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Gender gap in oncologia: riusciremo a sfondare il tetto di cristallo?

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oncologia

Benchè rappresenti una branca della medicina relativamente giovane (i primi reparti dedicati alla cura dei tumori in Italia risalgono agli anni ‘70), l’oncologia medica italiana e’ riconosciuta, per qualità clinico-assistenziale e di ricerca scientifica, come una delle migliori nel mondo, competitiva con quella di Paesi in cui l’investimento in sanità e ricerca è significativamente maggiore del nostro. Nonostante nell’ultimo ventennio sempre più donne siano diventate oncologhe, la possibilità di far carriera e rivestire posizioni apicali per le donne rimane infrequente.

 

L’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) conta tra i suoi iscritti 1.056 oncologhe e 918 oncologi, eppure uno studio condotto dall’Università Bocconi riporta che su 154 primari solo 23 sono donne. Il perché solo il 15% delle donne riesca a sfondare il tetto di cristallo risiede in molteplici fattori, legati sia a specifiche situazioni professionali, trasversali al mondo sanitario e in generale al mondo professionale, sia a questioni individuali legate alla formazione della donna. Tra le prime vanno annoverate le possibili discriminazioni e pregiudizi da parte di superiori e colleghi, le difficoltà di work-life balance nel conciliare la famiglia con gli impegni professionali, che si sono rese particolarmente evidenti in questo periodo di pandemia, gli evidenti limiti nell’accesso a network che possono influenzare realtà sociali-politico-economiche. E, in ultimo, ma non di secondaria importanza, la mancanza di role model (la generazione che ha formato gli attuali oncologi era pressoché totalmente maschile). Tra le cause individuali che spiegano questo importante gender gap c’è il fatto che spesso le donne hanno spinte motivazionali diverse rispetto ai colleghi uomini, manifestano minore aggressività e spirito competitivo, non creano network relazionali e non si supportano vicendevolmente come accade in ambienti maschili.

 

Lo stesso fenomeno si osserva a livello universitario. Un recente rapporto del ministero dell’Istruzione relativo al personale in servizio negli anni 2019-2020 indica che le donne rappresentano circa il 40% del totale del personale docente, con una quasi parità rispetto al sesso maschile se si guarda alla categoria dei ricercatori (48%), ma una chiara inferiorità se si considerano i ruoli di professore associato e professore ordinario, dove le donne rappresentano solo il 32% del totale. Se si considerano le immissioni in ruolo di professore ordinario le donne erano circa il 29% nel 2010 e sono diventate il 34% nel 2019. La tendenza è certamente incoraggiante, ma il dato rimane ancora largamente insufficiente soprattutto a fronte di dichiarate politiche di parità di genere. Guardando poi l’area medica il divario è ancora più pesante. Nel 2018 negli atenei italiani il ruolo di professore ordinario era ricoperto da una donna solo nel 18% dei casi. Considerato che da diversi anni la percentuale delle laureate in medicina supera quella dei laureati, è evidente l’esistenza di un divario la cui forbice si allarga con la progressione di carriera.

 

I dati in Europa non sono particolarmente dissimili. Nel 2013 Martine Piccart, allora presidente della Società Europea di Oncologia Medica (Esmp), sottolineò l’esistenza di una importante sotto-rappresentanza delle donne oncologhe in posizioni dirigenziali. La sua visione e intuizione portarono alla creazione dell’iniziativa internazionale Esmo Women for Oncology (W4O), per comprendere e supportare le sfide che le oncologhe si trovano davanti quando mirano a posizioni di leadership. In particolare il comitato ha 3 obiettivi chiave: monitorare e sensibilizzare la comunità oncologica sullo squilibrio di genere nelle posizioni di leadership in oncologia; educare e formare le oncologhe per favorire la creazione di figure leader; fornire risorse per supportare l’accesso alle opportunità di formazione e sviluppo di carriera per le oncologhe.

 

Sotto la spinta di questa visione, e in analogia a quanto stava accadendo in altre nazioni europee, dall’iniziativa di 9 oncologhe italiane che ne costituiscono il comitato scientifico, nasceva nel 2016 in Italia W4O Italy, spin-off del network Esmo in ottica nazionale. La mission del comitato è quella di fornire, attraverso percorsi mirati di coaching, gli strumenti utili ad affrontare e superare le questioni professionali legate al genere e, in prospettiva, formare una futura classe dirigente al femminile sempre più preparata e, inevitabilmente, sempre più numerosa.

 

La competenza e la professionalità non hanno genere, e le donne non devono essere protette attraverso la costituzione delle ‘quote rosa’, ma attraverso un sistema binario volto da un lato a creare nelle donne stesse una consapevolezza più forte del proprio valore professionale e del proprio ruolo sia in corsia che nella ricerca, dall’altro a cercare nelle istituzioni un interlocutore consapevole e determinato ad implementare in Italia quelle serie e rigorose politiche di genere già diffuse in altri Paesi europei.

 

*Women for Oncology Italy

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