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Terapia genica, ecco di cosa ha bisogno l’innovazione

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C’è un settore della innovazione scientifica e tecnologica in forte crescita nell’ambito delle scienze della vita, in particolare negli ultimi cinque anni. Parliamo della terapia genica.

Delle 12 terapie geniche autorizzate sinora dall’EMA, l’Agenzia regolatoria europea, ben 9 sono state approvate dal 2018 in poi. E secondo il report 2021 dell’Alliance for Regenerative Medicine (ARM), una organizzazione internazionale di advocacy alla quale aderiscono 400 tra aziende, centri di ricerca e associazioni di pazienti impegnati nel settore della medicina rigenerativa, che ricomprende anche la terapia genica, nel primo semestre del 2021 il settore ha raccolto, nonostante l’emergenza pandemica, oltre 14 miliardi di dollari di finanziamenti, più del 70% dell’intero 2020. 6,4 miliardi sono destinati alle terapie geniche, 6,6 all’immuno-oncologia, 1,1 alle terapie cellulari.

Le aziende che si occupano di ricerca e sviluppo nel settore delle terapie avanzate sono in crescita costante, 1.195 al livello globale, 594 delle quali nel Nord America, 361 in Asia, 209 in Europa. Gli studi sponsorizzati dall’industria sono attualmente 1.320 (294 per le terapie geniche), altri 1.328 sono sponsorizzati da centri accademici e governi (82 riguardano terapie geniche). Gli studi di Fase 3 sono 243, 158 sponsorizzati dall’industria (46 per terapie geniche) e 85 da istituzioni accademiche e governative (3 nel settore delle terapie geniche). I trial sponsorizzati dall’industria con siti in Europa sono 238, 74 di essi riguardano terapie geniche.

Un settore in vivace espansione, quindi, e che vede cambiare rapidamente le dinamiche globali. La Cina ha approvato di recente la sua prima terapia CAR-T, mentre l’Europa fa fatica a tenere il passo di Stati Uniti e Asia, ed è alle prese con le garanzie di accesso dei pazienti alle terapie avanzate.

L’impatto delle terapie geniche sulla sostenibilità dei sistemi sanitari universalistici è, infatti, rilevante a causa dei loro costi, soprattutto guardando ai potenziali sviluppi futuri. Nel decennio in corso sono attesi sino a 60 nuovi prodotti, che interesseranno prevalentemente pazienti affetti da malattie rare, 30 milioni in Europa, 300 in tutto il mondo.

Queste terapie richiedono ai sistemi sanitari di essere valutate con occhi assai diversi rispetto ai farmaci tradizionali. Intanto perché puntano a garantire, per lo più attraverso una somministrazione unica, un effetto risolutivo su tutte le manifestazioni della malattia, prevenendone gli sviluppi futuri. Un vero e proprio cambio di paradigma per la medicina, ma anche per i sistemi sanitari.

Le regole e le prassi consolidate dei processi autorizzativi si sono consolidate, invece, intorno ai prodotti farmaceutici classici. La determinazione del prezzo di rimborso per una terapia genica, per esempio, si rivela alquanto diversa, perché richiede che si tenga conto della valorizzazione di una serie di fattori, come i costi sanitari diretti non più sostenuti dal SSN per il venir meno della evoluzione della patologia.

Anche l’Italia si misura, ovviamente, con questo contesto. L’AIFA, l’ente regolatorio italiano, ha previsto per le terapie geniche un metodo innovativo per la fissazione di prezzi e modalità di rimborso, in grado di consentire al SSN di diluirne nel tempo i costi, vincolandoli a tempi ed efficacia. È stato così, per esempio, per la terapia genica per l’Atrofia Muscolare Spinale (SMA) di tipo 1, che prevede un meccanismo di rimborso rateizzato da parte del SSN e condizionato (payment at results), secondo milestone che tengono conto dei risultati registrati nella evoluzione della patologia, a 12, 24, 36 e 48 mesi.

Un esempio virtuoso, che conferma una volta di più che l’innovazione scientifica e tecnologica rischia di non essere messa in condizione di produrre i risultati attesi se non accompagnata da dosi robuste di innovazione in campo regolatorio, organizzativo, gestionale, e da politiche che tengano conto dell’impatto sui servizi sanitari pubblici.

E tuttavia non è detto che innovazioni di questo genere siano sufficienti a far fronte ad uno scenario in continua evoluzione, con terapie che arrivano sul mercato a prezzi ritenuti troppo alti da chi deve acquistarle e non sufficienti da chi le ha prodotte, quindi con il rischio che terapie già pronte, o addirittura già autorizzate e utilizzate, non siano messe a disposizione dei pazienti. Sono già tre i casi di ritiro dal mercato di terapie geniche già approvate dall’EMA, l’ultimo dei quali, relativo alla terapia genica per la beta-talassemia, è stato motivato dalla casa produttrice dalla impossibilità di trovare un accordo sul prezzo con i sistemi sanitari di diversi paesi europei. Ed è evidente che il numero di nuovi prodotti in arrivo, in crescita nei prossimi anni, cambierà completamente la dimensione del problema.

Varrebbe la pena, e forse siamo ancora in tempo per farlo, di lanciare una riflessione sul tema, a partire dalla irrinunciabilità di queste terapie per i pazienti, visto che il 95% delle malattie rare non dispone, al momento, di una terapia valida. E valutare se la governance di questioni così rilevanti, che rappresentano anche opportunità per investimenti in ricerca e sviluppo per i singoli Paesi e per l’Europa, e che meriterebbero politiche strutturate, possano essere lasciate prevalentemente, se non esclusivamente, sulle spalle di enti regolatori che svolgono egregiamente il loro compito, ma ai quali, forse, stiamo chiedendo troppo.

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