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Salvare la fertilità dopo un tumore a 12 anni, la storia

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E’ una bella storia che coniuga buona sanità, medicina e ricerca, quella che ci arriva oggi da Roma. Una storia che ha come protagonista una bambina di 12 anni, che si è trovata a dover fare i conti con un tumore, un sarcoma. Ogni anno nel nostro Paese a circa 5 mila donne sotto i 40 anni, dunque in età riproduttiva, viene diagnosticato un tumore. Oggi le terapie consentono speso di trattare con successo questa patologia, ma mettono a rischio la fertilità.

Ebbene proprio questa bambina romana di 12 anni è la prima paziente minorenne sottoposta a prelievo di tessuto ovarico per la crioconservazione, presso la Fondazione Policlinico Gemelli Irccs. Il prelievo è stato effettuato grazie a un accordo siglato nel gennaio 2022 con la Banca del Tessuto Ovarico e Cellule Germinali della Regione Lazio, situata presso gli Istituti Fisioterapici Ospitalieri di Roma (Ifo) e diretta dal professor Enrico Vizza.

Si tratta, fanno sapere dal Gemelli, al momento dell’unica Banca in Italia certificata dal Centro Nazionale Trapianti e dell’unica inserita nel compendio Europeo degli Istituti dei tessuti. Nei mesi precedenti, sempre in virtù di questo accordo, era stato inviato dal Policlinico Gemelli tessuto ovarico prelevato da tre giovani donne in terapia oncologica.

L’intervento sulla ragazzina è stato effettuato da Lorenzo Nanni, direttore della Uosd di Chirurgia Pediatrica del Gemelli, in collaborazione con Giacomo Corrado, dirigente medico di Ginecologia Oncologica e coordinatore del Pca Oncofertilità della struttura.

La bambina è stata sottoposta a maggio all’intervento chirurgico di rimozione del sarcoma e, in un secondo tempo (il 5 luglio), al prelievo di tessuto ovarico. “L’intervento – ricorda Lorenzo Nanni – è l’ultimo anello di una catena, che viene dopo un’elaborazione imponente per creare questo accordo. La bambina è in ottime condizioni e il prelievo di tessuto ovarico non impegna in maniera importante la paziente. Viene effettuato in laparoscopia, in questo caso con tre accessi (‘buchini’) sull’addome, uno per l’ottica e due per gli strumenti. La procedura è semplice dal punto di vista laparoscopico, se l’addome non è stato già sottoposto a interventi chirurgici, e dura in tutto mezz’ora”.

Poi cosa succede? Il tessuto prelevato dal chirurgo, viene posizionato in un terreno di coltura specifico e immediatamente trasportato con una catena del freddo, presso la banca dell’Ifo. Qui  l’equipe dei biologi della banca diretti dal responsabile biologo dottor Marcello Iacobelli, lo preparano e lo congelano in azoto a -196 gradi. “Prima del prelievo, nei moduli di consenso informato – ricorda il dottor Corrado – viene chiesto alla paziente (e alla sua famiglia) cosa fare di questo tessuto nel caso in cui non possa essere utilizzato per una gravidanza. Le alternative possibili sono distruggerlo o donarlo alla ricerca. Finora tutte le pazienti lo hanno donato alla ricerca”.

“Un aspetto molto importante – spiega ancora Corrado – è che fino alla sigla di questo accordo, per effettuare il prelievo di tessuto ovarico, era necessario trasferire la paziente presso la ‘banca’ degli Ifo, ma questo scoraggiava molte pazienti che finivano per rinunciare a questa possibilità: dal 2018 quelle che hanno accettato sono 18, di cui 2 bambine. Grazie a questo accordo, non è più necessario trasferire la paziente, perché il prelievo può essere effettuato direttamente al Policlinico Gemelli da dove viene poi inviato alla banca dell’Ifo per la crioconservazione”.

Insomma, si è riusciti a fare rete. Un aspetto importante “per problematiche altamente specialistiche, quali la tutela della fertilità nelle giovani pazienti oncologiche – commenta  Enrico Vizza, direttore del Dipartimento Clinico e di Ricerca Oncologica Ifo-Regina Elena e responsabile della Banca della Regione Lazio – per la quale è richiesta sia competenza specialistica oltre che alte professionalità tecniche e tecnologiche in campo biologico. Questa interazione tra due Istituti così rilevanti sia sul piano nazionale che internazionale ha infatti importanti ricadute per pazienti e per il mondo della ricerca”.

“La bambina era affetta da un sarcoma a cellule indifferenziate dei tessuti molli della zona pubica, comparso come una tumefazione – ricorda Antonio Ruggiero, direttore di Oncologia pediatrica della Fondazione PoliclinicoGemelli – Il tumore non aveva fortunatamente ancora dato metastasi e dunque siamo ottimisti rispetto alla prognosi della nostra paziente. Il trattamento di questi tumori prevede l’asportazione chirurgica, seguita da un trattamento sistemico (chemioterapia) e a volte anche radioterapia. Vista la necessità di affrontare un trattamento chemioterapico, che può compromettere la fertilità, è stata offerta alla bambina e alla sua famiglia la possibilità di accedere a questo programma di crioconservazione”. Per mettere ‘in banca’ le speranze di una gravidanza.

Fra i tumori pediatrici, “quelli che potrebbero accedere a questo programma sono i tumori solidi non metastatici che devono affrontare una chemioterapia. La possibilità di questo percorso – conclude – è un valore aggiunto alle cure offerte al Gemelli perché, oltre al miglior intervento e alla migliore terapia, stiamo già pensando al futuro e alla qualità di vita post-trattamento di queste pazienti e questa prospettiva di guarigione è rassicurante, sia per i pazienti che per le loro famiglie”. Specie in un Paese che si trova a fare i conti, da anni, con un drammatico inverno demografico.

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