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Omosessualità e disabilità, non solo una questione di sesso

disabilità

In occasione delle discussioni aperte dal Ddl Zan può essere utile focalizzare l’attenzione su un aspetto che si porta dietro tre tabù culturali: omosessualità, disabilità e sessualità. L’argomento, infatti, suscita ancora molti imbarazzi e pregiudizi comuni anche tra chi la disabilità la vive quotidianamente.

Difficile tracciare percorsi standard di analisi e comprensione, ma è necessario approfondire. L’Oms (2001) ha equiparato il diritto alla salute sessuale ai diritti umani in generale. Con ciò la sessualità è entrata a far parte a pieno titolo delle componenti che creano il benessere di una persona, analizzata anche in funzione psicoeducativa e sociale. La salute sessuale intesa nella sua totalità, non relegata alla sola pratica.

Nel corso degli anni l’analisi su questo tema si è concentrata nel capire le dinamiche che sono alla base della sessualità della persona disabile, talvolta focalizzandosi morbosamente sull’atto e trascurando tutto quanto c’è intorno.

Non molto tempo fa, per esempio, sui media si è molto parlato della figura dell’operatore all’emotività, all’affettività e alla sessualità (Oeas), uno specialista formato per aiutare la persona disabile ad affrontare la propria sessualità.

In Italia, a differenza di diversi Paesi esteri, questa figura professionale non è regolamentata e una cattiva gestione dell’informazione l’ha ingiustamente accostata ad una forma di prostituzione. Ancora una volta la componente sessuale è prevalsa su ogni altra discussione sul tema.

È una questione che interessa tutte le patologie, tutti i generi ed è attraversata da storie umane di forte intensità, che non sempre finiscono per appagare la persona, ma creano grandi vuoti interiori, difficili poi da colmare.

Nel mondo della stomia, per esempio, l’omosessualità è un tabù nel tabù, difficile da intercettare. Eppure, le storie che emergono riferiscono di scelte estreme che prediligono l’amore al dolore. È il caso di quanti decidono la via della ricanizzazione(eliminazione del “sacchetto” sull’addome e ritorno allo stato naturale) per non rinunciare al piacere di una relazione “normale” con il proprio partner; talvolta questa scelta non porta ad una soluzione della condizione patologica, al contrario può peggiorare il livello della qualità di vita perché si può cronicizzare in una incontinenza fecale, ma è talmente forte la voglia di sentirsi desiderati che il disagio passa in secondo piano.

Sono scelte che presuppongono grande rispetto e l’astensione da qualsiasi giudizio, ma sono anche l’occasione per riflettere.

Come sostenuto dal giornalista Antonio Malafarina forse è più di affettività che di sessualità che abbiamo bisogno. E dovremmo riflettere su quanto possa fare meglio nei momenti di difficoltà la presenza di una persona affettuosamente vicina piuttosto che di una sessualmente disponibile.

Il sesso è una componente importante dell’essere umano, ma l’affettività emotiva, la complicità, tra due persone consente l’opportunità di riconoscersi come tali e questo ha un grande significato per la persona disabile, che viene identificata come soggetto unico e originale, anziché come deficitario; gli viene, quindi, offerta l’occasione di rappresentarsi come “essere umano” e non come “disabile”. Egli fa esperienza di sé, perché entra in relazione col mondo e sperimenta il proprio modo di essere con quello di un altro.

*Pier Raffaele Spena, presidente Fais OdV

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