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Salute degli italiani indebolita dagli anni di Covid

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Chili in più accumulati tra lockdown e misure anti-contagio, insieme al consumo di alcolici. Meno  visite specialistiche e interventi programmati. Difficoltà nel monitoraggio della propria patologia per i pazienti cronici. Non ci eravamo troppo illusi, ma dopo oltre due anni di pandemia la salute degli italiani appare sempre più precaria.

E questo per colpa di due fattori: il peggioramento dello stile di vita e la rarefazione delle alle visite di controllo e specialistiche (e delle vaccinazioni non Covid). L’impatto di Covid-19 si è visto anche sulla speranza di vita e longevità, con circa un anno perso nel 2020 e solo in parte recuperato nel 2021.

Non è certo roseo il quadro che emerge dal XIX Rapporto Osservasalute 2021, curato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni Italiane che opera nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università Cattolica, presso il campus di Roma.

Ben 655 pagine, frutto del lavoro di 240 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso Università, Agenzie regionali e provinciali di sanità, Assessorati regionali e provinciali, Aziende ospedaliere e Aziende sanitarie, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori, Ministero della Salute, Agenzia Italiana del Farmaco, Istat.

Meno sport più alcol. Dal 2019 al 2020 si è assistito a un aumento dei consumi a rischio di alcolici pari al +6,5% per i maschi e al +5,6% per le femmine. Inoltre, complici le chiusure e le restrizioni, è diminuita anche la quota di sportivi regolari. L’emergenza Covid-19 ha avuto un impatto molto forte sulle strutture sanitarie, il rischio del contagio, il rinvio delle attività chirurgiche programmate e di quelle ambulatoriali, la riorganizzazione delle strutture di assistenza e la riallocazione del personale, nonché l’assorbimento pressoché totale delle risorse territoriali nella lotta alla pandemia hanno determinato una riduzione della presa in carico e della continuità assistenziale per i pazienti con patologie acute e croniche, con conseguenze i cui effetti si vedranno probabilmente nei prossimi anni.

Le visite specialistiche e gli interventi. I dati parlano chiaro: nel 2019 erano circa 26 milioni e 600 mila le prime visite, nel corso del 2020 sono diminuite di circa un terzo, ammontando a circa 17 milioni e 700 mila. Sempre nel 2019, sono state erogate circa 32 milioni e 700 mila visite di controllo. Nel 2020, anche le visite di controllo sono diminuite di circa un terzo, ammontando a circa 22 milioni e 500 mila.

In calo anche gli interventi programmati, strategici per la prevenzione e contrastano la mortalità evitabile. Un esempio per tutti, l’intervento di bypass coronarico: nel 2020, un valore pari a 76,6 per 100.000, in diminuzione rispetto al 2019 (100,9 per 100.000).

Meno vaccini. Con la pandemia si sono ridotte anche le coperture vaccinali: nel 2020 nessuna vaccinazione obbligatoria raggiunge il target raccomandato dall’Oms del 95%. Nell’ultimo anno i valori di copertura più alti si osservano per Tetano (94,04%), Pertosse (94,03%) e Poliomielite (94,02%), mentre Parotite (92,47%), Rosolia (92,21%) e Varicella (90,28%) presentano i valori più bassi.

La salute mentale e Covid. Per quanto per l’Italia manchino dei dati definitivi, si rileva che nel 2020 il consumo di antidepressivi è aumentato in tutte le regioni rispetto al 2019, con il più alto incremento in Umbria (da 55,1 a 57,1 DDD/1.000 ab die; +3,6%) e il più basso nella PA di Bolzano (da 56,0 a 56,1 DDD/1.000 ab die; +0,2%). Fortunatamente, rispetto al contesto europeo, l’Italia mostra prevalenze inferiori alla media europea riguardo la presenza di sintomi depressivi: la stima è pari al 4,2% vs 7,0% media dell’UE per le persone di età 15 anni ed oltre, e tra gli adulti (15-64 anni) il divario è anche superiore (3,0% vs 6,4%). Tassi elevati si riscontrano in Francia, Svezia e Germania (rispettivamente, 10,8%, 10,5% e 9,4%) e i più bassi, al di sotto del 3%, in Grecia e Cipro. Ma resta da quantificare l’impatto reale della pandemia su salute e benessere psichico del Bel Paese.

Anche il Ssn ha subito notevoli contraccolpi: c’è stata una contrazione notevole dei proventi propri delle aziende sanitarie (per esempio ticket e libera professione). I dati relativi alla compartecipazione alla spesa farmaceutica indicano una netta diminuzione: se nel periodo 2016-2019 ammontava a 1,6 miliardi (mld) medi annui, nel 2020 scende a 1,5 mld e tra gennaio-maggio 2021 è pari a 0,6 mld. Anche i proventi per l’assistenza specialistica appaiono ridotti: nel periodo 2016-2019 ammontavano a 1,8 mld annui; nel 2020 calano a 1,2 mld; tra gennaio-maggio 2021 il dato è di 0,6 mld.

“La crisi sanitaria innescata dalla pandemia ha avuto effetti rilevanti sulle prestazioni ospedaliere – sottolinea il direttore scientifico di Osservasalute Alessandro Solipaca – I dati prendono in considerazione l’impatto dell’emergenza sanitaria sui ricoveri ospedalieri per patologie a elevato impatto sociale quali: protesi d’anca, somministrazione di chemioterapia in regime di RO e DH, assistenza per i pazienti diabetici, all’infarto miocardico acuto, malattia polmonare cronica ostruttiva (Bpco)”.

Non solo. “E’ peggiorata la tempestività di certe prestazioni, con probabili ripercussioni sulla salute e la qualità della vita degli anziani”, avverte Solipaca. “Vedremo solo con il tempo – interviene Walter Ricciardi, direttore di Osservaslute e ordinario di Igiene generale e applicata alla Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica, nonché consigliere del ministro della Salute per l’emergenza da coronavirus – gli effetti dello tsunami Covid-19 sulla salute degli italiani e sull’equilibrio del sistema sanitario, senza considerare il profondo impatto che sta avendo e avrà sempre di più in futuro il long-Covid, che colpisce una cospicua quota di guariti, con sintomi persistenti che richiedono di essere monitorati e gestiti”.

“La pandemia – sottolinea Ricciardi – ha drasticamente tagliato i ricoveri, sia perché i pazienti per paura si sono rivolti meno all’ospedale in caso di urgenze, sia perché il sistema ospedaliero non ha retto l’impatto dirompente di Covid. Chiaramente ciò non è privo di conseguenze a breve e a lungo termine per la salute degli italiani”.

Basti pensare che un ictus non trattato con la dovuta tempestività “si traduce spessissimo in una disabilità permanente che ha costi umani, sociali e sanitari non indifferenti. Inoltre il calo degli interventi programmati per diverse procedure chirurgiche che rappresentano tra l’altro un indicatore di qualità e appropriatezza organizzativa dell’attività ospedaliera – continua Ricciardi – suggerisce che nei prossimi anni non solo gli ospedali dovranno smaltire i ritardi accumulati, ma si troveranno anche ad affrontare un carico di morbidità, cronicità e disabilità generato proprio dagli interventi troppo posticipati o non eseguiti”. Lo stesso dicasi per la specialistica: rimandare una visita, sottolinea Ricciardi, significa ritardare una diagnosi e una cura, amplificando il rischio di progressione della malattia.

Insomma, il rischio è che anche ‘vecchi’ primati italiani finiscano nel dimenticatoio. Nel 2021, la speranza di vita alla nascita è pari a 80,1 anni per gli uomini e 84,7 anni per le donne, con un parziale recupero rispetto a 2020 che, comunque, non ha permesso di tornare alla situazione pre-pandemica.

Gli uomini, nel 2020, hanno perso più di 1 anno di vita rispetto al 2019 (-1,3 anni), con il virus che ha colpito, soprattutto nella prima ondata, maggiormente il Nord-Italia che, quindi, ha visto un decremento maggiore nella speranza di vita (in media -1,8 anni). Per gli uomini della Lombardia sono stati registrati i decrementi maggiori nella speranza di vita alla nascita (-2,6 anni vs -1,3 anni del dato nazionale). In tutte le regioni del Nord è stato perso almeno 1 anno di vita. Minori rispetto al Nord sono state le perdite nel corso del 2020 per il Centro e il Mezzogiorno (rispettivamente, -0,7 anni e -0,8 anni), anche se tutte le regioni hanno registrato un decremento della speranza di vita. La regione maggiormente colpita è stata la Campania (-1,2 anni), le due con le perdite minori la Basilicata e la Calabria (-0,4 anni).

Nel 2021 si è assistito ad un lieve aumento della speranza di vita rispetto all’anno precedente (+0,3 anni). Il Nord, che, come visto, aveva subito perdite più gravi, cresce con livelli più alti rispetto al resto d’Italia (guadagna +1,1 anni). Centro e Mezzogiorno, invece, vedono ancora un peggioramento della speranza di vita (rispettivamente, -0,1 e -0,5 anni).

La Lombardia, che nel 2020 era stata la regione più penalizzata, è nel 2021 quella con il guadagno maggiore (+1,8 anni). Le donne, nel 2020, hanno perso quasi 1 anno di vita rispetto al 2019 (-0,9 anni). Come già visto per gli uomini, il virus nella prima ondata ha colpito maggiormente il Nord-Italia causando un decremento maggiore nella speranza di vita (in media -1,4 anni). I decrementi maggiori nella speranza di vita alla nascita sono stati registrati per la Lombardia: -1,9 anni vs -0,9 anni del dato nazionale (non consideriamo qui la Valle d’Aosta poiché, essendo una regione con un’ampiezza demografica molto ridotta, è possibile che a piccole oscillazioni del numero di morti possano corrispondere elevate variazioni nella speranza di vita).

Le regioni che al Nord hanno perso meno anni di vita sono il Friuli Venezia Giulia e l’Emilia-Romagna (-0,8 anni). Minori rispetto al Nord sono state le perdite nel corso del 2020 per il Centro e il Mezzogiorno (-0,5 anni). Come per gli uomini, tutte le regioni hanno registrato un decremento della speranza di vita. Si va dal minimo della Basilicata (-0,2 anni) al massimo del Molise (-1,0 anno).

Nel 2021, a livello nazionale, anche per le donne si è assistito ad un lieve aumento della speranza di vita rispetto all’anno precedente (+0,2 anni). Il Nord, che aveva subito perdite più gravi, cresce con livelli più alti rispetto al resto d’Italia (guadagna +0,8 anni). Il Centro rimane stabile, mentre il Mezzogiorno vede ancora un peggioramento della speranza di vita (-0,4 anni).

E gli anziani? In termini di sopravvivenza, nel 2020, si stima che un uomo di 65 anni residente in Italia possa vivere ancora 18,5 anni, con una perdita di 1,2 anni rispetto al 2019, cedendo diverse posizioni rispetto alla graduatoria degli anni precedenti (era seconda nel 2019, ora è settima).

L’impatto dell’eccesso di mortalità dovuto a Covid-19 osservato nel 2020 ha alterato la graduatoria per longevità dei Paesi europei. La vita media attesa a 65 anni degli uomini è più alta a Malta, in Francia e in Svezia mentre si attesta su livelli simili all’Italia in Spagna, Danimarca e Grecia. Livelli particolarmente bassi per la speranza di vita a 65 anni si rilevano nei Paesi baltici e in tutti i Paesi dell’Europa dell’Est, in particolare in Bulgaria dove si registra il valore più basso di 12,9 anni in media da vivere dopo i 65 anni. Per le donne a 65 anni l’Italia si colloca al quinto posto per vita media attesa (21,8 anni), con la perdita di 1,1 anni rispetto al 2019, dopo Francia (23,2 anni), Spagna (22,4 anni), Finlandia (22,3 anni) e Malta (22,0 anni).

Si attestano al di sotto del valore mediano (pari a 21,0 anni per i Paesi dell’Ue-27 esclusi Germania e Irlanda), non solo tutti i Paesi dell’UE-27 dell’Europa orientale, con il valore minimo di Bulgaria (17,2 anni) e Romania (17,7 anni), ma anche alcuni Paesi dell’Europa occidentale come Belgio e Paesi Bassi (entrambi con 20,8 anni).

Gli ultimi dati disponibili – che però non sono recenti – “mostrano l’Italia prima in Europa con il più basso tasso di mortalità evitabile – ricorda Ricciardi – Resta da vedere se l’impatto che Covid ha avuto su salute e comportamenti degli italiani e su efficacia di prevenzione e cura del sistema sanitario ci consentirà di mantenere questo primato per gli anni a venire”.

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