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Digital medicine, Stara (Diabete Italia): ‘Una svolta importante’

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Quella della digital medicine è una rivoluzione in corso nel nostro Paese, accelerata dalla pandemia da Covid-19. Ma occorre una strategia mirata per governarla e per favorire lo sviluppo in Italia delle tecnologie digitali. Fondazione Lilly ha avviato uno progetto di studio sulla digital medicine, con il supporto di esperti del settore e la partecipazione di società scientifiche e delle associazioni pazienti, volto ad analizzare eventuali barriere regolatorie e possibili soluzioni per la Digital medicine, nonché nuovi modelli organizzativi di presa in carico di pazienti cronici in cui il cittadino-paziente, grazie al supporto digitale, è messo al centro del proprio percorso di cura. Un vero cambio di paradigma.

“La digital medicine è una grande opportunità, in particolare per i pazienti con patologie croniche. Il diabete è una delle malattie tipo dove gli strumenti di ‘salute digitale’, mi piace chiamarli così, possono fare tantissimo, perché il paziente avrebbe molte più possibilità di essere seguito e curato ottimizzando sia la qualità assistenziale, che il trattamento terapeutico, attraverso il miglioramento dell’aderenza del paziente alla terapia. In questo modo, il paziente viene coinvolto costantemente nel suo percorso di cura per una più corretta e consapevole gestione della propria patologia”. Ne è convinta Rita Lidia Stara, presidente della Federazione Diabete Emilia Romagna e membro del comitato direttivo di Diabete Italia.

“ Ed infatti, al momento uno dei grossi problemi delle malattie croniche è la non aderenza e il digitale in questo può essere di grande aiuto. È una svolta importante alla quale dobbiamo andare incontro, senza averne paura”, sottolinea Stara a Fortune Italia.

“Io credo che i pazienti siano più pronti ad accogliere questo nuovo approccio alla sanità, rispetto a un sistema che forse lo è un po’ meno. L’Italia ha 21 sistemi regionali, alcuni sono molto avanti e pronti alla digitalizzazione. Altri ci stanno arrivando e altri sono lontanissimi dalla meta. Bisogna lavorare affinché tutti i sistemi regionali siano ugualmente pronti ad assorbire questo tipo di innovazione, così da evitare troppe differenze nei percorsi assistenziali. Ma abbiamo il tempo e la capacità per lavorare in questa direzione”.

In questo processo le associazioni dei pazienti sono in prima linea, e “chiedono innanzitutto formazione, capacità di riconoscere, utilizzare correttamente e diffondere questa cultura”, ribadisce Stara.

“Le associazioni dei pazienti sono capillari e integrate sul territorio nazionale, però hanno bisogno di capire questa opportunità che cosa è esattamente e a che cosa serve. Ci sono associazioni che hanno più consapevolezza ed esperienza in merito. Altre associazioni subiscono ancora un po’ l’influenza di una parte della classe medica, che invece ha quasi paura di perdere potere. Una delle cose su cui bisogna lavorare è far capire a tutto il sistema, non solo ai pazienti, che questa è un’opportunità. Le associazioni chiedono che ci sia un percorso culturale diffuso di facile accesso per assorbire questo processo e, soprattutto, acquisirne consapevolezza”, conclude.

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