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Cure più vicine ai pazienti, il caso delle malattie respiratorie croniche

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malattie respiratorie croniche

Ripensare la cura, avvicinandola al paziente. Il vaso di Pandora scoperchiato con forza dal vento della pandemia di Covid-19 ha trasformato questa proposizione in un mantra. Che via via diventa un must nella gestione di tutte le patologie. Soprattutto nel caso di quelle croniche, come la Bpco (broncopneumopatia cronica-ostruttiva).

Concordano sulla necessità non più prorogabile di migliorare l’assistenza sanitaria e socio-sanitaria sul territorio, finanche all’interno della casa dei pazienti, gli esponenti delle istituzioni, della medicina e della società civile che si sono confrontati oggi in occasione del webinar “La gestione delle cronicità respiratorie: la lezione di Covid-19”, organizzato con il contributo non condizionante di Chiesi Italia.

Il caso delle malattie respiratorie croniche, come asma e Bpco, è emblematico dell’effetto nefasto che l’infezione da Covid-19 ha sui malati cronici. “Un effetto che deve essere valutato non tanto in relazione alla singola patologia, ma in considerazione dei quadri clinici che vedono spesso associate diverse cronicità. Nel caso della Bpco, ad esempio, la fibrillazione atriale e lo scompenso cardiaco. La concomitanza di queste patologie e Covid influisce negativamente sul rischio di ricovero, sulla severità del quadro clinico e anche sulla probabilità di andare incontro a decesso”, ha spiegato il presidente della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie, Claudio Cricelli.

Il progressivo invecchiamento della popolazione, e con esso l’aumentare dell’incidenza delle malattie croniche, porta con sé la necessità di implementare davvero il Piano nazionale cronicità. Che deve avere “maggiori gambe”, ha detto il capo della Segreteria tecnica del ministero della Salute, Stefano Lorusso. “Per farlo”, ha aggiunto, “nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) abbiamo proposto di spingere verso l’attuazione uniforme del piano cronicità a livello regionale, attraverso investimenti che possano colmare le carenze in termini di competenze e strumenti a livello regionale. Definendo inoltre metriche territoriali – ad esempio, Adi, Rsa, ospedali di comunità – e standard di esito che permettano di valutare in modo preciso la messa in atto di quanto stabilito”.

Allineata con Lorusso anche Beatrice Lorenzin (Pd), già ministro della Salute e sostenitrice del Piano nazionale cronicità. “Il Pnrr offre l’occasione dei superare i limiti strutturali del sistema sanitario italiano. Ma deve essere attuato attraverso l’implementazione e l’utilizzo gli strumenti offerti dall’intelligenza artificiale applicata ai dati sanitari. Per riuscire così ad agire in modo predittivo e preventivo”. Perché l’obiettivo è quello di domiciliare il più possibile le cure anche in virtù della sinergia tra assistenza sanitaria e assistenza sociale. Il “welfare delle cose comuni” lo chiama Lorenzin, auspicando che ciò sia possibile attraverso un ingaggio sempre maggiore del medico di medicina generale e di un più esteso e intenso ricorso alla sanità digitale.

Più scettico, su quest’ultimo punto il presidente di Snami (Sindacato Nazionale Autonomo dei Medici Italiani) Angelo Testa, che al sentir parlare di “sanità digitale” ha ricordato gli alea che gravano su questa opportunità. Dall’invecchiamento dei pazienti, poco avvezzi alla tecnologia, a quello della classe medica. Quest’ultima , pur avendo un discreto livello di alfabetizzazione informatica, necessiterebbe di una formazione ad hoc per poter seguire con successo la rapida evoluzione della tecnologia e dei sistemi che essa mette a disposizione in ambito sanitario. Per non parlare del livello di infrastrutture informatiche assai disomogeneo a livello territoriale. Ma più di tutto Testa ha evidenziato la “necessità di scegliere in modo coerente e condiviso se per le malattie croniche si vuole veramente dirigersi verso il territorio”. Occorrono piani terapeutici chiari che esplicitino questa direzione, per evitare il disorientamento dei pazienti. E anche dei medici di medicina generale, che “non potranno reggere a lungo una situazione che li porta operare qua e là tra le case di comunità e ambulatorio per evitare la desertificazione territoriale”.

Una maggiore fluidità lungo l’asse ospedale-territorio è quello che auspica il presidente della Società italiana di Pneumologia Luca Richeldi. “Le malattie respiratorie sono un esempio di come l’ospedale deve essere riservato agli eventi acuti, mentre il resto delle casistiche deve essere demandato al territorio”, dice. Sottolineando però che ciò sarà possibile solo con “l’incremento della teleassistenza, ma integrata con la specialistica ospedaliera”.

Obiettivi ambiziosi, raggiungibili solamente “iniziando con il disegnare i percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali a partire dai bisogni dei pazienti e dando nuovi poteri e responsabilità al Mmg”, ha aggiunto il presidente di Cittadinanzattiva Antonio Gaudioso. Mai come nel caso delle patologie croniche al tempo del Coronavirus una vera “patient-centricity” condivisa tra tutti gli attori del sistema salute significa più salute, meno costi e un minor prezzo pagato in termini di vite umane.

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