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Superbug e antimicrobico resistenza, l’analisi di Andreoni/VIDEO

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Prima che gli antibiotici venissero scoperti, le malattie dovute ai batteri causavano la morte di migliaia di persone. Anche soltanto un’infezione lieve e o superficiale poteva essere fatale. Col tempo però i batteri hanno sviluppato alcuni meccanismi intelligenti di resistenza: in questo modo aggirano e superano gli effetti degli antibiotici, determinando un fenomeno che da anni ormai rappresenta una minaccia per la salute pubblica globale: l’antimicrobico resistenza (AMR).

Per capire meglio di cosa si tratta e quali sono le misure per contrastare questa vera e propria pandemia, Fortune Italia ha raggiunto Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (SIMIT).

Che cos’è l’antimicrobico resistenza

“Quando parliamo di antibiotico resistenza intendiamo la capacità che hanno i microrganismi, in particolare i batteri, di sviluppare meccanismi abbastanza complessi che fanno sì che diventino insensibili all’azione degli antibiotici. Quindi, quando poi andiamo a somministrare un antibiotico, il microrganismo che normalmente in presenza di quel farmaco smetterebbe di replicare continua a farlo tranquillamente, causando così la malattia”, precisa l’esperto. (Video 1)

“Si tratta di un problema che conosciamo da tantissimo tempo – sottolinea – almeno da più di 100 anni, e sta diventando sempre più rilevante. Lo sviluppo di questi batteri prolifica sensibilmente perché si selezionano proprio attraverso l’uso degli antibiotici. I batteri che resistono all’azione del farmaco diventano quindi dominanti”.

Si tratta di una pandemia a tutti gli effetti, sottolinea l’esperto, un’emergenza che coinvolge il mondo intero come rimarca l’allarme lanciato dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), che stima l’antibiotico resistenza come prima causa di morte entro il 2050. Uno scenario ben poco rassicurante.

La situazione in Italia

Ancora meno nel nostro Paese, dove la situazione non è certo delle più rosee: “Siamo uno dei Paesi, soprattutto a livello europeo, che sta pagando maggior scotto per questa problematica – avverte Andreoni – Si calcola che in Italia ci siano circa 11mila morti l’anno per antibiotico resistenza (33mila nell’intera Unione Europea). È un numero che ci mette virtualmente al primo posto, insieme alla Grecia”. (Video 2)

Il 75% delle infezioni da batteri resistenti agli antibiotici è associata all’assistenza sanitaria (Ica), per lo più in reparti come terapie intensive (14,8%), medicine (7%), chirurgie (6,8%), riabilitazioni (6%), geriatrie (5,4%), più esposti per la concentrazione di pazienti fragili. Le patologie maggiormente associate a batteri resistenti sono le polmoniti (24%), seguite dalle infezioni delle vie urinarie (21%), delle ferite chirurgiche (16%), del torrente circolatorio (16%) e gastrointestinali (7%).

I batteri patogeni multiresistenti sono responsabili dell’allungamento della degenza media dei ricoveri a causa di complicanze, e quindi di maggiori costi della assistenza, e all’origine di casi di sospetta malpractice. Tra il 2004 e il 2017 in Italia è stato registrato un incremento del 7,1% dei sinistri derivanti da infezioni, con un costo totale superiore ai 66 milioni di euro, e un costo medio (118.540 euro) significativamente maggiore rispetto a quello rilevato per tutti i sinistri (93.000 euro).

Come contrastare l’antimicrobico resistenza

Cosa possiamo fare per arginare questa emergenza? “Non esiste un unico intervento, ma bisogna mettere in campo tante azioni diverse – puntualizza l’esperto – La prima azione è educare le persone e i medici all’uso corretto degli antibiotici, quella che si chiama “Antimicrobial stewardship”. Per il batterio la via più semplice per diventare resistente è “attaccarsi” a un soggetto che prende troppi antibiotici e magari li prende anche male. Perciò noi stessi dobbiamo imparare a prendere antibiotici solo quando servono e negli ospedali i medici devono imparare a dare antibiotici nel giusto dosaggio, quando servono e in modo corretto, dice l’esperto.

Accanto alla antimicrobial stewardship c’è poi quello che viene definito “infection control”, ovvero la messa in atto di tutte quelle azioni che servono a ridurre la circolazione dei germi. In ambiente ospedaliero e non solo: ormai troviamo questi germi anche nelle residenze per anziani e anche noi nostri domicili. Bisogna mettere in atto tutte le misure che riducono la loro circolazione e la trasmissione da una persona all’altra: e quindi il lavaggio delle mani, fare attenzione al passaggio di oggetti che potrebbero essere contaminati, la sanificazione degli ambienti con detergenti ad hoc.

L’industria farmaceutica da anni si sta muovendo per affrontare la crescente minaccia della resistenza agli antibiotici, anche perché secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità le pipeline clinica e preclinica degli antibatterici sarebbero ancora  lontane dal soddisfare le esigenze globali.

A tutti i livelli, dall’OMS alle politiche italiane, passando per l’Unione Europea, si dichiara la necessità di procedere nel contrasto delle antimicrobico-resistenze attraverso una strategia tripartita, basata sull’utilizzo più consapevole degli antibiotici esistenti, sulla prevenzione dei fattori di rischio infettivo e sulla ricerca e sviluppo di nuovi antibiotici. Ma queste tre direttrici non sembrano godere, a tutt’oggi, dello stesso tipo di attenzione. Non si vedono, infatti, investimenti adeguati per sostenere la ricerca e lo sviluppo di nuovi antibiotici con nuovi meccanismi di azione.

Dal 2017 sono stati approvati solo 12 antibiotici, 10 dei quali appartengono a classi esistenti con meccanismi consolidati di resistenza antimicrobica.
”C’è una grande lacuna nella scoperta di trattamenti antibatterici, e ancora di più nella scoperta di trattamenti innovativi” – ha dichiarato recentemente Hanan Balkhy, vicedirettore generale dell’Oms per l’Amr – Questo rappresenta una seria sfida per superare la crescente pandemia di resistenza antimicrobica e lascia ognuno di noi sempre più vulnerabile alle infezioni batteriche, comprese quelle più semplici”.

“Il tempo stringe per superare la resistenza antimicrobica, il ritmo e il successo dell’innovazione è molto al di sotto di ciò di cui abbiamo bisogno”, ha sottolineato Haileyesus Getahun, direttore del Coordinamento globale per la ricerca antimicrobica dell’Oms. “Circa il 30% dei neonati con sepsi muore a causa di infezioni batteriche resistenti agli antibiotici di prima linea”.

Secondo le analisi annuali dell’Oms, nel 2021 c’erano solo 27 nuovi antibiotici in fase di sviluppo clinico contro i patogeni prioritari, in calo rispetto ai 31 prodotti del 2017. Nella fase preclinica, il numero di prodotti è rimasto relativamente costante negli ultimi 3 anni. Più in generale, dei 77 agenti antibatterici in fase di sviluppo clinico, 45 sono piccole molecole “tradizionali” ad azione diretta e 32 sono agenti “non tradizionali”, come gli anticorpi monoclonali e i batteriofagi (virus che possono distruggere i batteri).

Lo sviluppo di nuovi antibiotici è ostacolato soprattutto da costi elevati e percentuali di successo basse. Al momento si impiegano circa 10-15 anni per far progredire un antibiotico candidato dalla fase preclinica a quella clinica; mentre per gli antibiotici nelle classi esistenti, in media, solo uno su 15 in fase di sviluppo preclinico raggiungerà i pazienti. Solo un candidato su 30 raggiungerà i pazienti per le nuove classi di antibiotici. (Video 3)

Anche i nuovi antibiotici dovranno essere utilizzati con saggezza e in modo oculato e parsimonioso”, conclude Andreoni. E continuare ad investire in ricerca, individuando strategie e risorse all’insegna di una maggiore consapevolezza della entità effettiva del problema e della urgenza di affrontarlo efficacemente con politiche e strumenti adeguati.

 

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