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Non solo scienza, Covid e citazioni virali

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Giuseppe Banfi

Giuseppe Banfi

Tra i tanti effetti della pandemia di Covid-19 vi è anche il risveglio della letteratura. Non solo la letteratura scientifica, denominazione antica che resiste alle temperie, poiché siamo vicini ai centomila articoli sul tema, molti dei quali si avvicinano alla medicina narrativa, dove, però, sono le istituzioni e i professionisti a raccontare il cambiamento, radicale ed improvviso, delle quotidiane attività in ospedale e nei servizi sanitari. Vi è stato uno sconvolgimento dei consueti tempi e modi di propagazione dei temi scientifici, in generale con enormi effetti positivi, ma anche qualche problema di scarsa attenzione alla qualità dei prodotti scientifici, che hanno messo a dura prova un sistema che fa fatica a reggere l’enorme offerta, sia da parte editoriale sia da parte professionale.

 

La rapida circolazione di dati e prove scientifiche ha avuto diversi meriti, scientifici e sociali, in un periodo ferocemente antiscientifico come l’attuale. E’ stata risvegliata l’esperienza, l’esperienza letteraria, di tempi lontani e vicini, quando le epidemie diventavano protagoniste della storia umana e venivano raccontate in annali e romanzi.

 

L’esperienza è il fondamento di ogni conoscenza, come dice il frammento (109 Page) di Alcmane, anche se la memoria di generazione in generazione non è così salda e forte. Si sono ricordate le narrazioni, termine certamente di moda, di tanti autori del passato, in genere riferite all’epidemia meglio definita nell’immaginario collettivo, la peste. Le citazioni da Tucidide e da Camus sono state protagoniste della prima fase di Covid-19, della chiusura totale, per descrivere lo stupore, lo sconvolgimento, i comportamenti, le relazioni nella società e con l’autorità, tutto quanto è già stato vissuto e magistralmente raccontato. L’effetto desiderato era di considerare che gli effetti di una epidemia sono e rimangono gli stessi nel tempo e nel presente, nonostante la tecnologia, la digitalizzazione, la medicina moderna.

 

Se si citava la peste raccontata più famosa, quella manzoniana, si rendeva evidente che i comportamenti antiscientifici sono ancor più visibili nella nostra società, rispetto alla società secentesca e alle convinzioni astrologiche di Don Ferrante. Se ci citava Nemesi di Philip Roth, si ricordava come l’attesa di un vaccino in assenza di terapie risolutive contro la poliomielite rimandava all’effetto devastante sul piano sociale, sui rapporti tra generazioni, genitori e figli, tra le persone nei quartieri di una piccola città di un morbo invisibile, subdolo e che non si riesce a controllare.

 

Sarebbe interessante conoscere se la diffusione di queste tranches de vie prese dalla letteratura hanno determinato qualche effetto, se non altro di riflessione e di partecipazione, in un pubblico sempre più ondivago nei comportamenti. Si è passati in pochi mesi dalle aggressioni al personale sanitario, vera aberrante mutazione antropologica e sociale, ad un riconoscimento del ruolo di medici ed infermieri, appropriato, talora enfatico, ad una sostanziale indifferenza, sperando che questo ciclo si sia interrotto.

 

E’ sorprendente però che non vi siano state citazioni letterarie del tempo sospeso, delle relazioni confinate, delle innovazioni continuamente tentate nella terapia e nella prevenzione, della convivenza di malati, soggetti isolati e sani, che sono descritte nella vasta letteratura sulla tubercolosi. Malattia più vicina ai nostri tempi, che si aggira ancora, pericolosa e multiresistente ai farmaci che l’avevano debellata nel secolo scorso. Malattia più vicina e familiare all’organizzazione sociale e sanitaria dei nostri tempi.

 

Se si scorrono le pagine de ‘La montagna incantata‘, o forse meglio ‘La montagna magica‘, di Thomas Mann, si ritrovano nel racconto del giovane Castorp tante situazioni, contrasti, comportamenti, che descrivono il tempo sospeso, l’interruzione, lo iato tra la vita comune ed abituale e la vita confinata. Le procedure della terapia, della disinfezione, dell’isolamento e, infine, della morte o della guarigione sono paralleli a quelli dei malati di Covid di questi mesi, più o meno celebri, che hanno raccontato la loro storia e le loro impressioni. Le pagine di Mann rimandano alle differenze tra un’epidemia improvvisa di colera de ‘La morte a Venezia’ ad una lunga e infida presenza di un’infezione virale che si adatta alla società e che costringe la società ad adattarsi.

 

L’isolamento fisico e sociale che rappresenta l’effetto più evidente nella comunità raccontato in un lessico forbito e barocco da Gesualdo Bufalino ne ‘La diceria dell’untore’, non più tra le montagne svizzere, ma nelle assolate colline siciliane, dove Luigi l’Allegro diceva al protagonista “lascia che arrivi la penicillina…”, ricordando i compagni di allora “rimormorandone i nomi in forma di filastrocca, da De Felice a Sciumè, e uno alla volta ritornano a fumare di frodo nella mia stanza, riaprono a caso per consultarlo, come un mazzo di arcani tarocchi, il Montale sul comodino”. In questi mesi, sul comodino, lo smartphone.

 

 

*Giuseppe Banfi, direttore scientifico dell’Irccs Istituto Ortopedico Galeazzi e docente dell’Università Vita Salute San Raffaele