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Telemedicina, la chiave negli studi dei medici di famiglia

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Covid-19 ha trasformato l’eterna promessa della telemedicina in realtà. Ma in questi mesi non è mancato un certo caos a livello nazionale e locale. Come intervenire per mettere a sistema questa opportunità chiave per la sanità di domani? “L’Italia deve partire dalle offerte di primo livello: la telemedicina ha un grosso valore se arricchita dal processo fiduciario che, anche a distanza, assicura la partecipazione del cittadino. Se vogliamo dare una svolta alla telemedicina non dobbiamo limitarla alla risposta specialistica, ma piuttosto pensarla come una risposta di cure primarie che si potenziano in termini di intensità, in modo da agire come filtro per il secondo livello”. Ne è convinto Silvestro Scotti, segretario nazionale della Fimmg (Federazione nazionale medici di medicina generale).

Scotti ci spiega che questo approccio porterà benefici per il sistema, ma anche per i pazienti. “Pensiamo alla riduzione delle liste di attesa, che saranno complicate per il recupero delle prestazioni perse per Covid. Poter selezionare meglio il paziente e poter offrire al medico di famiglia una consulenza specialistica penso sia fondamentale. Insomma, la telemedicina deve essere pensata in termini di triangolazione paziente-medico-medico e non più solo medico paziente”.

Il sistema delle cure primarie deve restare uno snodo fondamentale, secondo Scotti. “Il punto di accesso del Ssn che produce il maggior numero di dati verso l’esterno è lo studio del medico di famiglia. La nostra rete fornisce un flusso dati che non è paragonabile a quello di una Asl o di un ospedale”.

Il problema della telemedicina, piuttosto, sarà “il modo in cui paziente e medico di famiglia si relazionano con l’ospedale”, prevede Scotti, convinto che “la telemedicina romperà i confini del titolo V“. Oggi sistemi di telemedicina consentono di acquistare refutazione specialistica in altre Regioni. Pensiamo all’effetto di questa metodologia sui ‘viaggi della speranza’: potranno diventare “viaggi in rete della Salute”. Con vantaggi per le casse delle Regioni che, un tempo, esportavano pazienti in cerca di cure.

La pandemia “ha dato alle Regioni del Sud un’occasione: i cittadini, per paura di Covid-19 e per il lockdown, hanno riscoperto la sanità di prossimità. Il medico di famiglia a quel punto è uno snodo chiave per aprire la porta del Servizio sanitario regionale”.

Avvicinare le possibilità di cura e l’eccellenza facendo viaggiare i dati e non i pazienti: questa è l’idea del segretario della Fimmg. Ma molte strutture sanitarie – e anche studi dei medici di famiglia – hanno sistemi informatici obsoleti, computer vecchi e reti che saltano. “Credo che nel Pnrr la soluzione sia la casa di comunità. Ma in una rivalutazione della medicina generale ritengo serva un investimento, che potrebbe essere indiretto, come la detassazione di queste spese sulle infrastrutture dello studio, che così diventa un hot spot chiave per il Ssn”.

Una dinamica “che crea una spesa strutturale minore ed è anche più compatibile con l’approccio del Pnrr. Si tratta oltretutto di un investimento che a me ritorna, perché mi consente di raggiungere gli obiettivi richiesti”.

Ma come far dialogare i sistemi fra loro e tutelare dati sensibili come quelli sanitari? “Con Cittadinanzattiva abbiamo messo a punto un software per i vaccini Covid-19, che permette al medico di stratificare i fattori di rischio dei propri pazienti. Ma un domani questo software si può utilizzare anche per valutare l’appropriatezza dell’accesso alle prestazioni telemediche“.

Attenzione, però: “Tutto ciò – dice Scotti – deve essere valorizzato con la diffusione dell’autorizzazione da parte dei cittadini all’utilizzo del fascicolo sanitario elettronico. Un problema che il Veneto, ad esempio non ha”. Ma, ancora una volta, l’Italia va avanti a velocità diverse.

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