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Johnson & Johnson in Italia vale lo 0,2% del Pil

Johnson & Johnson Scaccabarozzi
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La filiale italiana di Johnson & Johnson vale lo 0,2% del prodotto interno lordo italiano. Lo ha reso noto Massimo Scaccabarozzi, presidente di Janssen Italia e Head of External Affairs di Johnson & Johnson Italia in un incontro riservato alla stampa, dedicato a rendere manifesto, numeri alla mano, quanto possa essere virtuosa per l’economia del nostro Paese la presenza di aziende che investono sul territorio e generano valore.

Ma vediamo i numeri: 3,6 miliardi di euro generati in Italia nel 2020 dalle tre divisioni del gruppo J&J – quella farmaceutica Janssen Italia, quella che produce dispositivi medici J&J Medical, e quella denominata J&J Consumer Health.

I dati che emergono dalla ricerca commissionata alla società The Hackett Group fanno riferimento all’output generato a seguito dell’investimento di circa 212 milioni di euro in cinque anni – tra il 2017 e il 2020 – all’interno dei sette siti produttivi italiani di Johnson & Johnson.

“Una fetta di questi investimenti sono stati rivolti ai siti di Pomezia e di Latina. In quest’area si concentrano moltissime imprese della salute, insediatesi proprio qui a seguito dell’abbrivio dato dalla Cassa per il Mezzogiorno (ente istituito nel 1950 dal Governo De Gasperi e poi attivo in varie forme fino al 1992 con l’obiettivo di finanziare iniziative industriali per favorire lo sviluppo economico del Sud Italia, ndr). Ed è grazie al continuo rinnovamento tecnologico e di know-how di queste imprese che è possibile tenere vivo e attivo il tessuto imprenditoriale, diretto e indiretto, e soprattutto sociale di intere province del Lazio”, ha spiegato Scaccabarozzi.

Investimenti che nel caso del sito J&J di Latina hanno permesso di aumentare la produzione da 1,8 miliardi di trattamenti del 2010 ai quasi cinque miliardi di trattamenti orali innovativi previsti per il 2021.

Naturalmente gli investimenti economici si riflettono anche sull’occupazione “specialmente in un comparto come quello farmaceutico dove il know-how specializzato è alla base dello sviluppo scientifico e manufatturiero”. Un altro dato della ricerca indica infatti che oggi complessivamente il gruppo italiano determina un impatto occupazionale diretto e indiretto di oltre 11.400 persone, stimando che per ogni occupato direttamente da Johnson & Johnson vengono supportati oltre 3 posti di lavoro in altri comparti.

Ma è alla ricerca e sviluppo che Scaccabarozzi ha voluto dedicare maggiore attenzione durante l’incontro. In particolare rispetto agli studi clinici condotti nel nostro Paese per la valutazione di efficacia e sicurezza dei nuovi farmaci, aumentati da 32 a 98 nell’arco di quattro anni. Numeri già significativi da soli, ma che risultano ancora più rilevanti se traslati in dati economici, giacché l’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore stima che per ogni euro investito in R&S da parte delle aziende della salute se ne generano 2,8 di risparmio per il sistema nazionale.

Come? “I nuovi farmaci prodotti dall’industria farmaceutica concorrono a evitare ricoveri, a ricorrere meno ad esami diagnostici e aprono anche a migliori prognosi che determinano minori costi socio-sanitari. Certamente, continuare a fare ricerca clinica in Italia significherà migliorare l’attrattività del Paese in termini di contesto favorevole alle aziende che scelgono di puntare su di noi. Sappiamo bene che i lacci e lacciuoli dell’impianto regolatorio e normativo spesso sono scoraggianti. Ma voglio pensare positivamente. Credo che, anche laddove vengono prese le decisioni, si sia capito che favorire lo sviluppo del comparto della salute può portare solo buone ricadute per tutti”.

Ne è un esempio la recente approvazione di Ema (Agenzia europea dei medicinali) della produzione del vaccino di Pfizer-BioNTech nel sito monzese di Patheon Italia (gruppo Thermofisher) e in quello di Catalent ad Anagni. Commenta così Scaccabarozzi, indossando il cappello di presidente di Farmindustria: “Si tratta dei frutti della concertazione che c’è stata a partire dalla scorsa primavera tra il ministero della Salute e quello dello Sviluppo Economico. Sono entusiasta di questo traguardo. Che non va verso l’autarchia vaccinale, ipotesi quantomeno singolare in un mondo globalizzato come quello odierno, ma verso un auspicato reshoring di molte produzioni oggi portate all’estero. In uno dei due stabilimenti italiani infatti non ci si limiterà all’infialamento del vaccino, ma si produrrà anche il ‘principio attivo’. Peraltro, l’eccellenza italiana vanta anche molte altre realtà che sono fondamentali per la produzione farmaceutica. Come le aziende che si occupano della validazione dei lotti prima che vengano messi in distribuzione. A Vimodrone, alle porte di Milano, ad esempio c’è un player con laboratori all’avanguardia che si occupa di questo aspetto cruciale, proprio per i vaccini anti-Covid”.

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