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Telemedicina, la vera anima nei centri servizi

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Antonio-Sammarco-CEO-Ultraspecialisti- Fortune Italia telemedicina

Ultraspecialisti.com è una startup nata nel 2016 che, a partire da un’idea precisa, ha dato vita a una realtà che sposa il concetto di centro servizi come previsto dalle linee guida emanate dal ministero della Salute nel 2012, oggi riprese in mano a distanza di molto tempo per via del Covid. All’interno del mare magnum di soggetti che rientrano sotto il cappello della telemedicina ci sono anche molte software house. Ma per Antonio Sammarco, Ceo dell’azienda, “la vera anima della telemedicina è quella dei centri servizi, che tengono conto dell’usabilità della tecnologia sia per il paziente che per l’erogatore, cioè la struttura sanitaria e il medico”. Una triangolazione, quella che vede protagonisti il centro servizi il paziente e il medico, che naturalmente si basa sui pilastri tecnologici provenienti dall’innovazione. Scopriamo cosa significa tutto ciò.

 

Dottor Sammarco, la telemedicina può rappresentare una delle leve su cui puntare per la Sanità territoriale tanto richiesta nel post-Covid: quale supporto può venire da questo strumento?

 

“Ci sono molti spazi in cui si può intervenire con la telemedicina, a prescindere da Covid. Basti pensare alle cronicità, all’oncologia, le patologie cardiovascolari e anche il diabete. Per supportare tutti i pazienti con patologie ad alto impatto nell’espletare in modo più semplice e immediato tutte le fasi del proprio piano terapeutico, non ultimi gli interventi legati all’aderenza terapeutica e alla prevenzione degli eventi acuti. La nostra esperienza diretta ci dice che uno dei vantaggi più significativi che può fornire la telemedicina è quello di intervenire dove si rendono necessari consulti e confronti medico-paziente molto verticali all’interno di branche specialistiche. Se il paziente riesce a entrare in contatto con lo specialista non generico avrà più possibilità di un outcome clinico favorevole. Attenzione, dire specialista non generico non si tratta di un ossimoro. Intendo affermare che con centri servizi ultraspecializzati si può aiutare il paziente a trovare proprio lo specialista con grande esperienza sulla sua patologia specifica. Cosa che seguendo i normali percorsi della Sanità richiede non solo molto tempo, ma anche numerose visite e spostamenti prima di trovare lo specialista che fa al caso giusto. La nostra visione prevede anche l’estensione al telemonitoraggio (integrato con i device medici) e al follow up, un potenziale questo che facilita l’interazione alternando l’offline con l’online, offrendo cosi non solo maggiore prontezza e puntualità di risposta ma un impatto sull’efficienza dell’intero ecosistema della Sanità. Naturalmente, per rispondere alle nuove sfide della Sanità odierna e ai bisogni dei pazienti è necessario integrare questo tipo di servizio in un sistema di cura che si concretizza con la telemedicina, trasversalmente delle cure primarie all’alta specialità”.

 

Quali criticità per realizzare una vera telemedicina in Italia?

 

Innanzitutto bisogna comprendere l’importanza strategica dei centri servizi. C’è ancora il problema che si rileva spesso nei fenomeni che portano innovazione in un sistema: la curva di apprendimento. Lato medici esiste un ostacolo derivante dai tempi necessari per introdurre e abituarsi a una novità come questa. Questo vale ancora di più dal punto di vista dei pazienti, che è un utilizzatore non ancora pronto per le soluzioni offerte dalla telemedicina. Attenzione, ciò non significa che non le apprezzi. Deve essere accompagnato per farle divenire familiari. Ci deve essere una sorta di “evangelizzazione” sulla telemedicina per far nascere la fiducia verso queste opportunità, per far comprendere che in molti casi attraverso il loro uso si può ottenere lo stesso risultato che si avrebbe con la classica visita in ambulatorio. Si tratta di scardinare la vecchia concezione che la cura o l’impatto sul percorso diagnostico-terapeutico si realizza solo offline. In questo senso la pandemia ha aiutato molto, a partire dalla comunicazione medico-paziente tramite Zoom o altri sistemi di videoconferenza. È evidente che ciò non è telemedicina, ma ha rotto gli schemi e ha reso più familiare l’idea di un rapporto che può andare anche al di là dell’offline.

 

Come siamo messi in termini di organizzazione e governance della Sanità rispetto alla telemedicina?

 

La nostra esperienza mostra notevoli nodi da scogliere in termini di interfaccia con le strutture sanitarie. Alcune si stanno organizzando in modo autonomo. Ma ciò comporta dei tempi di ottimizzazione talvolta anche molto lunghi. Il messaggio che voglio lanciare agli ospedali è il seguente: facciamo sistema. Realizziamo davvero quella partnership pubblico-privata tanto auspicata a livello istituzionale: invece che partire da zero, accendiamo dei progetti-pilota che affidano la telemedicina degli ospedali a strutture come la nostra, che permettono di partire già da uno step avanzato e collaudato grazie a best practice, inserendo sulla piattaforma l’expertise degli specialisti dell’ospedale. Se le piattaforme di telemedicina riusciranno a fare da collettore tra i piccoli e i grandi ospedali i pazienti potranno continuare a essere in cura presso il medico che li ha presi in carico vicino a casa, ma potranno entrare in contatto con specialisti ancora più qualificati presso i centri di eccellenza per le diverse patologie, che non “sottraggono” il paziente ma, anzi, contribuiscono a mantenerlo sul suo territorio lavorando in un’ottica multidisciplinare insieme al medico curante, condividendo i dati e gli esami diagnostici. Se riuscissimo ad arrivare a questo risultato avremmo fatto bingo: si genererebbe un risparmio sia per il privato cittadino che per tutto il sistema, perché si crea un modo di interazione tra i centri periferici e i grossi policlinici dotati di strumenti più all’avanguardia.

 

Un’ultima battuta sui fondi Ue che arriveranno per la Sanità: cosa potrebbe andare a beneficio della telemedicina italiana?

 

Sicuramente occorre agire per armonizzare i sistemi informatici delle strutture sanitarie, che ancora dialogano poco tra loro. Quando si parla di Fascicolo sanitario elettronico e di cartella elettronico la situazione non è omogenea in tutto il Paese. I dati clinici dei pazienti non sono ancora tutti a sistema e disponibili in tutti gli end-point del Ssn. Manca la possibilità di scambiare veramente tutti i dati sanitari della storia di ciascun cittadino. E questo non va a beneficio né del paziente né dei ricercatori, che dai dati della real world evidence possono imparare moltissimo su come migliorare la propria pratica clinica.

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