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Vaccini Covid e anticorpi, quando e a chi misurarli

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A dividere gli esperti alle prese con la pandemia di Covid-19 è, oggi, anche il tema della valutazione degli anticorpi dopo il vaccino. Un inutile spreco di tempo e denaro, come sostengono alcuni, o al contrario un esame che può essere un importante strumento prognostico e di medicina di precisione?

A intervenire nel dibattito sono tre studiosi del calibro di Mario Plebani, del Dipartimento di Medicina di laboratorio, Azienda-Ospedale, Università di Padova, Giuseppe Banfi, dell’Irccs Istituto Ortopedico Galeazzi e Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e Giuseppe Lippi, della Sezione di Biochimica Clinica dell’Università di Verona.

I tre studiosi firmano infatti un documento, inviato a ‘Biochimica Clinica’, in cui sottolineano come “lo studio della risposta immunitaria verso Sars-CoV-2 ha assunto importanza rilevante fin dall’inizio della pandemia da Covid-19”. Ma “risulta ancor più importante oggi, nel contesto dello sviluppo di nuovi vaccini e nella valutazione dell’efficacia di quelli approvati ed utilizzati nella pratica clinica”.

I tre esperti invitano dunque le “autorità competenti a livello nazionale e regionale” ad attivare nei Centri di riferimento “la valutazione degli anticorpi anti-Sars-CoV-2 con metodi validati e ben correlati con l’attività neutralizzante, da utilizzare nella valutazione della risposta immunitaria di soggetti e pazienti fragili“.

Ma partiamo dall’inizio: cosa sappiamo su Covid, vaccini e anticorpi? “Ci sono ormai numerosi lavori nella letteratura che dimostrano come ci sia un correlato tra il livello degli anticorpi, specialmente di quelli neutralizzanti, la gravità della malattia e il grado di protezione“, ci spiega Plebani, ordinario di Biochimica clinica e biologia molecolare dell’Università di Padova.

Lo studioso cita in particolare 3 lavori. “Uno, su Lancet, ha chiarito che la presenza di anticorpi a un certo livello è correlata con un 99,8% di minor probabilità di infezione. Un altro lavoro, in Danimarca, indica che la probabilità è dell’80% inferiore; mentre un altro lavoro su Lancet Infectious Diseases parla della reale utilità clinica dell’analisi sierologica, enfatizzando l’importanza di valutare i rapporti fra anticorpi e anticorpi neutralizzanti, che rimangono il reale riferimento per valutare la risposta immunitaria umorale del soggetto all’infezione”.

Inoltre, a fronte dello sviluppo di oltre 270 candidati vaccini, 90 dei quali nella fase di trial clinico, “per valutarne l’efficacia sono stati misurati gli anticorpi”. In particolare quelli diretti contro la proteina Spike.

“L’analisi dei risultati dei trial di sette vaccini attualmente in uso – scrivono Plebani, Banfi e Lippi – ha dimostrato come gli anticorpi anti-Spike rappresentino un correlato idoneo di protezione, ed ancor più hanno documentato una stretta relazione fra titolo di anticorpi neutralizzanti ed efficacia vaccinale, quanto meno nel prevenire le forme più gravi di malattia”.

“La nostra – rivendica Plebani – è una posizione razionale. Non diciamo che bisogna misurare gli anticorpi a tutti, ma che sicuramente è utile farlo in gruppi di popolazione fragile: gli immunocompromessi, i trapiantati che fanno terapie con immunosoppressori, gli anziani oltre i 70 anni in cui c’è un fenomeno di immunosenescenza. In tutti questi soggetti è opportuno misurare gli anticorpi per avere una idea dell’efficacia del vaccino e pensare eventualmente a un ‘booster'”.

Tra l’altro, ricordiamo che proprio l’analisi degli anticorpi ha portato il premier Mario Draghi a optare per la vaccinazione eterologa.

“In epoca di medicina di precisione, come accade in tutta la farmacologia, ‘one size does not fit all’ – ammonisce Plebani – Il punto non è mettersi a fare gli anticorpi a tappeto, ma usare in alcune categorie di soggetti e pazienti l’analisi anticorpale per verificare la qualità della risposta immune e per guidare successive decisioni cliniche e terapeutiche, finanche l’utilizzo di dosi ulteriori di vaccino” in caso di modesta o insufficiente risposta anticorpale alla dose consueta.

“Se avessimo fatto questa analisi prima del vaccino in persone guarite da Covid avremmo avuto indicazioni importanti, rinviando la vaccinazione ed evitando rischi di eventi avversi, ora ridotti grazie all’indicazione di aspettare 3-6 mesi . Ma in questa fase mi risulta incomprensibile la posizione di chi dice che sono soldi buttati via. Noi – evidenzia – ormai andiamo verso una medicina di precisione, con i farmaci e con i vaccini”.

D’altra parte “anche la questione delle varianti e la capacità” di sfuggire ai vaccini è stata valutata attraverso gli anticorpi, in particolare quelli neutralizzanti. “Non capisco questo accanimento ‘terapeutico’ contro la misurazione degli anticorpi. Certamente devono essere usati metodi che abbiano avuto una validazione, con solidi dati di letteratura e ben correlati con l’attività neutralizzante”.

Un tipo di esame utile, ricorda Plebani, anche a capire quanto dura la protezione anticorpale nei soggetti guariti e nei vaccinati. Ecco perché nel documento i tre esperti raccomandano “che i Centri attivino modalità di condivisione dei risultati per armonizzare i criteri interpretativi (ad esempio, unità di misura standardizzata in Bau, livello di protezione) e utilizzare i risultati in modo appropriato e”, ancora una volta, “nel segno della medicina di precisione“.

“C’è stato un atteggiamento negazionista su questi anticorpi, che mi ha sorpreso moltissimo. Anche considerata l’utilità di queste analisi per indirizzare in modo opportuno la campagna vaccinale, tenendo conto dei dati di sieroprevalenza”, conclude Plebani.

Coterella
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