodo vedremo grandi investimenti della Cina nei settori bio-medicali. Nello specifico, per noi si è creato un clima di incertezza e alcuni contratti che erano nelle fasi finali delle negoziazioni prima dello scoppio del virus sono stati rimandati indefinitamente. Anche la dichiarazione delle tasse e la registrazione delle fatture in Cina è stata rimandata dalla stessa agenzia delle entrate. Inoltre ci sono molte discussioni sui pagamenti degli affitti degli uffici: Seta Capital come migliaia di altre società e negozi non hanno potuto aprire per quasi un mese, per questo tutti stanno cercando di rinegoziare i propri contratti di locazione. Bisogna dire che c’è anche grande solidarietà: nei centri commerciali, per lo più deserti, non viene chiesto l’affitto. La sicurezza dei nostri impiegati è la priorità maggiore in questo momento, perciò tutti stanno lavorando in remoto fino a quando non sarà assolutamente sicuro tornare in ufficio. Considerando l’allerta, questi giorni sono considerati giorni di riposo e dunque devono essere pagati il doppio. Sono le società manifatturiere quelle più colpite: le poche che possono aprire gli stabilimenti hanno problemi di approvvigionamento di materie prime in quanto i trasporti sono limitati; anche riuscendo a produrre non potrebbero trasportare i propri prodotti ai clienti finali.

Che effetto c’è stato sul volume del vostro lavoro? Che tipo di conseguenze avete subìto fino ad ora?

Al momento il carico di lavoro è diminuito di circa il 30%, a causa del recesso o della sospensione dei nuovi contratti, anche per un problema meramente pratico: in Cina i contratti sono validi solo se timbrati in originale dalle società. Questi timbri vengono dati alle società al momento del rilascio della business licence, non ne esistono copie e normalmente vengono custodite negli uffici delle società. Le imprese che vogliono siglare nuovi progetti non possono firmare i contratti in quanto i timbri sono negli uffici, chiusi. Chi dovesse essere trovato a lavorare nelle società senza autorizzazione, è passibile di reclusione fino a 3 anni. La Cina è un Paese estremamente dinamico e per molti versi simile all’Italia nella capacità di trovare soluzioni brillanti in situazioni critiche, perciò siamo fiduciosi che una volta terminata la crisi ci sarà un grande recupero.

Qual è, secondo lei, per le aziende il modo migliore per far tornare la situazione ad un livello pre-coronavirus?

La maniera migliore di aiutare l’economia e la sicurezza mondiale è quella di aiutare la Cina a contenere il contagio. A questo proposito Seta Capital sta organizzando la raccolta di materiale sanitari da spedire agli ospedali di Wuhan [maggiori dettagli qui]. Trovare le maschere, vestiti e occhiali protettivi al momento è estremamente difficile in ogni parte del mondo, perciò chi potesse aiutare può scrivere a info@seta-capital.com. Mi auguro che la situazione venga contenuta al più presto e che si faccia seria informazione così da limitare ansie comprensibili ma non supportate dai dati reali. Dobbiamo unirci, soprattutto noi aziende, per favorire il ripristino di uno stato di quiete verso una nazione, la Cina, che ci ha accolti e che ha permesso di creare la nostra impresa. Tutto tornerà alla normalità, ne sono certo, ma dobbiamo essere in prima linea per velocizzare il processo e limitare le fake news che contaminano una situazione già difficile.

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