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Ansalone (Novartis): Il ritorno delle competenze

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Novartis sta prendendo molto sul serio la propria responsabilità sociale, intervenendo in aree della vita civile apparentemente lontane: il contenitore di progetti People in Science riflette una mentalità nuova e apre la prospettiva di un’idea di salute molto capace e trasversale. Ne parla Gianluca Ansalone, responsabile Public Affairs in Italia della farmaceutica: “Credo che questo sia il tempo del coraggio e del ritorno della competenza. Ciò vale per gli individui ma anche per le aziende. Da questo punto di vista il settore farmaceutico ha qualcosa di molto importante da dire, purché si renda conto che ciò che fa – cioè trovare cure efficaci per patologie spesso mortali – è solo il prerequisito di un ruolo sociale, culturale ed ovviamente economico più ampio”.

Come si va ridisegnando oggi la mappa del mondo della salute?

La pandemia ha rotto la triangolazione di fiducia tra cittadini, scienza e politica che fa da fondamento alla democrazia. Le autocrazie, in cui decide uno solo, non hanno problemi del genere. Noi sì. La sfida è tutta nel campo delle democrazie: questi tre rapporti di fiducia incrociati sono alla base della civile e matura convivenza. Tuttavia va detto che il rapporto tra Cittadini e Politica, o istituzioni, era entrato in crisi ben prima della pandemia: penso all’affermazione dei vari nazionalismi, sovranismi, populismi che vediamo da diversi anni a questa parte. Anche il rapporto tra cittadini e scienza era già traballante, basti ricordare che il nostro Paese è stato il primo a portare l’antiscienza nel cuore delle istituzioni. Quanto al rapporto tra scienza e politica, ha sofferto un’esasperazione durante la pandemia soprattutto là dove la politica ha mortificato o sostituito la scienza, dove i governanti consigliavano di curarsi bevendo la candeggina, o con un bagno purificatore nel Gange. Però poi il voto nell’India vessata dal virus ha penalizzato Modi, e ciò dimostra molto chiaramente come il Covid sia un agente politico. Lo racconto nel mio libro Geopolitica del contagio: nei Paesi dove il rapporto tra scienza e politica è stato più equilibrato le sorti della lotta al virus sono state migliori.

Richard Lewontin, ai tempi della grande corsa al genoma, ironizzava sul vizio degli scienziati di parlare come oracoli che fanno cadere dall’alto le verità della Natura. Oggi i difetti di comunicazione pubblica della scienza sembrano essersi manifestati con una certa gravità sotto la fortissima pressione della pandemia. Crede che serva un cambio di passo su questo fronte?

Più che la comunicazione, per me è fondamentale la politica. Coinvolgere i cittadini è prima di tutto materia politica. Veniamo da vent’anni di sistematica demolizione del principio di competenza, e oggi ne paghiamo le conseguenze. Le democrazie ora devono ricucire quegli strappi. In un sistema in cui non c’è la compartecipazione di tutti alle grandi crisi, il Dpcm urgente emanato all’una di notte con le migliori intenzioni e ragioni viene visto invece come una grave violazione delle libertà costituzionali. Non nego che la comunicazione sia necessaria, non c’è dubbio che servano gli argomenti giusti per far passare le idee. Però bisogna stare attenti a due potenziali rischi. Prima di tutto, sul fronte della comunicazione si rischia continuamente la ipersemplificazione, e quando si semplifica troppo si mortifica anche la visione strategica. Il compito pedagogico è quello di cogliere la complessità e di saperla raccontare, non di cancellarla. È molto più faticoso trasferire la complessità in maniera efficace, che tagliar corto. In secondo luogo, la comunicazione deve essere lo strumento terminale di un processo, non il primo passo. È molto diffusa questa pericolosa tendenza a iniziare dalla comunicazione per far crescere la fama del proprio progetto, prima che ci siano i contenuti veri e propri. Ed è in questo senso che la comunicazione si mette in opposizione alla politica: la politica è i contenuti. Su questo aspetto non insisterò mai abbastanza.

Una delle iniziative di People in Science è il Movimento per la salute nel XXI secolo, fondato da Culture in collaborazione con Novartis, impegnato a delineare in modo partecipato una salute come cultura, fatta di valori e di pratiche di benessere collettivo e integrato. Pensa anche lei che il momento presente sia un’occasione storica per aprire un discorso innovativo di questo tipo, essendo le coscienze estremamente ricettive all’argomento?

Sì, penso che sia il tempo giusto per riformulare il concetto di salute come qualcosa di molto più ampio della sanità. Proprio ora si è tenuta l’Agorà del Movimento, il 30 giugno on line e il 1 luglio al MAXXI di Roma, alla fine di un semestre di riflessione partecipata, e ha prodotto sei progetti inscritti nel Pnrr. Contributi concreti per superare una visione obsoleta e per agire in modi diversi sull’interconnessione tra salute, scienza e cultura. Il modello organizzativo ancora guarda alla salute in maniera binaria: o sei nello stato sano A, o sei nello stato malato B. Se sei in A, tanti saluti e buona vita. Se sei in B cerchiamo di farti tornare nello stato A, e per fortuna noi viviamo in un sistema di assistenza gratuita universale. Ora, in un mondo complesso e digitale come il nostro, questa visione riduttiva non regge più. Non è più accettabile che quando sei in A lo Stato ti abbandona a te stesso, lasciando tutto alla tua iniziativa individuale. L’obiettivo è prevenire la situazione in cui ci si dovrà prendere cura di te come malato. Ed è un obiettivo collettivo, non solo un obiettivo privato di ciascuno per conto suo, a modo suo. La pandemia ci ha insegnato a vedere l’impatto che la salute di ognuno di noi ha sulla salute di una comunità, perfino globale. Si tratta insomma di una questione di responsabilità civile. Lo Stato dovrebbe concentrare le sue risorse su questa prevenzione.

Qui si pone un problema cruciale: come attrarre l’attenzione e l’azione della persona sana su questi temi? In mancanza della tensione patologica, non è facile convincere qualcuno a “pensare alla salute”, come si suol dire. Richard Thaler e Cass Sunstein hanno teorizzato e praticato l’approccio della “spintarella” all’architettura pubblica delle scelte, il nudge che aiuta le persone a orientarsi in un mare di opzioni cognitivamente proibitivo senza imporre nulla. Pensa che potrebbe essere utile in questo caso?

Il nudge è un approccio bello e coinvolgente, ma io continuo a credere che il vero grande bisogno sia avere una direzione, perché lo smarrimento è davvero spaventoso. Una direzione qualificata, una direzione che nella comunicazione poi si trasforma in ispirazione. Anche nel mio ruolo professionale, in cui curo i rapporti con la politica, testimonio il continuo ripresentarsi di questa domanda urgente: dimmi dove stiamo andando. Dimmi dove saremo fra 20 anni, così che io possa fare le mie scelte. Ci vuole una leadership che risponda. Non entro nel merito del tipo di leadership più adatto a dare questa direzione: potrebbe essere lo stile esecutivo e autorevole di Draghi, ma anche quello compassionevole di Merkel. Lei, da scienziata, è riuscita a entrare in piena empatia con i suoi cittadini. Si vedeva benissimo che faceva parte del destino collettivo, che non ne era distaccata, che non era altrove. Non commento gli stili populisti e negazionisti che abbiamo visto durante la pandemia, eppure anche quelli dimostrano che c’è bisogno di leadership. Il punto, per quanto mi riguarda, è che ci sia sempre un riconoscimento della competenza.

Il filosofo della scienza Mauro Dorato scrive nel suo Disinformazione scientifica e democrazia: «La possibilità di fornire al cittadino strumenti attendibili che gli permettano di valutare la correttezza di tesi contrapposte che non posseggono affatto lo stesso grado di scientificità è una condizione indispensabile per la sopravvivenza di qualunque tipo di democrazia». Come possiamo insegnare ai cittadini a distinguere chi è più affidabile?

Guardi, personalmente mi fiderei solo dei maestri delle elementari e delle medie. Penso che solo loro siano affidabili, nel senso che solo a loro affiderei il compito della formazione di una coscienza critica nei cittadini, partendo dai primi gradi dell’istruzione. Solo così si può fare sul serio, e solo loro possono farlo. Tutto il resto è opinabile. Gli adulti di massima scelgono a pelle, in base a simpatie.

Però qualche giorno fa Ennio Tasciotti, biologo molecolare esperto nella ricerca preclinica, mi faceva presente che convincere anche gli adulti serve come il pane, sia perché assorbono la stragrande maggioranza della spesa sanitaria, sia perché i loro dati sono essenziali per alimentare la ricerca e la cura personalizzata.

Purtroppo oggi siamo in una condizione molto polarizzata, su ogni questione si scade facilmente nella situazione da stadio, curva nord contro curva sud. E poi noi adulti abbiamo eredità pesanti. La cultura in cui sono cresciuto, quella degli anni ’90 del secolo scorso, era la cultura del successo. Se non avevi successo subito eri un poveraccio. La scienza invece è proprio l’opposto: è la cultura del fallimento. Per arrivare a una molecola giusta, prima ne sbagli mille. È questa cultura che deve entrare nelle viscere dei giovani. Tutto il contrario del modello proposto dai social, dove l’unico interesse è diventare famosi, magari addirittura senza sforzo. In Novartis vedo i colleghi ricercatori che passano le notti in laboratorio e si scontrano con il fallimento per anni. Ma quando a un certo punto finalmente riescono, quello che scoprono salva tante vite umane. È questo il valore della scienza. Ed è importante che i ragazzi recepiscano l’insegnamento su ciò che è giusto è corretto sin da piccoli. Nella scienza non formiamo superstar. Siamo più vicini alle arti marziali.

Al rapporto tra cittadini e scienza, uno dei lati di quel triangolo della democrazia di cui parlava all’inizio, manca tanto la parte vivente e storica della scienza. Nel pubblico serpeggia una percezione della scienza come un potere trascendente, impersonale e autoritario. Invece la sostanza più autentica e fondamentale della scienza sono le persone in carne ed ossa che lavorano tutti i giorni nell’oscurità dei laboratori di tutto il mondo. È per questo che avete prodotto Reimagine, il corto che ha come protagonista un ricercatore?

Certo. La passione dei giovani, e non solo, passa molto anche per questo tipo di messaggi. Ma Reimagine è solo l’inizio del discorso. Sono tante le cose da fare per riavvicinare scienza e pubblico. Lo stiamo facendo grazie ad un accordo con il ministero della Cultura e con il ministero dell’Università e Ricerca per avvicinare i giovani alla passione per il metodo scientifico. Ma bisogna lavorare anche su altri aspetti, ad esempio mediante l’appartenenza. Io proporrei di dedicare, d’ora in avanti, una strada ogni dieci a un grande scienziato nei nuovi quartieri. Quante strade abbiamo intitolato loro? Poche. Ora c’è l’onda del cinema: in Emilia Romagna dedicano strade e piazze ai film di Fellini. Ebbene, dedichiamole anche alle scienziate e agli scienziati. Ed ecco la cosa bella che mi piace pensare: chi nascerà in una di quelle strade, avrà forse il desiderio di capire chi era quella persona il cui nome è inscritto nella sua vita, perché la strada in cui sei nato te la ricordi per sempre. Magari più persone potranno appassionarsi alle loro vicende.
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