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Chi scommette sull’healthcare? Dai grandi fondi a Google e Amazon

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healthcare

Di Luxury&Finance – Nel 2020 il settore healthcare ha registrato un calo delle operazioni M&A dovuto principalmente alla crisi pandemica e alle misure adottate per il contenimento del virus. Tuttavia, nel secondo semestre si è potuto assistere a una ripresa grazie al ruolo dei fondi, sia di private equity sia infrastrutturali. Ma un terzo player si sta affacciando: le websoft company.

Soggetti come Amazon o Google sono i player che stanno entrando nel mercato e che, non è escluso, in futuro potranno acquisire società legate alla ‘tecnologia nella sanità’ per fornire servizi digitali in ambito sanitario. Una novità non di poco conto”, evidenzia l’avvocato Luca Pocobelli, dello studio legale Dentons.

In particolare, quello dell’healthcare è “un settore che vive una fase di espansione da almeno 10 anni e che continuerà, visti i noti e recenti eventi, ancor più a crescere. Non tutto. Gli operatori della sanità hanno subito una contrazione di fatturato significativa, in concomitanza con il primo lockdown, in quanto in quei mesi molti pazienti hanno deciso di rinviare prestazioni ‘normali’ e non urgenti. Peraltro, le stesse strutture private sanitarie, per evitare un affollamento dei centri medicali, hanno ridotto le prestazioni ai soli servizi essenziali”.

Cambio di rotta dopo il 4 maggio, per alcuni settori della sanità, ad esempio la diagnostica (anch’essa soggetta ad un significativo calo di fatturato nei primi mesi del lockdown), “quando abbiamo iniziato tutti ad eseguire test sierologici, quindi i tamponi rapidi e molecolari. Questi ultimi, inizialmente, potevano essere eseguiti dalle sole Asl, poi sono stati sdoganati anche se a macchia di leopardo. tra le varie Regioni. L’impatto è stato notevole – nota Pocobelli – si è quasi raddoppiato il fatturato degli operatori, mentre contemporaneamente sono riprese anche le analisi tradizionali”.

Recuperata dunque, nella diagnostica, la significativa contrazione (di quasi il 50%) dei 2 mesi di lockdown, la forte accelerazione nei mesi successivi ha portato addirittura a superare il 2019. Anche il settore dei medical devices è cresciuto, in particolare i produttori e distributori di spirometri e saturimetri, ma anche di macchinari che processano i tamponi. “Ha patito la medicina di elezione e dunque anche semplicemente gli ospedali, le case di cura, le strutture che forniscono servizi specialistici, visite o ricoveri ospedalieri. Per molti mesi – fa notare l’avvocato – si è cercato di rinviare tutto quello che non era strettamente necessario. Grande impulso, d’altro canto, ha avuto la medicina a distanza”. Un esempio? “Il Centro Medico Santagostino, primo in Italia a fornire sedute di psicoterapia a distanza. Un servizio che offrivano già prima del Covid”.

Quale momento sta vivendo ora il settore, quindi? Per Pocobelli “il mondo healthcare ha subito un momento di arresto, come tutti, nella prima fase della pandemia, un evento talmente straordinario che nessuno poteva prevedere, né ipotizzare a cosa avrebbe portato”. Un arresto che ha riguardato anche le operazioni straordinarie in corso: “Si sono fermate inizialmente, ma dai mesi di maggio/giugno hanno ripreso il loro iter e molte sono andate a buon fine. Il saldo netto mostra un impatto negativo rispetto a un corso ordinario, tuttavia il settore ha mostrato una certa resilienza, riuscendo a recuperare, anzi accelerando nel secondo semestre del 2020 rispetto all’impasse del primo semestre e in particolare dei mesi del lockdown. Quello a cui stiamo assistendo è una forte competizione tra le aziende interessanti del settore, che è molto ampio. Il termine inglese confonde, ma se lo dovessimo tradurre in italiano indicherebbe il comparto complessivo della ‘sanità’ e dunque aziende farmaceutiche, società che producono medical devices, operatori della diagnostica, biotecnologie, erogatori di servizi nella sanità tradizionale (ospedali e case di cura private). Logiche totalmente diverse. Sotto-settori diversi gli uni dagli altri”. Senza contare che negli ultimi anni “si è affermato in modo crescente il collegamento tecnologia-sanità, come ad esempio la telemedicina. Un processo inarrestabile che porterà una sempre maggiore interazione”.

Ci sono dunque nuovi player? Secondo Pocobelli “mentre in passato il settore healthcare era composto da attori tradizionali, da aziende del settore che crescevano in modo organico o per linee esterne, dunque acquisendo realtà simili, ora ci sono nuovi soggetti. I fondi, di private equity e fondi pensione o infrastrutturali. Un esempio su tutti, nel primo caso, Cvc che ha acquisito Recordati, una operazione da 3 miliardi di euro. Ma anche altre operazioni che hanno visto in campo altri fondi di private equity italiani o esteri, come ad esempio Progressio o Permira. Una seconda categoria è rappresentata dai fondi infrastrutturali o pensionistici. Come ad esempio il fondo canadese che gestisce le pensioni degli insegnanti. Questi ultimi guardano a investimenti di lungo periodo e non a un ritorno di breve. Devono investire in modo prudente e sano, dando la certezza di pagare le pensioni. Guardano, dunque, anche all’healthcare e alla diagnostica”.

Ma c’è un terzo attore, più recente: “Soggetti come Amazon o Google sono i player che stanno entrando nel mercato. Un potenziale investitore è dunque Amazon che, non è escluso, in futuro potrà acquisire società legate alla ‘tecnologia nella sanità’ per fornire servizi digitali in ambito sanitario. Una novità non di poco conto”.

Ma qual è la ratio alla base delle operazioni straordinarie nel settore? “Queste tre macro-categorie di investitori si muovono con logiche molto differenti, tenuto conto che le aziende del settore hanno obbiettivi di espansione industriale, i fondi di private equity sono investitori più di natura finanziaria e le aziende hi-tech intendono invece entrare in un mercato, come quello della sanità, che per loro è nuovo”.

Chi compra allora in Italia? “Le società del settore comperano per due ragioni essenzialmente: o perché il target è interessante, o perché fa qualcosa che l’azienda che compera non fa e quindi integra la gamma di prodotti con l’acquisizione. O ancora, ritiene che possa creare delle sinergie per via della complementarietà dei prodotti della società acquisita rispetto ai propri, ed alla possibilità di aumentarne le vendite grazie alla rete di distribuzione dell’acquirente (ad esempio anche a livello internazionale, se ad acquisire è una multinazionale)”. Quindi, complementarietà delle linee di prodotto e servizio. La seconda ragione “può essere semplicemente la penetrazione in un mercato in cui non si è presenti. Si cresce acquisendo fatturato. Ad esempio un operatore farmaceutico americano, che non è presente in Europa, acquista un operatore europeo”.

Ci sono di solito due diverse tipologie di acquisizione del settore healthcare, secondo Pocobelli. “Le operazioni sono o nazionali o multi-jurisdictional. Molto spesso, accade che operazioni di aggregazione tra operatori del settore comportino problematiche di natura antitrust. L’autorità competente dunque, in sede di autorizzazione, impone che l’acquisizione possa essere completata purché ci siano successivamente delle dismissioni. Questo crea dei fenomeni di acquisizioni di natura spesso internazionale, che non riguardano solo l’Italia o la Francia o la Germania. In altri casi si decide di uscire da alcune linee di business, a livello worldwide e quindi si sceglie di vendere. Spesso le dismissioni sono per comparti interi e dunque non solo limitate ad un paese, ma in tutto il mondo”.

“Abbiamo seguito negli ultimi anni la parte italiana di varie operazioni di dismissione per J&J, tra le quali ad esempio quella del comparto dei prodotti nel settore del monitoraggio della glicemia. Con una singola operazione J&J ha venduto in tutto il mondo la divisione. In un solo giorno sono state effettuate circa 30 acquisizioni di divisioni gestite ognuna da una diversa legal entity a livello nazionale, dunque circa 30 dismissioni regolate a monte da un accordo quadro generale fatto negli Usa. Con un master purchase agreement, le due capogruppo negoziano le condizioni della compravendita e poi viene data esecuzione nei singoli paesi in cui la divisione è presente: 30 paesi, 30 atti di compravendita locale”.

L’Italia intanto è una “preda, oggetto di acquisizioni recenti, perché qui abbiamo operatori molto qualificati e molto bravi con un ottimo expertise, che fanno gola agli operatori internazionali, in qualche caso, agevolate da un passaggio generazionale o una fase di transizione dell’azienda da acquisire. Va detto però che c’è stata una piccola inversione di tendenza, con due casi che nel 2020 hanno comperato all’estero: Menarini e Angelini che hanno fatto acquisizioni entrambi negli Usa. Un segnale importante”. Si tratta di operazioni straordinarie finalizzate alla crescita, ed un piano di espansione in altri mercati”. Se dunque i maggiori compratori sono Usa, Uk, Francia e Germania, in Italia si assiste a una inversione di tendenza recentissimamente”.

Anche l’emergenza vaccini porterà a nuove operazioni, dettate dalla necessità di produrre in loco. “Un tema, quello dei vaccini tornato sul tavolo delle grandi case farmaceutiche, perché rappresenta oggi un volume d’affari importante, oltre 50 miliardi di euro per il solo 2021. Questo, nonostante alcuni operatori al momento abbiano deciso di vendere riducendo quasi a zero il proprio margine. Ma non è chiaro se applicheranno questa policy anche in futuro. Stiamo a vedere. Un tema anche geopolitico, di ri-nazionalizzazione: tutti cercheranno di portare a casa i cicli produttivi. Lo abbiamo visto con le mascherine. Sicuramente è in corso un processo di riduzione della supply chain, di reshoring, anche nel settore healthcare”.

Quale il ruolo della Cina? “Un altro fenomeno cui stiamo assistendo, è una grande presenza di operatori cinesi. Hanno capitalizzazioni di 6-7-8 mld di euro e iniziano a guardare ad acquisizioni di società italiane e in Europa, anche nel settore sanitario. Sono tra i soggetti invitati dalle banche d’affari quando c’è una operazione di vendita. Quindi i competitor sono fondi e ora anche multinazionali cinesi, mentre prima erano principalmente le europee e americane”. Ma intanto il Governo italiano ha esteso anche alla sanità, fino a giugno, il golden power. Non a tutta certamente. “Non escludo che, visto l’andamento della pandemia, per un tempo non troppo lungo, ma per un ulteriore periodo, ci possa essere una proroga per poi tornare ai settori tradizionali: difesa, energia e telecomunicazioni”.

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