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Identikit del Biotech, motore per la ripartenza del Paese

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“Il settore biotech tiene e il Pnrr è un’occasione straordinaria per la ripresa e la crescita del Paese. Ma dobbiamo sfruttarlo al meglio. Tenendo sempre presente la parola-chiave ‘collaborazione’, tra aziende e istituzioni”. Con queste parole la vicepresidente di Assobiotec Elena Sgaravatti ha aperto la presentazione del rapporto “Le imprese di biotecnologie in Italia – Facts&Figures”, particolarmente centrato sullo stato delle piccole e medie imprese (Pmi) del settore biotech italiano.

Un approccio molto pratico, quello di Sgaravatti e degli altri ospiti che si sono avvicendati al tavolo dei relatori. A voler sottolineare che non c’è più tempo per le parole e che bisogna agire. E presto. E, ha aggiunto il numero due dell’associazione industriale, “Assobiotec vuole identificare i punti di criticità della sinergia pubblico-privato per trovare soluzioni condivise con le istituzioni”, al fine di dare impulso all’innovazione e allo sviluppo del comparto”.

Che merita tutta l’attenzione del caso, come testimoniano i numeri snocciolati da Gaetano Coletta, responsabile Enea Offerta e valorizzazione servizi di innovazione, partner di Assobiotec nella redazione del rapporto. Quasi 800 imprese, che danno lavoro a circa 13mila addetti, e che nel 2020 hanno generano un fatturato di 10 miliardi di euro.

Un settore che non solo ha retto egregiamente alle bordate dell’annus horribilis della pandemia – registrando un calo complessivo del giro d’affari del 5%, percentualmente pari a meno della metà della contrazione subita dall’industria italiana (-12%) – ma che proprio nel 2020 ha registrato un incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) del 7,3% con punte del 9% per le imprese focalizzate nelle applicazioni industriali del biotech.

“Confermando quindi che il comparto biotecnologico italiano è uno dei motori dell’economia nazionale, rappresentando il 5% del totale degli investimenti dell’industria tricolore”.

Il tessuto imprenditoriale di riferimento è costituito all’80% da Pmi: il 48% delle imprese è dedicata a prodotti e servizi per la salute e genera circa il 75% del giro d’affari del comparto biotech nazionale. In seconda posizione (30%) come numero di imprese si posizionano quelle afferenti al white biotech. Si tratta di quelle che applicano le biotecnologie ai processi industriali, alla base della bioeconomia e che generano il 17% del fatturato del comparto.

La fotografia del biotech italiano è quella di un settore produttivo assai vivace, ma che potrebbe dare molto di più, secondo i player industriali. A patto di superare, una volta per tutte, annose criticità che compongono ancora la short list degli interventi da attuare. A partire dal favorire gli investimenti di Venture Capital, “che vedono l’Italia a quota 5 miliardi di euro, a fronte di cifre doppie di Paesi benchmark come la Germania e triple (Francia)” ha precisato Elvira Marchianò dell’Area tecnico scientifica e studi di Assobiotec. A cui ha fatto eco la direttrice generale di Aifi Anna Gervasoni: “Pur essendo partiti 20 anni fa con valori analoghi a quelli francesi (oggi a quota 10 miliardi di euro), l’Italia sconta un significativo ritardo negli investimenti. Sono mancati i fondi e il colpevoli sono la politica e la scarsa conoscenza dei Venture Capital. Oggi il Vc è qualcosa di noto e di cui si parla anche nei tavoli della politica. Certamente occorrerà lavorare ancora, soprattutto per comunicare i casi italiani di maggior successo. Ciò permetterà di attrarre anche altri capitali, anche esteri. In più dovremo agire per migliorare le attività di technology transfer. In questo modo in meno di 10 anni potremo recuperare terreno e raggiungere i livelli della Francia”.

Ad aiutare lo sviluppo delle imprese biotecnologiche ci sarà anche “Enea Tech Biomedical”, il fondo che gestirà per conto del ministero dello Sviluppo Economico sia il “Fondo per il trasferimento tecnologico”, sia il nuovo “Fondo per la ricerca e lo sviluppo industriale biomedico” istituito con l’ultima legge di Bilancio.

Molti i dettagli forniti dal direttore generale Marco Baccanti: “L’obiettivo finale del fondo è lo sviluppo economico. Quindi gli investimenti saranno rivolti ad attività il cui esito sia direttamente misurabile, ad esempio in termin di fatturato e di occupazione Cioè per le attività più vicine alla fase di mercato, come le fasi cliniche, manufatturiere e di attrazione degli investimenti”.

Quanto ai tempi per l’erogazione dei primi finanziamenti alle imprese, Baccanti però non ha potuto dare date precise: “Perché un governo possa fare bene per favorire lo sviluppo economico non bastano i fondi. Servono anche buone policy, fronte su cui l’Italia deve lavorare ancora molto. Ci vorrà tutta l’estate per mettere a punto regolamenti e decreti. In parallelo lavoreremo per analizzare i progetti più validi per ricevere i finanziamenti. Che potrebbero arrivare auspicabilmente a inizio autunno”.

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