Cibo e salute, obesità infantile sotto i riflettori

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L’obesità in età infantile è un problema serio, che insidia la salute di molti giovanissimi italiani. Il nostro si conferma infatti come uno dei Paesi europei col più alto tasso di obesità: 1 bambino su 5 è obeso, con una prevalenza del 18%, mentre tra gli adolescenti la prevalenza raggiunge il 19%. Una situazione preoccupante, che rappresenta una sfida fondamentale per le generazioni future, ma anche per il Servizio sanitario nazionale, poiché l’obesità porta una serie di problemi collegati alla salute sia per i bambini sia per gli adulti che verranno.

Nonostante negli ultimi anni sia cresciuta la consapevolezza sul tema, manca ancora una strategia in grado di contrastare l’obesità in età evolutiva, così come occorrono nuovi interventi per incrementare la comprensione del fenomeno e per diffondere stili di vita più sani.

Per dare una risposta concreta a questi bisogni, Fondazione Cariplo ha promosso il nuovo bando ‘Cibo e salute: ricerche sull’obesità nell’età evolutiva per la promozione di stili di vita più sani’. L’iniziativa – che scade il 19 gennaio 2022 – sosterrà progetti di ricerca multidisciplinari in grado di approfondire le cause e le conseguenze dell’obesità nell’età evolutiva, mettendo a disposizione 1 milione di euro. 

“Il modo in cui ci si alimenta da piccoli avrà un impatto rilevante sulla propria salute di bambini e adulti – ha spiegato Giovanni Fosti, presidente Fondazione Cariplo, nel corso di un evento online – Su questo le condizioni di partenza fanno una bella differenza: sappiamo che l’obesità è più diffusa tra i bambini figli di persone con licenza media e meno tra bambini di persone con una laurea; più diffusa tra bambini con situazioni di maggiore povertà e meno tra quelli che vivono nel benessere. Capire quali sono le dinamiche che caratterizzano la relazione tra cibo e salute diventa un tema particolarmente importante. Credo che tollerare che 1 bambino su 5 in questo Paese si trovi in condizioni di obesità sia un problema da affrontare con progetti di contrasto alla povertà alimentare e con progetti come questo, che alimentano le conoscenze necessarie perché ci sia maggiore consapevolezza del problema e maggiore capacità di risolverlo”.

“Ben venga questa iniziativa, che permetterà a molti ricercatori di raggiungere risultati per ora non raggiunti, se non a brevissimo termine. Finora abbiamo avuto programmi di prevenzione utili ma in modo limitato, e deludenti a lungo termine – sottolinea Giuseppe Chiumello, presidente emerito della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale – Dalla ricerca stanno arrivando delle interessanti soluzioni per contrastare il problema, come lo studio del microbiota intestinale e nuove molecole, però c’è ancora molto da fare anche perché si tratta di un problema che ha radici genetiche, e stiamo anche favorendo un ambiente che decisamente non è amico della linea dei nostri bambini”.

I progetti del bando dovranno essere caratterizzati da approcci metodologici in grado di favorire l’integrazione tra discipline e competenze differenti, prevedendo in particolare collaborazioni tra ricercatori afferenti alle aree biologiche, nutrizionali, dietetiche, cliniche ed epidemiologiche e ricercatori operanti nell’ambito delle scienze sociali e psicologiche.

“Dobbiamo intervenire utilizzando una metodologia complessa. Il sistema deve essere trasversale – osserva Hellas Cena, medico chirurgo specializzato in Scienza dell’Alimentazione e prorettore alla Terza Missione dell’università degli Studi di Pavia – Non possiamo dire ai bambini che cosa devono mangiare se poi gli alimenti che costano poco al supermercato sono alimenti considerati junk food, sono estremamente palatabili e hanno un costo accessibile; oppure se le nostre città non sono sufficientemente adeguate per l’accesso al cibo sano. Le azioni che dobbiamo mettere in campo, affinché siano efficaci, devono guardare una volta per tutte il quadro nel suo insieme. Il motivo per cui non siamo stati efficaci fino ad ora è perché ci siamo concentrati solo nella sfera biologica e solo un po’ nella sfera sociale”.

“Dobbiamo imparare anche a utilizzare questi dati per restituire una formazione di professionisti che abbiano la capacità di guardare in maniera più ampia al problema. Dal punto di vista nutrizionale dovremo andare incontro a parole chiave come ‘alimentazione sana e sostenibile’. La nostra dieta mediterranea è sana e sostenibile – evidenzia – eppure la difficoltà è creare aderenza, non solo perché non c’è informazione e cultura, ma perché è veramente difficile riuscire a fare questo passo senza che gli attori siano allineati e focalizzati su questo problema. Se ci riusciremo – conclude l’esperta – il vantaggio sarà quello di avere una futura generazione più sana e resiliente, che si ammalerà meno di patologie che hanno un costo diretto e indiretto inestimabile”.

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