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L’Italia sulla bilancia: costi e rischi dell’obesità

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Sovrappeso e obesità ‘bruciano’ fino al 10% della spesa sanitaria, e la situazione è peggiorata in pandemia. Ma questo è il momento giusto per un cambio di passo, che parta dall’Italia e dalla riscoperta della dieta mediterranea. L’analisi di Hellas Cena. La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di febbraio 2022.

LA CUCINA ITALIANA ha conquistato il mondo, e il Made in Italy a tavola ha esportato gioielli del calibro del Parmigiano reggiano o dell’olio extra vergine d’oliva. Nonostante ciò, la patria della dieta mediterranea preoccupa gli esperti. Quasi un maggiorenne su due è in sovrappeso, condizione che riguarda oltre 23 milioni di italiani e il 25% di bambini e ragazzi dai 3 ai 17 anni. Quanto all’obesità, colpisce 5 milioni di italiani (Italian Obesity Barometer Report). E se la pandemia da Covid-19 ha peggiorato la situazione, tanto che in Usa si parla già di Covibesity, l’obesità rappresenta da anni uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale. Sia perché è in costante e preoccupante aumento, sia perché moltiplica il rischio di varie malattie croniche. L’obesità infantile, in particolare, è una delle più importanti sfide per le conseguenze che comporta: dal rischio di diabete di tipo 2, all’asma, a problemi muscolo-scheletrici, psicologici e cardiovascolari. Malattie che pesano sull’aspettativa di vita, ma anche sull’economia: è stato calcolato che i costi medici diretti, nei Paesi occidentali, oscillano generalmente tra il 4 e il 10% della spesa sanitaria nazionale.

“L’Italia ha una prevalenza di sovrappeso e obesità che, specialmente nelle fasce più giovani, è maggiore rispetto agli altri Paesi europei”, ci spiega Hellas Cena, medico chirurgo specializzato in Scienza dell’Alimentazione e prorettore alla Terza missione dell’Università degli Studi di Pavia. Può sembrare una contraddizione, “ma già negli anni ’90 il professor W. Philip James della London School of Hygiene & Tropical Medicine si era provocatoriamente chiesto se fosse la dieta mediterranea a farci ingrassare. In realtà, l’esperto dimostrava che c’era stata una occidentalizzazione delle nostre abitudini alimentari, e che il nostro stile di vita non è più quello che un tempo aveva contribuito ai ‘prodigi’ per la salute di questo modello alimentare”.

Ma allora dove sbagliamo? “Una serie di ragioni sociali, economiche e politiche condizionano la nostra vita rispetto a quello che accadeva solo 50 anni fa. Oggi troviamo al supermercato prodotti da tutto il mondo ogni giorno. Non c’è più il chilometro zero, o la stagionalità. Ma pensiamo anche al fatto che le donne lavorano, e un tempo non lo facevano o lavoravano mezza giornata: avevano tempo da dedicare alla cucina, ma anche all’approvvigionamento di cibo. Questo consentiva una dieta varia e bilanciata, principalmente basata su alimenti della terra con rotazione stagionale. Ora abbiamo, come ho già detto, il beneficio di avere nei supermercati tutto a disposizione, con una grande capillarità e alimenti da tutto il mondo. Ma questa globalizzazione ci ha fatto perdere le antiche tradizioni”. In più “lavorando dalla mattina alla sera, e talvolta alla notte, si ha meno tempo da dedicare a una cosa che richiede tempo: fare la spesa in modo oculato. Ma anche per cucinare serve tempo. L’impatto di tutto questo si sta vedendo sulle giovanissime generazioni. In più c’è un fattore economico di cui tenere conto: nei supermercati gli alimenti che costano meno e hanno una maggior densità energetica, ma sono poveri dal punto di vista nutrizionale, sono proprio quelli considerati dagli americani junk food”. Calorie vuote e a buon mercato, rispetto ad alimenti come frutta, verdura e pesce, ben più cari.

Ma allora come intervenire?

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