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Pharma, passione e cervello. Tiziana Mele (Lundbeck) si racconta

Tiziana Mele
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Passione e cervello sembrano antitetici, ma in realtà sono uniti a doppio filo nella vita di Tiziana Mele, Managing Director di Lundbeck Italia. Una “che si sporca le mani in azienda” e che della società danese, nata nel 1915, è innamorata. Così come della farmaceutica, perché “permette davvero di avere un impatto, di cambiare la vita di molte persone”. Quella di Mele, giovane donna italiana (o meglio calabrese) di successo in un’azienda del Nord Europa è una storia particolare, che inizia quasi come una favola. Ma parlando con Fortune Italia la manager ricorda un’altra favola: quella di Hans e Grete (sì, avete letto bene: non parliamo esattamente dei protagonisti della fiaba dei Fratelli Grimm).

“Il 14 agosto 1915 Hans Lundbeck fonda un’azienda che si occupava di commercio in Danimarca, a Copenaghen. La prima persona che assume è la sua futura moglie, Grete Lundbeck. È Grete a costituire la Fondazione Lundbeck, gettando le basi dell’azienda. Ed è a lei che si deve l’istituzione del Brain Prize per i migliori ricercatori impegnati nello studio del cervello. Nel 1940 circa – ricorda Mele – l’azienda inizia ad occuparsi di farmaci e a identificare i primi antipsicotici e antidepressivi. Lundbeck nasce così e vuole restare tale: focalizzata sul cervello, anche se riconosco che è difficile scegliere di essere così settoriali”.

Un fatturato nel 2021 da 16,3 mld di corone svedesi, 5.300 dipendenti nel mondo e medicinali commercializzati in oltre 100 Paesi sembrano dare ragione alla scelta di puntare tutto sul cervello. Ma se quella di Hans e Grete è un’avventura imprenditoriale di successo, anche la storia di Tiziana Mele per certi versi ricorda una favola. “Sono stata assunta incinta di 5 mesi a 34 anni, e in 3 anni e mezzo sono diventa amministratore delegato. Quando si aprì la procedura – racconta – non volevo presentare la candidatura: eravamo in 7 e due erano già amministratori delegati. Io non ci credevo, ma poi da 7 siamo rimasti in 3, di cui due danesi e una italiana”.

“Ho scoperto di essere diventata Ad a Napoli, il 22 novembre, dal capo della Regione Europe, che mi dice: ‘Ho due informazioni di servizio: cambierai il capo, e quel capo sono io’. Io non capivo, e  lui insiste: ‘Sì che hai capito: sei tu il nuovo Ad di Lundbeck Italia’. Poi mi ha lasciato per avvisare chi non era passato”. Racconti che possono sembrare incredibili in un Paese in cui le donne fanno ancora molta fatica a rompere il soffitto di cristallo.

“Ci sono dei valori che non hanno prezzo”, ammette Mele, a capo di un’azienda decisamente rosa. “Oggi siamo 130 in Italia, per il 57% donne, con un’età media 47 anni. Nei ruoli di leadership abbiamo tutte donne tranne il direttore vendite”. Lundbeck, evidentemente, non ha problemi di diversity nemmeno in Italia, anche se è guidata da un’Ad che si definisce “nettamente contraria alle quote rosa. Premesso che quando sono diventata amministratore delegato non ho rivoluzionato l’organizzazione, ma ho deciso di far crescere alcune persone internamente, da noi – sottolinea Mele – la maggioranza femminile c’è per merito e competenze. Anche se devo anche dire che è utile avere una ‘controparte maschile’”. Insomma: la diversità è preziosa, sempre.

Quali possono essere i vantaggi di una leadership femminile? “Siamo molto autentiche, io stessa ho avuto più volte il coraggio di dire chiaramente che qualcosa non funziona”. Trasparenza, e autenticità sono valori chiave per Mele, che confessa: “Non sono capace di mentire”.

D’altro canto, continua, non sempre le donne si sostengono fra loro. “Purtroppo è vero: nella mia esperienza posso confermarlo. Ma anche in questo caso la trasparenza può risultare l’arma vincente. Nella mia carriera – ricorda – ho avuto un grande capo donna, che ha cambiato radicalmente la mia vita, ma purtroppo è morta giovane. Per il resto le altre donne che ho incontrato non sono state supportive, mentre ho avuto grandi mentori uomini che non solo hanno creduto in me, ma mi hanno anche spinta a lanciarmi. Oggi posso dire che avevano ragione: la perfezione non esiste. Durante la pandemia ho imparato la bellezza di poter sbagliare. Era tutto nuovo e nessuno aveva la ricetta vincente, così abbiamo sperimentato flessibilità e possibilità di adattare i piani: è stata un’esperienza bellissima”.

Se in questi mesi molte ragazze (e ragazzi) sono alle prese con la scelta della carriera universitaria,  perché optare per il pharma? “Lo dico da economista: in questo nostro settore fai qualcosa per cui puoi cambiare la vita di molte persone. L’innovazione è enorme e, se sei alla ricerca di qualcosa che può cambiare davvero la società e avere un impatto importante, la farmaceutica è la scelta giusta”.

Quanto ai suoi obiettivi, Mele (che si dice “innamorata dell’azienda e del suo team”), punta ad far crescere ancora la società nel nostro Paese. “In Italia ho la mia storia e conosco questa realtà: ho una libertà d’azione incredibile e il fatto che a livello global ci guardino come un esempio è impagabile”.

Guardando alla pipeline di Lundbeck, la ricerca non si è fermata in pandemia: “Abbiamo appena sottoposto il dossier sul nostro anticorpo monoclonale per l’emicrania, un medicinale con notevoli peculiarità, che siamo convinti farà la differenza per i pazienti. E la nostra pipeline, orientata su patologie psichiatriche e neurologiche, ha cambiato volto in questi anni. Non c’è salute senza salute mentale: per questo abbiamo deciso di realizzare i CEOforLIFE–Lundbeck Awards, per premiare le aziende che più stanno investendo sulla salute mentale delle proprie persone”.

La favola pharma di Hans e Grete va avanti. E il capitolo italiano si prospetta molto interessante.

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