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Climate change si combatte (anche) a tavola

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Per contrastare il cambiamento climatico, il  mondo occidentale dovrebbe ripensare radicalmente la sua relazione con il cibo. Le emissioni dannose per l’ambiente, che derivano dallo spostamento di alimenti fra produttori stranieri e consumatori locali, è 7,5 volte superiore alle stime di settore, come dimostra una ricerca dell’università di Sydney. Questo eccesso di produzione di CO2 va attribuito alle regioni più ricche, come Europa e Nord America, dove c’è un’elevata domanda per cibo di provenienza estera.

“Gli abitanti delle nazioni più povere rappresentano la metà della popolazione globale, e contribuiscono solo per un quinto alle emissioni del ‘miglio alimentare’”  (la distanza che il cibo percorre dal punto di produzione all’utente finale ndr). Mengyu Li, coautore del recente studio, in una intervista a Fortune dichiara “Quasi metà delle emissioni internazionali di ‘food mile’ sono prodotte dal mondo dei ricchi, nonostante questi costituiscano solo il 13% circa della popolazione del pianeta”.

Questa assegnazione irregolare di ‘miglia alimentari’ è in parte la conseguenza del desiderio delle ‘nazioni sane’ di avere accesso a frutta e vegetali fuori stagione, il cui spostamento pesa per oltre un terzo delle emissioni legate al trasporto di cibo.

Affrontare questo problema richiede norme molto più severe di divulgazione delle emissioni di carbone per le imprese. Lo scorso giugno, l’unione Europea ha concordato una serie di nuove misure, che prevedono che le aziende siano monitorate rispetto all’impatto delle attività della loro filiera.

In America, la Commissione di sicurezza e scambi (Sec) ha proposto delle regole che, se adottate, costringerebbero le aziende pubbliche a rivelare i rischi climatici stimati, emissioni e piani di transizione ecologica verso l’obiettivo “rifiuti zero”, anche se a detta degli esperti sono ancora poche le aziende pronte per questo grande cambiamento.

“C’è un blocco rispetto alle fasi di avvio, perché ad oggi non c’è ancora molta trasparenza nei processi” dice Randall Sargent, consulente globale della vendita al dettaglio e dei beni di consumo presso Oliver Wyman. “I rivenditori di alimenti hanno fornitori sparsi in tutto il mondo, e provare a tracciare la filiera per ciascun prodotto, ricetta, ingredienti, potrebbe rappresentare una sfida complessa”.

Malgrado queste difficoltà, le imprese riconoscono il vantaggio di adeguarsi velocemente alle nuove normative, anche per sfruttare il crescente entusiasmo che i consumatori manifestano verso i prodotti ‘amici dell’ambiente’.

I leader di settore stanno inoltre provando ad utilizzare vettori a basse emissioni di carbonio, concentrandosi in particolare sull’eliminazione dei veicoli stradali a combustibile fossile, il sistema di trasporto di fatto più inquinante. Inoltre, il maggiore uso di trasporto su rotaia può portare ad una effettiva riduzione della produzione di CO2.

Questi interventi pratici sono utili, ma secondo il Dr. Li sarà necessario ripensare il rapporto col cibo che è tipico del ‘mondo ricco’. Oltre a valorizzare le diete vegetariane, di fatto meno dannose per l’ambiente rispetto al consumo di carne, gli individui dovrebbero essere invitati ad utilizzare alimenti stagionali, meglio se coltivati e prodotti a kmO, vista la complessità delle filiere agricole, ad alta intensità di carbonio, che sostengono l’economia alimentare globale.

Fertilizzanti, pesticidi, mangimi animali, sono spesso prodotti altrove e solo dopo lunghe spedizioni giungono lì dove saranno effettivamente utilizzati.

La ‘carbon footprint’, ovvero l’impatto ambientale di un prodotto alimentare, deve essere calcolato considerando le emissioni generate in ogni fase del processo di filiera, e non solo la consegna finale. Questo ci aiuterebbe meglio a comprendere le ragioni dei consumatori più sensibili al tema, secondo Li.

Il ricercatore che ha coniato il concetto di ‘miglio alimentare’, più di trenta anni fa, approverebbe questo approccio olistico alla questione del trasporto.

Allo stato attuale, tuttavia, c’è poca consapevolezza tra i consumatori del mondo ricco rispetto alle emissioni prodotte dal cibo che acquistano nei negozi e ristoranti, secondo Lang. Per affrontare questo problema sarebbe necessaria un’azione multilaterale che coinvolga governi, autorità di regolamentazione, produttori e rivenditori. E partire dalla riprogettazione delle etichette dei cibi potrebbe essere un modo, forse un pò debole ma comunque efficace per cominciare.

Si continua a pensare che la vasta scelta di alimenti, di provenienza internazionale, sia la cosa che maggiormente interessi ai consumatori, ma così non è” conclude Lang, “anzi sarà la loro rovina. È per questo che i consumatori dovrebbero essere maggiormente informati rispetto all’impatto ambientale prodotto dagli alimenti di cui si nutrono

Questa storia è tratta da The Path to Zero, una serie special che spiega come il business possa contribuire a contrastare i cambiamenti climatici.

 

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