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Istat: calo nati, record morti e speranza di vita a 82 anni

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Istat

Si riduce ancora la popolazione italiana nel primo anno della pandemia di Covid-19. Un anno con meno nati, più morti e un’aspettativa di vita scesa a 82 anni, ben 1,2 in meno rispetto al 2019. Il report dell’Istat sugli indicatori demografici ‘fotografa’ così l’impatto di Covid-19 sugli italiani.

E il risultato è chiaro: siamo sempre meno. Al 1 gennaio 2021 i residenti ammontano a 59 milioni 259mila, 384mila in meno su base annua. Un dato che non stupisce, dal momento che il 2020 è un stato anno record, con un minimo di nascite e un massimo di decessi: 7 neonati e 13 morti per mille abitanti. Complice la pandemia, risultano frenati anche i flussi migratori con l’estero: il saldo è di +79 mila, pari a 1,3 per mille abitanti, la metà del 2019.

Intanto il Paese, che si spopola, invecchia: l’età media sale a 46 anni al 1 gennaio 2021. Ma vediamo i dettagli del rapporto Istat.

Nel corso del 2020 sono stati registrati 75.891 decessi attribuibili in via diretta a Covid-19, secondo il Sistema di sorveglianza nazionale integrata dell’Istituto Superiore di Sanità. “Tuttavia, come già evidenziato, l’incremento assoluto dei decessi per tutte le cause di morte sull’anno precedente è stato pari a +112 mila – afferma l’Istat – Così, se da un lato è possibile ipotizzare che parte della mortalità da Covid-19 possa essere sfuggita alle rilevazioni, dall’altro è anche concreta l’ipotesi che una parte ulteriore di decessi sia stata causata da altre patologie letali che, nell’ambito di un Sistema sanitario nazionale in piena emergenza, non è stato possibile trattare nei tempi e nei modi richiesti”.

In attesa degli approfondimenti, evidenzia l’Istat, è possibile effettuare alcune valutazioni. “Se, ad esempio, nel corso del 2020 si fossero riscontrati i medesimi rischi di morte osservati nel 2019 (distintamente per sesso, età e provincia di residenza e applicati ai soggetti esposti a rischio di decesso), i decessi sarebbero stati 647mila, ossia soltanto 13mila in più rispetto all’anno precedente, invece dei 112 mila registrati. Ne consegue che la mortalità indotta direttamente/indirettamente da Covid-19 ammonta a 99mila decessi, un livello che può considerarsi come limite minimo. Infatti, nei primi due mesi del 2020, in una fase antecedente alla diffusione del virus, i decessi sono stati 6.877 in meno rispetto agli stessi mesi del 2019. È dunque lecito ipotizzare che senza la pandemia i rischi di morte sarebbero stati inferiori e non, come qui è ipotizzato ai fini del calcolo, precisamente eguali”.

C’è poi il dato (provvisorio) delle nascite: risultano pari a 404mila, mentre i decessi raggiungono il livello eccezionale di 746mila. Ne consegue una dinamica naturale (nascite-decessi) negativa nella misura di 342mila unità, rileva l’Istat. Il calo delle nascite in Italia – Covid o non Covid – sembra non finire mai: in 12 anni si è passati da un picco relativo di 577mila nati agli attuali 404mila, il 30% in meno.

Di pari passo, si riducono anche le donne in età fertile. Mentre l’impatto psicologico di Covid-19, così come le restrizioni adottate, possono pesare sulle scelte riproduttive soltanto a partire da marzo, e dunque sui nati a dicembre 2020. Ma se, a eccezione di febbraio, i nati mese per mese nel 2020 sono sempre sotto quelli del 2019, ciò non fa che confermare il trend che vede in Italia culle sempre più vuote da anni.

Il numero medio di figli per donna, precisa l’Istat, è pari a 1,24: il più basso dal 2003. E l’età media al parto ha raggiunto i 32,2 anni (+0,1 sul 2019). La riduzione della natalità, evidenzia l’Istat, interessa tutte le aree del Paese, da Nord a Sud, salvo rare e non significative eccezioni. Sul piano regionale le nascite, che su scala nazionale risultano inferiori del 3,8% sul 2019, si riducono dell’11,2% in Molise, del 7,8% in Valle d’Aosta, del 6,9% in Sardegna.

Infine c’è l’altro effetto della pandemia da Coronavirus: il forte aumento del rischio di mortalità, specie in alcune aree e per alcune fasce d’età, che ha dato luogo a 746mila decessi (il 18% in più di quelli rilevati nel 2019), ha ridotto anche la speranza di vita.

Secondo l’Istat ormai questo dato alla nascita, senza distinzione di genere, scende a 82 anni, ben 1,2 anni sotto il livello del 2019. Per osservare un valore analogo occorre andare al 2012. In questo quadro gli uomini sono più penalizzati: per loro la speranza di vita alla nascita scende a 79,7 anni, (1,4 anni in meno dell’anno precedente), mentre per le donne si attesta a 84,4 anni, un anno in meno.

Se tutte le regioni subiscono un abbassamento dei livelli di sopravvivenza, l’entità varia. Tra gli uomini la riduzione della speranza di vita alla nascita oscilla da un minimo di 0,5 anni (vale a dire 6 mesi di vita media in meno) riscontrato in Calabria, a un massimo di ben 2,6 anni in Lombardia.

Le regioni del Centro-Sud, meno colpite dagli effetti della pandemia, registrano perdite inferiori ma comunque importanti. In Abruzzo, Puglia e Campania, la riduzione di sopravvivenza per gli uomini è di oltre un anno rispetto al 2019. Ma è soprattutto il Nord a pagare il prezzo più alto: oltre che in Lombardia, gli uomini registrano riduzioni rilevanti anche in Piemonte (-1,7 anni), Valle d’Aosta (-1,7), Liguria (-1,6), Trentino-Alto Adige (-1,6) ed Emilia-Romagna (-1,5).

Schema analogo per le donne, anche se a un livello differente. Nelle regioni del Centro-Sud si riscontrano variazioni più contenute, minime in Calabria e Basilicata (-0,3 anni) così come nel Lazio e in Campania (-0,4), non paragonabili ai 2 anni pieni persi dalle donne in Lombardia o ai 2,3 anni persi in Valle d’Aosta, dove si riscontra la condizione più critica.

Su base provinciale la correlazione tra la mappa della diffusione della pandemia di Covid e quella della sopravvivenza persa colpisce ancora di più. E’ il caso della provincia di Bergamo, dove per gli uomini la speranza di vita alla nascita è più bassa di 4,3 anni rispetto al 2019, e delle province di Cremona e Lodi, entrambe con 4,5 anni in meno. In queste tre realtà sono ingenti anche le variazioni riscontrate tra le donne: -3,2 anni per Bergamo e -2,9 anni per Cremona e Lodi.

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