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Piano vaccini, tra buoni principi e giusta applicazione

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Il nuovo Piano vaccinale del commissario straordinario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo mette in campo l’artiglieria pesante. Ma l’obiettivo di vaccinare 500 mila persone al giorno e l’immunità di comunità da ottenere entro inizio autunno rischia di scontrarsi con l’Italia dei campanili. Abbiamo chiesto l’opinione di Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinazattiva.

Il nuovo Piano vaccinale si ispira, tra l’altro, ai principi di equità, reciprocità, legittimità sanciti dalla nostra Costituzione: quanto possiamo ritrovare questi principi nella definizione delle categorie di priorità in cui sono stati ricompresi i cittadini italiani?

Credo che il Piano vada nella giusta direzione. Naturalmente potrà essere aggiustato in corso d’opera in relazione alla fluidità che caratterizza l’evoluzione della pandemia. Per far sì che ciò avvenga è bene che il governo mantenga un canale di relazione diretto e sempre aperto con le organizzazioni civiche, che hanno il polso della situazione relativa ai cittadini e possono offrire una chiave di lettura alle istituzioni per orientare il piano in modo coerente alle necessità della collettività. Inoltre tutti si attendono che il Piano vaccinale, una volta definito, venga implementato ugualmente su tutto il territorio nazionale. Cosa che invece non accade. Abbiamo sotto gli occhi, ad esempio, Regioni che hanno vaccinato il professori universitari, altre gli avvocati e così via. Tutti fattori che fanno percepire una disequità palese tra i cittadini. Perché ad esempio non vaccinare anche le cassiere dei supermercati che sono anch’esse in prima linea a contatto con migliaia di persone ogni giorno? O altre categorie pesantemente colpite dai contagi?

Insomma abbiamo il problema di un’Italia a 21 velocità diverse. Troviamo Regioni in cui gli over 80 hanno già ricevuto quasi tutti almeno la prima dose e altre in cui si procede abbastanza spediti con le altre categorie di cittadini. Altre ancora, come la Lombardia (che è anche la più colpita dalla pandemia) dove il balletto delle cifre ogni giorno ci dice che qualcosa non va e che tutto va a rilento. In questo caso il Titolo V non rischia di essere una barriera all’accesso al vaccino uniforme in tutto il Paese?

Il Titolo V così com’è è sostanzialmente un patto tra Stato e Regioni, che presuppone che entrambe le parti si impegnino a rispettarlo. In tal senso è importante che si mantenga a tutti i livelli la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Pena la perdita di fiducia da parte dei cittadini nei confronto delle istituzioni. E a pagare pegno sarebbero sia lo Stato che le Regioni. Il ruolo delle organizzazioni civiche, come Cittadinanzattiva, è proprio quello di monitorare chi rispetta i patti e chi non lo fa e rendere evidenti le differenze che dovessero esserci a livello regionale.

In altri termini, il Titolo V non è di per sé una barriera a un accesso uniforme alla prevenzione della salute. Ciò che lascia pensare è il fatto che le Regioni facciano ciascuna a modo proprio nonostante le decisioni relative alla gestione della pandemia non siano state calate dall’alto, ma siano state discusse, condivise e concordate tra lo Stato e le Regioni.
Ne è un esempio l’accordo nazionale che prevede che i medici di medicina generale possano vaccinare contro il Covid. Che senso ha che questo accordo possa trovare differenti regole di applicazione nelle diverse Regioni? Questo comporta non solo disuguaglianza di accesso al vaccino ma, come dicevo prima, forti differenze di fiducia nei confronti del sistema salute.

Secondo lei, almeno nelle situazioni di emergenza, andrebbe superata l’Italia dei campanili?

Teniamo conto che, salvo ritardi imprevisti, nelle prossime settimane avremo a disposizione enormi quantità di dosi di vaccino. Dico: facciamo partire immediatamente e in modo uguale in tutta Italia la macchina per la vaccinazione, formata dai professionisti sanitari del territorio, dai Mmg ai pediatri ai farmacisti, agli odontoiatri. Diamo attuazione agli accordi quadro velocemente e senza differenze a livello regionale. Non è questo il tempo delle discussioni.

Parliamo di dosi di vaccino e tempi si somministrazione. Il piano vaccinale punta a raggiungere le 500 mila somministrazioni al giorno e la copertura vaccinale dell’80% della popolazione entro l’inizio dell’autunno. Ma poi la strategia vaccinale stilata dal governo torna a scontrarsi con il livello regionale e, stante l’attuale formulazione del Titolo V, ci troviamo nelle mani dei singoli presidenti di Regione…

Proprio così. Nel campo della salute il governo centrale può intervenire nell’amministrazione regionale solo per motivi di ordine economico. Come testimoniano i diversi esempi di commissariamento di alcune sanità regionali a cui abbiamo assistito negli ultimi 15 anni. Analogo intervento non può essere fatto dallo Stato dal punto di vista sanitario, nemmeno in caso di emergenza. Sarebbe invece ovvio aspettarsi un cambiamento delle regole di ingaggio in casi estremi come è quello che stiamo vivendo di una pandemia mondiale. Il tema non è quello di far valere per tutti decisioni prese da un uomo solo al comando. Ma quello di prendere decisioni condivise da tutte le Regioni, e che siano quindi tradotte in regole univoche per tutti i cittadini italiani.

Infine una battuta sul “passaporto di immunità”. In alcuni Paesi come Israele, un’app che mostra un semaforo verde ai vaccinati consente di accedere a luoghi e servizi che prima erano stati preclusi (dai cinema, alle palestre ai luoghi della socialità). Anche la Commissione europea punta a una legge in tal senso, per rimettere in moto letteralmente l’Europa. Lei che ne pensa?

Credo che sia una proposta di buon senso. Purché a ciò sottenda la possibilità di avere accesso al vaccino da parte di tutti. Anche con l’obiettivo di riavviare il prima possibile la ripresa economica. Anche in questo caso occorrerebbero regole condivise a livello italiano e anche internazionale. Ci sono Regioni che parlano già di certificazioni/passaporti vaccinali: una idea valida e condivisibile, ma che perde di senso se si limita al livello regionale. Il senso di questo progetto trova efficacia solo se c’è una banca dati internazionale in grado di tracciare in modo chiaro un codice-cittadino-vaccino univoco e mutuamente riconosciuto nei diversi Paesi per ciascun cittadino europeo. Naturalmente nell’ottica di evitare le solite truffe, che sono sempre dietro l’angolo.

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