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Competenze e stabilità politica, il futuro della ricerca secondo le aziende

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La grande speranza legata al 2021 è che possa essere un anno di ripartenza, una ripartenza strettamente legata alla diffusione e all’efficacia dei vaccini Covid-19. Ma il futuro della salute, dell’healthcare e della ricerca passa anche da altro. Passa dalla capacità di saper costruire un nuovo ecosistema (sanitario ma anche imprenditoriale) che risponda ai problemi evidenziati dalla pandemia. A questo tema abbiamo dedicato l’evento Health – Il futuro della ricerca, che si è stato trasmesso dallo studio del Baglioni Hotel di Roma il 10 febbraio. Nella seconda tavola rotonda dell’evento, moderata dalla giornalista Margherita Lopes, dopo aver approfondito il punto di vista del mondo universitario, abbiamo affrontato quello delle aziende.

Secondo Lucia Aleotti, membro del Cda di Menarini, va ricordato quanto sia importante il tema del rischio, nella ricerca: o la ricerca ha successo e il prodotto arriva ai pazienti, oppure “si buttano anni di lavoro e centinaia di milioni di euro”. Per questo “è importantissimo dare stabilità con delle regole non penalizzanti per le aziende farmaceutiche. Un imprenditore ha bisogno di sapere che potrà investire cifre crescenti nel tempo e che il suo Paese non creerà difficoltà cambiando le regole del gioco. È la necessità numero uno per le aziende”. In poche parole, bisogna “creare un ambiente che sia in grado di accompagnare le aziende nel percorso di ricerca e sviluppo delle aziende”. Posto che anche gli investimenti ‘produttivi’ possano affiancare e stimolare l’attività di ricerca (a settembre “si poserà la prima pietra” del nuovo stabilimento alle porte di Firenze di Menarini, costato 150 mln, annuncia Aleotti) il quadro normativo potrebbe anche seguire quanto fatto con quello relativo all’industria 4.0: politiche del genere “potrebbero essere ancora più incentivanti” e attrarre investimenti dall’estero.

Anche secondo Rosita Calabrese, Country manager di Angelini Pharma – Italy, il quadro normativo è fondamentale, e non occorre sia favorevole, alle aziende, ma perlomeno “stabile”, che “abbia una visione di medio e lungo termine”. Il sogno, dal punto di vista dell’indirizzo dato dalla politica, sarebbe quello di arrivare a “un piano industriale nazionale. In questo momento, per quanto caotico, ce ne sarebbe molto bisogno”. E se quel piano rispondesse in maniera puntuale alle esigenze del settore farmaceutico, “sarebbe l’ideale”. Anche perché le trasformazioni inseguite dalle aziende sono le stesse che cambieranno l’intero sistema sanitario. L’azienda di Calabrese, ad esempio, ha puntato molto su una nuova app di telemedicina, sviluppata durante la pandemia. L’app “è un timido inizio rispetto al processo di digitalizzazione che ci aspetta”, dice Calabrese. “McKinsey dice che ora il settore vale 3 mld; in futuro arriverà a valerne 250”.

 

Una delle esigenze principali dell’attività di ricerca e sviluppo emerse durante l’incontro, sostenuta da tutte le aziende presenti, è quella di concentrarsi sulla valorizzazione del capitale umano (e in Italia ci sono meno addetti nel settore della ricerca rispetto ad altri Paesi europei), in un quadro che dia stabilità a medio a lungo termine. Per Maurizio De Cicco, Presidente e Ad di Roche Italia, “nel nostro settore è il capitale umano che fa la differenza e rende il farmaceutico un asset trainante”, ma su 66mila addetti del farmaceutico italiano solo il 10% è il personale che si occupa di R&D.

“Quello della ricerca è un tema fondamentale per l’innovazione”, aggiunge De Cicco. “Noi siamo tra quelli che investono di più rispetto al fatturato, il 20%, cioè 12 miliardi di franchi, e nonostante il contesto pandemico la decisione è stata quella di incrementare l’investimento dell’8%”. È il sistema italiano a dover fare un salto in avanti: “Il Paese alla voce investimenti mette solo 2-2,5 mld, quindi Roche investe, da sola, 4 volte di più. Speriamo davvero che nel Recovery fund si investa molto di più, credo sarà uno dei punti fermi di Draghi, per quello che si è capito”. Il tema del capitale umano è anche utile per descrivere una delle dinamiche chiave del settore health e pharma: quello della trasformazione delle competenze. È fondamentale che le aziende investano nell’acquisizione di nuove competenze: nel settore farmaceutico questo “sta avvenendo, e ci sono profili nuovi, con forte accento sul digitale”, dice De Cicco.

Le competenze vanno fatte crescere anche fuori dalle aziende stesse: per Silvia De Domicis, Presidente e Ad Johnson & Johnson Medical, il tema del capitale umano è fondamentale anche nel sistema sanitario in generale. I dispositivi medici, come quelli prodotti da J&J Medical, sono un buon esempio: richiedono una forte competenza nel loro utilizzo da parte degli operatori sanitari, e coinvolgono l’intero percorso del paziente anche sul territorio, non solo in ospedale. Una competenza che va di pari passo con gli investimenti “in soluzioni digitali che consentano di utilizzare meglio le risorse dello Stato, magari costruendo una sorta di ospedale virtuale dove seguire i pazienti. Anche noi stiamo facendo molte partnership con università perché sempre di più c’è necessita di incrociare materie diverse, tra medicina e tecnica”. D’altronde non c’è dubbio che “il futuro della ricerca passi dalla contaminazione tra settori differenti”. J&J ad esempio ha attivato partnership con Google ma anche con diverse startup per la creazione di laboratori “dove chi ha la migliore idea può farla finanziare”, magari entrando in “nuove aree create dall’unione di diversi background”. Il tema della stabilità non è secondario: “È fondamentale avere condizioni di stabilità politica e non è un mistero che si utilizzino degli indicatori a livello internazionale”, e in questo senso l’Italia è a livello dei Paesi più poveri, come quelli africani.

Elena Zambon, presidente Zambon e ideatrice OpenZone, fa notare come il tema delle competenze sia stato radicalmente trasformativo nel settore farmaceutico e nell’healthcare: non si fa più ricerca nello stesso modo di prima. Da anni ad esempio “i farmaci hanno molto spesso origine nelle piccole biopharma. Questo ci dice quanto sia cambiata la natura degli investimenti” con l’emergere delle startup. Le imprese hanno assunto una funzione di raccordo, e chi ci lavora deve “saper gestire le relazioni e avere capacità negoziali con i partner esterni”, tra l’altro cercando di acquisire dimestichezza in tecnologie ormai sempre più onnipresenti come i big data e l’intelligenza artificiale. L’azienda, dice Zambon, “deve investire continuamente nel mindset delle persone”. Proprio l’esigenza di fare tutto questo in un ecosistema collaborativo ha portato alla creazione del campus Openzone: “Oggi siamo 29 imprese con dimensioni diverse, da quelle strutturate a quelle più piccole che così possono avere accesso a competenze manageriali di aziende più grandi. Quando abbiamo fatto il campus abbiamo pensato alla volontà di creare una community, che crei connessione con accento sul capitale, essenziale per finanziare i progetti, ma anche sulle competenze”. Quelle delle startup più innovative, certo, ma anche quelle dei manager delle imprese più grandi, “che sanno già confrontarsi con i mercati e possono aiutare i piccoli imprenditori a crescere”.

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