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Medicina, i primi 50 anni della Tac

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Wimbledon, la cittadina inglese che ospita uno dei tornei di tennis più blasonati del mondo, dove il giovane Matteo Berrettini ha appena scritto una pagina della storia del tennis italiano, è anche il luogo dove è stata effettuata la prima Tac della storia della medicina.

Era il 1971 – ricorda Joel D. Howell, internista e storico della medicina della University of Michigan (Ann Arbor, Usa) In un pezzo sul New England Journal of Medicine – e l’esame, allora futuristico, rivelò la presenza di un tumore cerebrale in una donna di 41 anni.

Anche l’azienda produttrice di questo macchinario pionieristico, la Emi, più che alla medicina, faceva pensare alla celeberrima etichetta discografica dei Beatles. E nonostante la previsione di vendite sul mercato mondiale per gli esperti di marketing della Emi si fermasse ad appena 25 macchine, la tomografia assiale computerizzata riscosse un successo immediato e di dimensioni planetarie. E questo nonostante le prime Tac fossero lente all’inverosimile e servissero a studiare solo il distretto della testa, restituendo delle immagini super-pixelate (per la verità più ‘puntini,’ che immagini) di difficile interpretazione.

Ma il dado era tratto. E appena otto anni dopo, Godfrey Hounsfield e Allan Cormack, i due ricercatori che avevano contribuito al suo sviluppo, ricevettero il premio Nobel per la Medicina.

La Tac, un esame di imaging ormai entrato ormai nella routine quotidiana, spegne dunque quest’anno le sue prime 50 candeline e mantiene ben saldo il suo ruolo di strumento diagnostico ormai indispensabile.

Il suo arrivo nel 1971, ha rappresentato il vero primo balzo in avanti nella storia dell’imaging radiologico dal lontano 1895, quando il fisico tedesco Wilhelm Conrad Röntgen aveva scoperto per caso che che i raggi prodotti da un tubo di Crooks (il precursore del tubo catodico dei televisori) potevano attraversare la carne e lasciare un’impronta, poco più di un’ombra, su una lastra fotografica.

Si inaugurava l’alba dei raggi X, delle radiografie, capaci però solo di restituire immagini bidimensionali e solo dei tessuti ‘duri’, come le ossa. Problemi completamente superati dalla Tac che fornisce immagini tridimensionali e permette di esplorare sia le ossa che i tessuti molli (intesi come cervello, fegato o muscoli), aggiungendo anche una serie di preziose informazioni sulla diversa densità dei tessuti esplorati. E un altro importante ‘first’ della Tac è stato l’impiego o meglio il ‘connubio’ con il computer, fondamentale per l’acquisizione e l’analisi delle immagini generate.

La rivoluzione delle immagini radiologiche è andata infatti di pari passo con quella dei computer: il primo microprocessore nella storia dell’informatica, l’Intel 4004, fu inventato proprio nel 1971. E se il progresso viaggia sulle ali della velocità, la Tac nella sua evoluzione ha incarnato appieno questo concetto: i primi esami richiedevano quasi 5 minuti per l’acquisizione delle immagini e almeno altri 20 minuti per l’elaborazione e la ricostruzione delle stesse; oggi basta una manciata di secondi per produrre migliaia di immagini, con un dettaglio di informazioni inimmaginabile negli anni ’70.

Il problema attuale semmai è come districarsi in questa miriade di informazioni, così da estrarre solo quelle clinicamente rilevanti. E la risposta al problema, di fronte a questa complessità frattalica, è una sola: l’intelligenza artificiale, quegli algoritmi che guidano per mano il radiologo alla formulazione della diagnosi più accurata, portandolo ad individuare anche le lesioni più nascoste, quell’essenziale invisibile agli occhi, ma visibilissimo all’acume diagnostico di una macchina.

Un problema invece che neppure le Tac Di ultima generazione hanno mai superato è l’esposizione del paziente a dosi di radiazioni molto importanti, tanto che gli esami a mezzo Tac sono considerati oggi la principale fonte di esposizione a radiazioni per l’uomo. Motivo in più per non abusarne.

Come in tutte le storie di successo, anche la Tac sta vivendo da qualche tempo una parabola discendente, essendo stata messa sul banco degli imputati come una delle indagini spesso utilizzate in maniera inappropriata; è strausata insomma e non sempre per le corrette indicazioni. In buona compagnia peraltro di risonanze magnetiche e Pet.

L’invenzione della Tac – conclude Joel D. Howell – ha coinciso anche con un altro fenomeno: il rapido aumento dei costi sanitari, in parte generati appunto anche dalle nuove tecnologie medico-diagnostiche.

Nel 1983 negli Usa si facevano già milioni di Tac ogni anno e ancor oggi gli apparecchi per la Tac non possono certo considerarsi una strumentazione low cost, visto che arrivano a costare 2,5 milioni di dollari. Negli Usa ce ne sono almeno 15 mila, mentre secondo un censimento di Eurostat del 2017, in Italia il numero di questi apparecchi sfiora le 2 mila unità; in Europa siamo secondi solo alla Germania, che di Tac ne ha quasi 3 mila.

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