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Medici e contenzioso, ecco come ridurre i rischi

visita medica
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Qualche tempo fa, uno studio ha dimostrato che il medico tende ad interrompere il paziente dopo una manciata di secondi. E ci sono evidenze cliniche che la durata della visita sia in qualche modo direttamente correlata con il rischio di cause intentate nei confronti del curante. Più tempo c’è da dedicare al malato e alla sua situazione, considerando anche l’attenzione all’ascolto, tanto maggiore è la possibilità che assieme si individui la strada giusta per la cura.

Na c’è un altro elemento che non va dimenticato, ovvero il modo di proporsi del medico. Quanto più il professionista presenta un atteggiamento che viene considerato “piacevole” in termini di apertura psicologica, con il volto che entra in stato di empatia con l’interlocutore, tanto minori sarebbero le possibilità di andare incontro a controversie.

E c’è un elemento che incide molto sulla disponibilità psicologica e non solo del curante: il suo burnout. A sancire questa realtà, puntando anche il dito sull’organizzazione che spesso può porre il medico in uno stato di burnout e quindi renderlo più difficilmente disposto ad ascoltare con serenità chi ha davanti, è una ricerca australiana apparsa addirittura sul British Medical Journal, a riprova dell’attenzione alla tematica.

Lo studio, coordinato da dottor Owen Bradfield e Matthew Spittal dell’Università di Melbourne, ha preso in esame quanto affermato da più di 12.000 medici australiani in un questionario (Medicine in Australia Balancing Employment and Life – Mabel). In termini generali, la percentuale di chi si è trovato invischiato in cause giudiziarie si è attesta intorno al 5%, con maggior coinvolgimento per i professionisti maschi.

L’analisi ha preso in esame anche gli aspetti relativi a personalità e benessere psicologico dei professionisti come parametri per un potenziale fattore di rischio, anche per spiegare come mai (pur se specialità come la chirurgia apparivano più a rischio) il rapporto medico-paziente e le condizioni di lavoro e psicologiche del curante potessero giocare un ruolo su questo processo.

Secondo gli esperti, anche aspetti non sempre considerati come appunto la presenza di burnout e orari eccessivamente pesanti potrebbero rappresentare fattori di rischio da non sottovalutare. Insomma, il monito è semplice. Non bisogna mai dimenticare (soprattutto in questo periodo) che i medici si si possono trovare a rischio della sindrome da burnout, una condizione che si sviluppa per scompenso tra richieste dell’ambiente e risorse professionali disponibili, con deficit della capacità nel controbattere gli stimoli ambientali e nell’esaurire le risorse.

Cosa succede? Fondamentalmente occorre ricordare che ci sono tre tappe che vanno considerate, con una successione di sensazioni che vanno percepite e monitorate. Si inizia con una sorta di “esaurimento” che rende difficile creare un rapporto empatico, specie se la personalità non è propriamente “aperta”, con la sensazione di non avere più risorse in termini emozionali e fisici. Se ci si sente prosciugati in questo senso, diventa difficile recuperare e ristabilire il benessere psicologico.

Si rischia quindi di entrare in una sorta di “cinismo” distaccato, con atteggiamento freddo nei confronti delle altre persone, pazienti compresi. In questo modo si punta ad un processo di “autopreservazione” che può tuttavia divenire controproducente nei rapporti con i pazienti e l’organizzazione.

Infine, se non si provvede, si può arrivare a una propria inefficienza che incide pesantemente sull’attività. Tutto questo, va detto, dipende soprattutto dalle condizioni di lavoro e dall’organizzazione, in un percorso che può condurre ad una richiesta d’aiuto più o meno tacita che non va sottovalutata. A prescindere dalla personalità del professionista sanitario.

Gli esperti australiani, in questo senso, non hanno dubbi. E’ necessario puntare su un controllo della “fatica” dei medici, spesso costretti a turni di lavoro prolungati e pesanti. Ed occorre offrire interventi che passino attraverso programmi di psicologia positiva, in grado di restituire il piacere della professione a chi lo ha temporaneamente visto offuscarsi. Ed è una sfida importante. Per la sanità, per la salute dei cittadini e anche per i medici di domani.

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