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La transizione ecologica può essere un’opportunità anche per affrontare un tema importante come il futuro dei presidi medici monouso. La premessa è che questi prodotti rappresentano un mercato che non può essere sostenuto all’infinito. Il percorso segue due direzioni: l’impatto ambientale e la formazione di una coscienza collettiva sul tema.

Il primo punto riguarda la filiera del prodotto che contempla diverse fasi quali la produzione, il trasporto, lo smaltimento e/o riciclo. I passaggi sono interconnessi, ma nel caso dei presidi monouso i punti più sensibili sono la produzione, lo smaltimento e il riciclo. Le criticità però sono diverse: nel caso, per esempio, dei prodotti per stomia e incontinenza come le sacche di raccolta, la quasi totalità di queste sono in Pvc (cloruro di polivinile), un materiale di origine sintetica (polimero), che quando viene sottoposto a termo smaltimento può emettere diossina, sostanza inquinante altamente tossica. Inoltre, l’attuale sistema di produzione registra una consistente presenza di scarti industriali.

Se si considera che una persona stomizzata o incontinente utilizza mediamente 720 presidi monouso all’anno, si capisce bene che l’impatto ambientale è notevole, soprattutto se si considera che i prodotti usati vanno tutti nel bidone dell’indifferenziato.

Altri presidi monouso sono i pannoloni per incontinenza realizzati per massima parte da cellulosa e poliacrilato di sodio, un polimero super assorbente. Come le sacche, anche i pannoloni e gli assorbenti in generale vanno nell’indifferenziato, con i problemi ambientali legati allo smaltimento termico. Le sfide per affrontare il tema sono tante e su più livelli: dal punto di vista del sistema produttivo andranno favoriti progetti di ricerca che mirano a eliminare elementi chimici nocivi a vantaggio di quelli non tossici e, ove possibile, biodegradabili; anche il processo produttivo dovrà investire nuove fonti energetiche, meno energivore.

Sul fronte legislativo, poi, il Dm “End of waste” del 2019, che stabilisce che i prodotti assorbenti per la persona cessano di essere considerati rifiuti e devono essere sottoposti a trattamento di recupero, non ha ancora trovata esauriente applicazione.

Inoltre, dal punto di vista amministrativo le centrali di acquisto regionali stanno già applicando meccanismi premianti nelle gare richiedendo alle aziende partecipanti l’impatto ambientale del prodotto offerto. Ma tutto questo è solo un aspetto del quadro generale. Mentre, infatti, il mondo produttivo è chiamato a prevedere azioni per ridurre l’impatto ambientale dei prodotti (riduzione del volume del packaging, trasporto più efficiente, ecc.), è importante favorire e sostenere la nascita e crescita di una consapevolezza ambientale che coinvolga gli utenti finali. In tal senso la sfida nel prossimo futuro, non molto lontano, è costituita dalla conoscenza e dalla formazione di una coscienza condivisa.

Sul primo punto, una indagine (2021) della Fais, la Federazione delle Associazioni Incontinenti e Stomizzati, ha rilevato che il 72% degli utilizzatori di presidi monouso non conosce di quali elementi è composto il prodotto che indossa, ma è solo interessato, legittimamente, alle prestazioni. La scarsa conoscenza impone anche una seria riflessione sulla sicurezza dei prodotti stessi, e di eventuali rischi connessi all’utilizzo. Forse, è da qui che bisogna partire per introdurre risorse per aumentare la sensibilizzazione sul tema, puntando sulla corretta informazione al fine di creare una coscienza ambientale sull’utilizzo di questi prodotti.

Perché quindi non pensare a un approccio nuovo, guidato da chi i presidi li usa quotidianamente? Si potrebbe fare affidamento sui singoli pazienti per immaginare una maggiore consapevolezza sull’impatto ambientale di un ausilio, per evitare i dispositivi a bassa sostenibilità e le aziende con cattive pratiche ambientali. Un cambiamento in questa direzione è innegabile, l’obiettivo potrebbe essere quello di indurre le aziende produttrici a investire in ricerca per trovare soluzioni a basso impatto perché le persone hanno iniziato a orientarsi per le loro scelte verso un determinato prodotto perché più “ecologico”.

Nonostante un numero crescente di utenti, soprattutto giovani, disposti a cambiare abitudini e a fare sacrifici per l’ambiente, ce ne sono ancora molti disinteressati. Questi pazienti spesso ritengono che il risultato medico personale abbia la meglio su tutti gli altri benefici, sostenibilità inclusa.

Alcuni potrebbero voler evitare una sensazione imbarazzante, per quanto mal riposta, che stanno scegliendo l’ambiente invece della propria salute, e che i contributi per fermare il cambiamento climatico possono essere fatti in qualche altro aspetto della vita meno importante delle cure mediche.

Questo potrebbe significare che i presidi medici potrebbero finire in fondo alla lista della sostenibilità, in particolare per i pazienti più conservatori. In questo contesto il ruolo delle istituzioni e delle associazioni pazienti può essere determinante per creare e diffondere una cultura positiva verso i tempi della sostenibilità ambientale.

*Pier Raffaele Spena – presidente Fais OdV

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