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Stop superbug, la pandemia silenziosa della resistenza antimicrobica

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Il valore aggiunto delle politiche sanitarie europee appare in tutta la sua evidenza laddove rischi transfrontalieri alla salute non possano essere gestiti e risolti da uno o pochi Stati dell’Unione. La resistenza antimicrobica (Amr, cioè la capacità dei microrganismi di resistere ai trattamenti, in particolare agli antibiotici) rappresenta uno di questi rischi, annunciati ormai da tempo.

É di poche settimane fa la notizia che entro la fine del 2022 la Commissione europea proporrà nuove raccomandazioni sulla resistenza antimicrobica e verranno previste disposizioni specifiche per affrontarla anche nel contesto dell’imminente revisione della legislazione sui farmaci.

Quasi per coincidenza, sempre nel mese di gennaio, un nuovo studio pubblicato dalla rivista ‘The Lancet’ ha presentato le prime stime globali dell’impatto della resistenza antimicrobica: nel 2019 circa 1.3 milioni di decessi sono stati attribuibili a infezioni antibiotico-resistenti e più di 4.9 milioni di decessi sono invece stati associati ad antibiotico-resistenza. Una morte su cinque ha riguardato bambini sotto i cinque anni di età.

Questo purtroppo conferma i peggiori timori sollevati negli ultimi anni anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Ocse, che non riguardano solo i Paesi più poveri. Per dare un ordine di grandezza al problema, se Covid-19 ha finora provocato globalmente circa sei milioni di morti, la resistenza antimicrobica potrebbe provocarne ogni anno dieci milioni entro il 2050. E queste infezioni stanno mietendo più vittime della malaria e l’Hiv sommati. Secondo altre stime, la resistenza antimicrobica costerebbe all’eE 1,5 miliardi di euro all’anno in termini di costi sanitari e perdite di produttività.

Va tenuto presente che l’attività di contrasto alla resistenza antimicrobica a livello europeo è iniziata circa dieci anni fa, partendo da un programma del 2011, riconfermato nel 2016 e confluito nel giugno 2017 nel piano d’azione “One Health” contro la resistenza antimicrobica. In questo lasso temporale alcuni provvedimenti sono stati presi sotto forma di linee-guida, ad esempio sull’uso appropriato degli antimicrobici negli esseri umani e negli animali, oppure per il monitoraggio della resistenza antimicrobica nei batteri zoonotici e commensali. Poi nel 2020 la Commissione ha adottato la strategia “Dal produttore al consumatore” per dirigere l’Ue verso sistemi alimentari sostenibili, includendo tra i suoi obiettivi la riduzione del 50 % delle vendite complessive di antimicrobici nell’Ue per gli animali d’allevamento e in acquacoltura entro il 2030.

La cabina di regia del lavoro europeo è rappresentata dallo “One-Health Network” che comprende esperti nazionali nell’ambito della salute umana, della salute animale e dell’ambiente, le agenzie scientifiche europee (Ecdc, Ema ed Efsa) ed esperti della Commissione. Le riunioni semestrali della rete offrono una piattaforma per presentare piani d’azione e strategie nazionali e tenersi reciprocamente aggiornati sui loro progressi, condividere le migliori pratiche e discutere opzioni politiche anche al fine di migliorare la cooperazione e il coordinamento. Da pochi mesi anche la nuova Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (Hera) sarà parte del piano d’azione europeo.

Il piano d’azione contro la resistenza antimicrobica del 2017 è stato aggiornato negli ultimi anni, e nel 2020 è stato collegato alla strategia farmaceutica per l’Europa, che dovrà considerare anche le sfide in materia di resistenza antimicrobica, tra cui la necessità di investimenti nella ricerca e sviluppo di nuovi antimicrobici e l’uso appropriato degli antibiotici.

In effetti la disponibilità di nuovi antibiotici rappresenta una delle priorità sulle quali concentrarsi. Eppure finora non ci sono stati passi avanti significativi per diverse ragioni: per riassumerle, il ritorno sull’investimento per nuovi potenziali antibiotici è insufficiente a garantirne la viabilità economica dato che, per definizione, queste nuovi trattamenti dovrebbero essere usati solo in casi estremi – ossia quando tutti gli altri antibiotici esistenti non hanno funzionato.

In cifre, se si considera che per un nuovo antibiotico si dovrebbero investire 1.5 miliardi di dollari, i ricavi stimati si aggirano su 50 milioni. Da qui la necessità di creare dei partenariati pubblico-privato, di porre in essere degli incentivi che spingano “il mercato” ad agire a prescindere da un immediato obiettivo di profitto. Ad esempio, i governi potrebbero offrire sovvenzioni alla ricerca o crediti d’imposta (cosiddetti push incentives) oppure premi per le aziende che raggiungano determinati risultati, in particolare il lancio di un nuovo antibiotico (cosiddetti pull incentives).

Un importante rapporto pubblicato nel 2016 da Jim O’Neill, ex economista di Goldman Sachs, per il governo britannico, considerava che per raggiungere un obiettivo di 15 nuovi antibiotici da mettere in commercio in 10 anni, sarebbe stato necessario un investimento di 16 miliardi di dollari. Da quel momento in poi sia l’industria – attraverso la creazione di un’Amr Industry Alliance, una coalizione di oltre 100 aziende – che il settore nonprofit – a esempio con la creazione di Gardp (Global Antibiotic Research & Development Partnership) – hanno creato delle opportunità di collaborazione per affrontare le sfide legate all’AMR nelle sue molteplici dimensioni.

Da notare, in parallelo, anche il lavoro di analisi critica e di stimolo svolto da organizzazioni nonprofit in particolare rivolto al settore biofarmaceutico: l’Antimicrobial Resistance Benchmark 2021 mette a confronto la ‘qualità’ del lavoro di aziende in ambito di ricerca, produzione, accessibilità e monitoraggio dell’uso di antibiotici.

Molto è stato fatto e molto resta da fare per ottenere risultati tangibili nei confronti di una minaccia che è chiara e attuale. Anche e soprattutto traendo degli insegnamenti dall’esperienza fatta durante la pandemia di Covid-19, è imperativo che l’azione sia coordinata e globale, con degli impegni chiari che vengano assunti da tutti gli attori del sistema. A tal proposito potrà essere molto rilevante la definizione di un trattato internazionale contro le pandemie, già in fase di negoziazione attraverso gli organismi multilaterali, nonchè la mobilizzazione della piattaforma globale e multi-stakeholder che dovrà aggiornare l’Amr Global Action Plan introducendo ulteriori obiettivi stringenti.

*Eduardo Pisani, Health Policy and Strategy Advisor / Ceo All.Can International.

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