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Effetto Cenerentola, ‘spia’ del declino cognitivo

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Dimmi come racconti Cenerentola e ti dirò se cominciano, del tutto ignoti, i primi segnali di decadimento cognitivo.

La capacità di narrare le favole, con il bisogno di mettere in fila gli eventi e le trame legandole alle attività dei personaggi, costruendo quindi una vicenda completa, potrebbe infatti rivelarsi un ottimo segnale per la diagnosi precoce delle patologie neurodegenerative come la malattia di Alzheimer.

Si sa infatti che proprio le capacità di conservare un linguaggio fluente e preciso possono rappresentare un indice utile per ipotizzare, in caso di evidenti difficoltà, un potenziale rischio di patologia. Ed è evidente che, pur se con le armi attualmente disponibili, poter agire precocemente sulle alterazioni della malattia di Alzheimer sembra rappresentare il mezzo migliore per tentare di controllarne l’evoluzione.

Nella ricerca di strategie per definire i soggetti a rischio, quindi, si stanno valutando strumenti diversi per scoprire se si stanno manifestando i primi segni della patologia degenerativa a carico delle aree del linguaggio.

Ed in questo senso proprio la capacità di narrare correttamente una favola, come appunto quella di Cenerentola e del Principe, sembra essere il mezzo più efficace per un’individuazione precoce dei disturbi del linguaggio.

A “promuovere” la narrazione come strumento di screening specifico è un’interessante ricerca, condotta solamente su 50 persone e quindi preliminare, condotta dagli scienziati del Centro di Ricerche sulle Neuroscienze dell’Università Saint George di Londra, apparsa sulla rivista ‘Frontiers in Computer Science’, che ha voluto mettere a confronto diversi approcci per svelare se cominciano a manifestarsi i primi segni del declino, dal racconto complesso fino allo svolgimento di manovre semplici, come la preparazione di una tazza di tè, alla “sceneggiatura” di un racconto a fumetti senza parole, in cui è necessario costruire una vicenda partendo proprio dai disegni senza parole, oppure alla ricostruzione di un percorso descrivendo verbalmente una mappa.

Il confronto tra i diversi test è stato realizzato grazie ad un particolare programma di apprendimento automatico.

Il confronto è stato realizzato in 25 persone con lieve deterioramento cognitivo, con una popolazione di controllo sana. I risultati più accurati, in termini di sensibilità del test per svelare disturbi iniziali, si sono ottenuti appunto con il racconto della favola di Cenerentola, con un’affidabilità che si avvicina all’80%, contro percentuali inferiori ottenuti con altri sistemi.

Ovviamente la ricerca è solo all’inizio ed i numeri non sono sufficienti per definire con certezza quanto si potrebbe ottenere in termini di popolazione, ma va detto che le indicazioni sono molto interessanti anche per la possibilità di effettuare uno screening su soggetti a rischio anche senza la necessità di recarsi in centri specializzati, ma semplicemente attraverso controlli in remoto attraverso strumenti di telemedicina.

L’importante, a detta degli esperti, è fare in modo che si possa arrivare prima possibile a definire chi è destinato a presentare in futuro il decadimento cognitivo, cercando già diversi anni prima dell’insorgenza dei sintomi i segnali delle alterazioni cerebrali.

Questa è la grande sfida della medicina e l’analisi del linguaggio potrebbe rivelarsi uno strumento molto utile per ottenere questo risultato, anche alla luce della possibile disponibilità di trattamenti destinati a rivelarsi efficaci soprattutto nelle prime fasi della patologia.

La sequenza delle alterazioni molecolari che causano la malattia di Alzheimer é infatti ormai chiara. Il primo evento appare legato all’accumulo e l’aggregazione di beta-amiloide, che produce una disfunzione dell’attività cerebrale, cui si unisce l’alterazione della proteina Tau, fondamentale per la vitalità dei neuroni, che in sua assenza muoiono. Per questo l’obiettivo terapeutico è frenare l’accumulo di beta-amiloide, e possibilmente, l’alterazione della proteina Tau.

E’ certo che, arrivando prima, si può tentare di giungere in futuro a trattamenti sempre più efficaci. Magari anche attraverso strumenti di diagnosi precoce semplici, capaci di svelare le difficoltà di linguaggio.

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