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Sanità sostenibile, Italia non pervenuta

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sanità sostenibile

Niente “bla bla bla”. Quando si parla di cambiamenti ambientali e di sostenibilità tutti dobbiamo contribuire a invertire la rotta. Agendo anche sulle componenti del sistema sanitario, che deve diventare anch’esso a basse emissioni. Perché si stima che il sistema salute dei diversi Paesi incida per circa il 5% delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. E così alla Cop26 di Glasgow si ragiona anche sulla possibilità di rendere sostenibili dal punto di vista ambientale anche questa istituzione.

Ebbene, 45 nazioni partecipanti alla conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici si sono impegnate in tal senso e 14 di esse hanno anche fissato la data del 2050 per riuscire a rendere i propri sistemi sanitari carbon neutral.

Ma l’Italia no. Il nostro Paese, che quest’anno ha anche ospitato anche il G20 dove le tematiche sulla sostenibilità ambientale delle attività umane sono state spesso nella short list dell’agenda dei partecipanti, non compare nella lista degli Stati virtuosi. Che comprende sia Paesi “evoluti” come Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Norvegia e Spagna, Regno Unito e Usa, sia nazioni dove fino a oggi l’attenzione per l’ambiente non è stata tra le priorità, dal Ghana all’Etiopia, passando per il Pakistan e lo Yemen. Vuoi per il regime politico, vuoi per una situazione economica che deve badare soprattutto alla sostanza.

Ciò che stupisce è che l’assenza dell’Italia si fa rumorosamente sentire anche perché accompagnata da quella di Paesi grandi emettitori di gas serra come la Cina, l’India e la Russia. Tutto ciò nonostante sia sotto gli occhi di tutti proprio in questi giorni quanto la fragilità dello Stivale sia facile bersaglio della reazione del nostro Pianeta alle sollecitazioni ambientali provocate dalle attività antropiche. E nonostante la call-to-action lanciata dallo stesso direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus, che ha evidenziato: “Anche i sistemi sanitari devono essere parte della soluzione, riducendo le emissioni di carbonio. Applaudiamo quei Paesi che si sono impegnati a costruire sistemi sanitari resilienti al clima e a basse emissioni di carbonio e speriamo di vederne molti altri seguire la loro guida nel prossimo futuro”.

Certamente rivoluzionare un Ssn spesso ancora fatto di edifici molto datati e dalla scarsa efficienza energetica richiede tempo. Ma perché non impegnarsi formalmente a farlo? Perché non pensare a misure utili a favorire la transizione ecologica anche della salute pubblica?

Forse in questo frangente il ministero di Lungotevere Ripa potrebbe ispirarsi a quanto stanno facendo molti player privati che spesso divengono anche partner della sanità pubblica. Molte aziende farmaceutiche che insistono sul nostro territorio stanno modificando la propria filosofia nell’ottica di ridurre il proprio impatto ambientale. Ed è così che Janssen Italia si è posta l’obiettivo di utilizzare il 100% di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2025, anche grazie a un mix di progetti eolici e solari in gradi di fornire una capacità totale di generazione di circa 270.000 megawatt/ora (MWh) di energia elettrica da fonti rinnovabili all’anno. A cui si associa la realizzazione un impianto di trigenerazione (energia elettrica, energia termica e energia di raffreddamento) che permetterà una riduzione importante delle emissioni di CO2 presso lo stabilimento di Pomezia in provincia di Latina.

Altro esempio il caso di Chiesi, che già due anni fa si è impegnata pubblicamente a diventare carbon neutral entro il 2035, con 15 anni di anticipo rispetto a quanto previsto dall’Accordo di Parigi. Come riuscirci? In primis grazie al committment dei vertici aziendali, con Maria Paola Chiesi (Shared Value & Sustainability Director) alla guida di una rivoluzione i cui valori positivi vuole siano trasmessi ai dipendenti di tutte le proprie filiali nel mondo. Non senza aver stilato un piano di investimenti che, tra l’altro, destina 350 milioni di euro per sviluppare il primo inalatore pressurizzato a basso contenuto di carbonio entro il 2025, che funzionerà grazie a un propellente di nuova generazione, con un basso Global warming potential.

Insomma, a dispetto di quanto si dice in giro, c’è chi fa. A capo chino, e il “bla bla bla” non sa nemmeno dove stia di casa. Dispiace però che si tratti di iniziative che seppur lodevoli siano piccole gocce nel mare. Ancora una volta, purtroppo, il peccato originale della scarsa attenzione all’ambiente è commesso da coloro che, invece, dovrebbero dare l’indirizzo politico affinché le cose cambino. Con buona pace del neonato ministero della Transizione Ecologica. E di quello, con più primavere, della Salute. Ahinoi, la logica dei silos continua a tenere banco nelle stanze dei bottoni.

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